Daredevil, il figlio bello e in salute dell’unione Marvel-Netflix

29 Aprile 2015
Il 10 Aprile, Netflix ha rilasciato la serie televisiva dedicata a Daredevil, prodotta in collaborazione con Marvel Studios. E “rischia” di essere una delle migliori serie (televisive) tra quelle uscite in questo inizio di 2015. Non una delle migliori serie di supereroi. Una delle migliori serie, punto.

marvels-daredevilI progetti Netflix spesso partono un po’ in sordina, senza la copertura mediatica martellante tipica di alcune reti televisive. La piattaforma streaming americana riesce a ideare e produrre serie televisive di livello finora eccelso in tempi ristretti, facendo poco rumore fino ad alcune settimane prima della messa in onda, catturando l’attenzione del pubblico con pochi, accurati trailer, e rilasciando poi le puntate tutte insieme. In questo modo Netflix riesce a accontentare tutti, da quelli che vogliono abbuffarsi in pochi giorni a quelli che vogliono gustarsi con calma ogni singolo episodio.

Ma questa volta Netflix non è riuscita ad arginare quello che in gergo tecnico si chiama hype, l’attesa spasmodica per un evento correlato al mondo del cinema, delle serie tv, dei videogiochi e dei fumetti. Questa volta Netflix non ha potuto placare noi appassionati, il popolo dei nerd, quelli in attesa da ben dieci anni di un annuncio: torna Daredevil.

È dal disastroso film del 2003 targato 20th Century Fox e interpretato da Ben Affleck – che nel frattempo ha pensato bene di tornare al mondo dei supereroi (tutti abbiamo ormai visto il suo Batman nel trailer di Batman v Superman) –, che i fan di tutto il mondo stanno bramando vendetta, per ridare dignità a uno dei supereroi forse più maturi e particolari (in termini di poteri e caratterizzazione) mai creato. Quando il 10 ottobre del 2012 i diritti del personaggio sono tornati ai Marvel Studios, un coro di giubilo si è levato da Seattle a Osaka, passando per Firenze e Lisbona, Istanbul e Bangkok. Forse qualcosa di buono poteva essere fatto, si poteva riabilitare il buon nome di Matt Murdock. Oppure, come paventavano i più pessimisti, ci saremmo ritrovati ad avere team-up impossibili con Iron Man e soci, conditi da battute e sketch da avanspettacolo.

Quando poi è stata annunciata la serie televisiva, la mente per un attimo è corsa a Agents of S.H.I.E.L.D.e le facce si sono sbiancate. Ecco tornare i vecchi fantasmi, quelli con il volto da pesce di Affleck, quelli con JonFavreau nei panni di Foggy Nelson. In seguito si è fatto il nome di Netflix, e tutta l’ansia è scomparsa. I giorni si avvicinavano, i trailer arrivavano e conquistavano consensi. E il 10 aprile, il mondo nerd è rimasto a bocca aperta.

Premettendo che per adesso il giudizio si basa solo su metà degli episodi e che questa è ben lontana dall’essere un’analisi tecnica in tutto e per tutto, Daredevil “rischia” di essere una delle migliori serie (televisive) tra quelle uscite in questo inizio di 2015. Non una delle migliori serie di supereroi. Una delle migliori serie, punto. I motivi sono tanti, ma è proprio nell’ambito superoistico che si possono notare le maggiori innovazioni rispetto a qualsiasi altro prodotto analogo.

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Daredevil ha dimostrato che si può fare una serie su un supereroe cieco, che vive in un quartiere veramente pauroso, e che questo ambiente può trasformarsi in un simbolo della decadenza, della corruzione e della violenza della nostra società. Insomma, un mondo che crea inquietudine, come avrebbe dovuto essere Gotham, che invece è diventata semplice sfondo di un poliziesco mal riuscito, nonostante le storie da cui partiva (e basterebbe citare  Gotham Central ) mostrassero il grande potenziale della città dell’Uomo pipistrello a prescindere dalla sua presenza nelle storie, lasciando spazio alla polizia di Gotham, alla rabbia, disperazione e violenza delle strade della città . In Daredevil, Hell’s Kitchen è veramente un luogo infernale, che con violenza inaudita corrompe e distrugge tutto, un palcoscenico in cui si mette in scena una tragedia di crudeltà, soprusi e voglia di riscatto.

54f11836a26d9Daredevil è la prova che una serie televisiva su un personaggio tratto dai fumetti può godere di una regia e di una fotografia degne di una grande serie. Nulla a che vedere con l’oscurità incomprensibile di Arrow, con le luci aperte e diffuse di Flash e Agents of S.H.I.E.L.D o con gli innumerevoli effetti dissolvenza e gli sfumati usati per i flashback in ogni serial degli ultimi venti anni.

Qui siamo di fronte a una regia solida, che trae il meglio da ogni situazione, rendendo comprensibili ogni singola scelta, curando ogni dettaglio. Per esempio, le scene di combattimento sono sempre chiare e essenziali, senza tanti fronzoli, con coreografie spettacolari ma verosimili, che non eccedono la misura (basta guardare la seconda puntata per renderci conto che  siamo dalle parti dei migliori film di arti marziali). I registi riescono inoltre a creare un senso di pericolosità, pesantezza, paura, ovvero un’atmosfera ideale per questo genere di storia. Se la regia di Constantine avesse saputo creare l’atmosfera giusta, a quest’ora non parleremmo di cancellazione o spostamento del serial della NBC tratto dal fumetto Vertigo.

Daredevil ha fatto vedere al mondo che, alla base di tutto, servono un soggetto e una sceneggiatura solidi, che si prendano i loro tempi e che sviluppino una storia coerente e compiuta. Nessuno stanco e ripetitivo leitmotiv (la “rising darkness” di Constantine), nessuna struttura “nuovo cattivo – nuova vittoria” (Smallville, Flash) o “nuovo artefatto – nuova soluzione” (molti episodi di Agents of S.H.I.E.L.D.), nessuna forzatura per mettere in mostra a tutti i costi i personaggi più famosi e mandare in fregola i fan (di nuovo,Gotham, perchéla delusione è stata enorme…).
E questa sceneggiatura deve essere interpretata da attori bravi, e non da modellini inespressivi che non sanno capire la differenza tra rabbia, frustrazione, paura o dolore (sì, sto parlando di te, Stephen Amell, sappilo!). Qui abbiamo Charlie Cox, che dà vita in maniera convincente a un vero “scavezzacollo”, arrabbiato, contraddittorio, diviso tra legalità e brutalità; il magistrale Vincent D’Onofrio che crea un Wilson Fisk mai visto, goffo e timido nell’approccio amoroso, bestiale e terribile nella sua veste di re del crimine; il bravissimo Vondie Curtis-Hall, che dà il volto a un Urich diverso ma conforme al personaggio del fumetto, vera chiave di volta emotiva del serial. E poi c’è Elden Henson nei panni del perfetto Foggy Nelson, forse il personaggio reso in maniera più fedele, un elemento ideale di distensione che non risulta mai stupido o stucchevole. Anche Toby Leonard Moore (qui l’intervista in esclusiva per Lo Spazio Bianco), ovvero Wesley, il braccio destro di Kingpin creato appositamente per la serie, dà vita ad un personaggio ambiguo, freddo e per questo ancor più terrificante in alcuni passaggi di Fisk stesso. E come non citare Ayelet Zurer, l’elegante e conturbante Vanessa Fisk, il personaggio femminile probabilmente più carismatico ed interessante, a fronte di una discreta ma non eccezionale Deborah Ann Voll e di una Rosario Dawson a tratti un po’ sprecata.

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Infine Daredevil ha l’indubbio merito di aver tratto in salvo la Marvel dalla deriva “gigiona”, quella del far ridere a tutti i costi con battute a volte scandenti e forzate, del divertire le famiglie senza far vedere simboli nazisti, sangue e morti violente. Finalmente si guarda anche a un altro target e ci si sporca le mani, prendendo le distanze dal mezzo errore fatto con Agents of S.H.I.E.L.D..

In attesa di un’analisi più precisa e più obiettiva possiamo dire che per il momento, giustizia è fatta, Matt, giustizia è fatta. Hai age dimostrato al mondo che un’altra strada è possibile e ora restiamo tutti alla finestra, perché se questi sono i presupposti, gli altri Marvel Knights (AKA Jessica Jones, Luke Ce Iron Fist) sono in ottime, ottime mani. Alla prossima stagione, signor Murdock. Non vediamo l’ora.

Emilio Cirri

Emilio Cirri

Nato a Firenze una mattina di Gennaio del 1990, cresce dividendosi tra due mondi: quello della scienza e quello dell'arte. Si laurea in Chimica e sogna di fare il ricercatore. E nel frattempo si nutre di fumetti e spera di poterne sceneggiare uno, un giorno. Il primo amore della sua vita è Batman, amico fedele dei lunghi pomeriggi passati a giocare in camera sua. Dai supereroi ha piano piano esteso il suo campo di interesse fumetto, sia esso italiano, americano, francese, spagnolo o giapponese. Nel tempo che non dedica ai fumetti, guarda film e serie tv, scrive recensioni e piccole storielle, e forse un giorno le pubblicherà su un blog o in qualche altro modo.

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