Il genere narrativo può influenzare una storia e il suo autore?

Il genere narrativo può influenzare una storia e il suo autore?

Un’analisi tra western e fantascienza

La libertà narrativa (che qui siamo interessati a trattare negli stretti termini di pura scrittura) è un tema che sta molto a cuore a chi scrive fumetti e a chi ama leggerli e interrogarsi sulle storie.
Al di là dei limiti dovuti alle necessità editoriali o di contesto (che per semplificazione non tratteremo), ci occuperemo di quelli riguardanti la narrazione in quanto tale, e più nello specifico delle restrizioni derivanti dalla scelta del genere narrativo di una storia.

Il discorso necessita di una semplificazione ulteriore: i cliché di genere infatti non costituiscono dei muri insormontabili e necessari, ma tuttavia, focalizzandoci sulle storie d’intrattenimento più basilari, è cosa nota che esista una sorta di formulario a cui attingere per far sì che queste storie funzionino.
È certamente pensabile una commistione di generi narrativi per rendere più accattivante il risultato, ma in questa sede ci concentreremo sull’attitudine basilare dei singoli generi narrativi nella loro essenza.
Un discorso così ampio, per quanto non privo di inesattezze fisiologiche dovute alla sua generalità, costituisce una base di riflessione per mettere in risalto le caratteristiche di una storia.snoopy7

Un genere narrativo è, in quanto tale, un solco. Una traccia già scavata da altri, di cui un autore può servirsi per portare avanti la sua storia. Il fatto che esista questo linguaggio comune, questa pletora di caratteristiche tipiche che il lettore già conosce quando si approccia ad un giallo, ad un’opera avventurosa o romantica, permette a chi scrive di sviluppare la storia con un piglio alternativamente classico o innovativo.
La principale componente dell’intrattenimento (scopo primario a cui queste storie sono finalizzate) è infatti l’immediatezza. L’intrattenimento non ha bisogno di fronzoli o ricami, ma deve centrare il punto in maniera diretta per proiettare il lettore esclusivamente sull’intreccio.
Quale metodo migliore, per raggiungere quest’obiettivo, rispetto all’utilizzare un contesto già noto, un universo di segni e convenzione che il lettore conosce alla perfezione? Questo è uno dei vantaggi dello sfruttare un genere narrativo.
Al contrario di questo approccio classico si potrebbe invece sfruttare (sempre muovendosi all’interno genere senza creare nulla di totalmente nuovo) una sorta di intrattenimento à rebours: l’autore si serve dei cliché di genere, già noti al lettore, e li sconvolge, li utilizza in maniera nuova e differente, e può farlo proprio in quanto questi cliché esistono. Si otterrebbe in questo modo un senso di sorpresa e meraviglia attraverso un uso inedito del genere, raggiungendo l’intento d’intrattenimento in maniera per così dire “indiretta”. Ma tutto questo non sarebbe possibile senza quella stratificazione precedente di stilemi che è appunto il genere narrativo.

The Dark Knight Returns di Frank Miller: un approccio sconvolgente nel suo genere.

The Dark Knight Returns di Frank Miller: un approccio sconvolgente nel suo genere.

Un simile approccio non è però privo di inconvenienti: novità sconvolgenti
(una creazione e non uno mero sfruttamento sapiente e inedito, appunto) potrebbero risultare esiziali: il pubblico più generalista sarebbe spaesato dall’eccesso di licenza dell’autore e dall’uscita da quel patrimonio comune e confortante che molti lettori cercano per una distratta (e non disprezzabile) voglia di puro intrattenimento: il passaggio dal noto all’ignoto.

Giunti a questo punto un autore si trova a dover scegliere il contesto in cui ambientare la sua storia, e inevitabilmente anche il genere narrativo in cui quella storia verrà ascritta; questa scelta sarà inevitabilmente condizionata dal genere stesso e delle formule comuni che questo reca con sé.

Sorge dunque spontaneo domandarsi se la scelta del genere narrativo risulta totalmente indifferente per la storia narrata o se al contrario implica delle costrizioni per la storia stessa che variano sensibilmente di genere in genere.

Spesso si è sentito dire che i generi narrativi costituiscono dei meri contenitori, e che in quanto tali non possono influenzare il giudizio di valore sulla storia in sé.
Quante volte abbiamo provato a far capire all’amico che “odia la fantascienza” (o qualsiasi altro genere) che potrebbero esistere opere fantascientifiche di suo gradimento?
Insomma non è il genere a fare i contenuti, per cui siamo portati a supporre una sostanziale indifferenza rispetto alla storia nella scelta fra l’uno o l’altro genere narrativo.
bone-one-volume-coverIn questo senso non c’è nulla di più vero: chi ama le belle storie le amerà sia che esse siano dei fantasy puri e romantici come Bone di Jeff Smith, sia che esse si sviluppino nei viaggi ultradimensionali di Grant Morrison, legati pur sempre al mondo supereroistico, sia che siano le avventure dei paperi di Carl Barks e via dicendo.
Questi esempi hanno alla loro base una buona storia e una grande capacità e versatilità degli autori, che saprebbero barcamenarsi all’interno di ogni genere con proficuità.
Ma forse questa visione indifferenziata e d’appiattimento dei generi narrativi risulta troppo semplicistica.
Se da un lato è vero che non dobbiamo precluderci alcun genere, è d’altro canto vero che ogni genere ha delle origini peculiari, degli elementi tipici.

Non potendo qui trattare ogni singolo genere narrativo, prenderemo ad esempio due generi specifici, uno più statico (il western) e uno più dinamico (la fantascienza), come paradigmi per un discorso più ampio.
Vedremo come un genere ad oggi in parte sottovalutato come il western nasconda grandi potenzialità al suo interno, e proveremo anche a capire perché a questo genere ne vengano preferiti altri (come ad esempio la fantascienza), sia fra chi scrive che fra chi legge. Mettendo in luce i limiti e le costrizioni derivanti dall’analisi del singolo genere narrativo si potrà poi affrontare meglio il problema delle sue limitazioni ed aggirarlo, per migliorare il contenuto delle storie.

Il genere western: breve difesa di una grande responsabilità

Come dicevamo, non tutti i generi sono uguali, e non tutti lasciano uguale libertà a chi li approccia. Non stiamo parlando di limiti irrilevanti, ma di veri e propri fattori che incatenano chi scrive.
Duole rilevare che il genere western si costituisce di molte di queste limitazioni, e tale restrittività non si deve a una sua fantomatica origine remota o ad una popolarità ormai in discesa, ma alle sue carrateristiche strutturali.
Sappiamo infatti che il mito del Vecchio e Selvaggio West iniziò a diffondersi dal 1883 assieme a Wild West and Congress of Rough Riders of the World, lo spettacolo che Buffalo Bill portò in giro per il mondo, per poi approdare ed espandersi su libri, fumetti e grandi schermi. Allo stesso modo (ne parleremo in seguito più diffusamente) sappiamo che la fantascienza nacque attorno alla prima metà dell’Ottocento. Non è dunque l’anzianità del genere western a far storcere il naso ai più pigri fra le nuove generazioni e a giustificare il fatto che le nostre sale cinematografiche sono affollate da film fantascientifici e non da western.13514r

Quali sono dunque gli elementi che rendono dura la vita di chi scrive western?
Innanzitutto il genere è caratterizzato da una precisa collocazione geografica e storica, elementi fissi che un genere narrativo come la fantascienza non possiede.

Questa collocazione obbligata è appunto il Selvaggio West, ovvero la zona occidentale del Nord America. L’elemento geografico (spaziale) potrà variare di poco, ma il paesaggio resta pur sempre quello: sfondo di deserti rossi fra cactus e canyon su cui si incastonano aride città di legno coi loro saloon, banche e bordelli. Le variazioni più o meno lievi possono al più raggiungere ambienti montani nordamericani.

Per quanto concerne la componente storica (temporale), il western si colloca in un preciso punto della storia moderna: la Guerra di Secessione e in generale la fine dell’800.
Caratteristiche di questo periodo sono dunque le armi, dai revolver ai Winchester, i carri e i cavalli, gli sceriffi e le lobby delle strade ferrate, i banditi, i pellerossa e le giacche blu.
Vediamo dunque come vi sia un terzo vincolo di genere: al tempo e allo spazio, si aggiunge un vincolo di personaggi.
Che western sarebbe senza i pellerossa o i banditi coi loro fucili?efb4776c7319eb409744249eafe8277d
In questo senso dunque la storia narrata si “specializza”: più sono gli elementi fissi, più si chiede al lettore di apprezzare e dare per scontato e noto un maggior numero di componenti. Più è ricca la quantità fissa di informazioni, più si restringe il range degli interessati al genere “a prescindere”, per pura passione. Lo zoccolo duro degli appassionati del western insomma, a cui va aggiunto il lettore curioso o quello attento alle buone produzioni.

Possiamo dire insomma che il genere western genera una sorta di paradosso à la Schroedinger: è allo stesso tempo il genere più facile e più difficile da scrivere.
È più facile poiché difficilmente si potrà deludere totalmente un vero appassionato fornendogli una storia che si limita ad attenersi in toto alle convenzioni. La storia potrà risultare insipida ma fondamentalmente solida e inattaccabile.
Al contrario è anche uno dei generi più ostici da scrivere, perché con tutte le forzature evidenziate risulta difficile imbastire una storia davvero originale.
Allo stesso tempo però, visti i numerosi elementi fissi, risulterà più stimolante capovolgere il genere e rinnovarlo, con tutti i rischi annessi a un eventuale eccesso di licenza.

snoopy-scrittoreApprocciarsi al genere western da scrittori costituisce insomma prima di tutto una sfida, visti i limiti intrinseci al genere; ma nonostante le difficoltà, creare qualcosa di originale in questo genere vorrebbe dire di certo non passare inosservati (non sarebbe una cosa di tutti i giorni), ottenendo grandi soddisfazioni.

La fantascienza: le origini insolite teorizzate da Alan Moore

Frankenstein_1818_edition_title_pageRiprendendo il discorso incominciato sopra, partiremo dalle origini: tralasciati i precursori, si ritiene per convenzione che la fantascienza sia nata con il Frankenstein di Mary Shelley nel 1818. Notiamo dunque come la fantascienza abbia avuto un momento assai florido verso la metà del secolo scorso, ma la sua longevità è ben paragonabile a quella del western.

A proposito è interessantissimo citare una analisi storica del genere fantascientifico, assai stimolante e al tempo stesso criticabile, operata da Alan Moore. Questa interpretazione, frutto della grande passione ed esperienza in materia da parte dell’autore, viene in parte chiarita in alcuni passaggi di questa intervista: https://www.youtube.com/watch?v=RpajFQECzAk

In sintesi Moore vede incarnata una forza dirompente nella prima fantascienza che potremo identificare in Shelley e Wells, autori che riflettevano sui loro tempi rispettivamente mediante la critica all’avvento della rivoluzione industriale e la lucida messa in risalto del classismo esasperato della società dell’epoca. Moore vede in questi autori una sorta di profeti visionari: i loro scritti sono degli allarmi, degli avvertimenti puntuali sull’evoluzione sociale.

A questo punto Moore si avventura in un intreccio fra evoluzione sociale da un lato e sviluppo del genere fantascientifico dall’altro.
Riferendosi alla fantascienza americana dei primi anni del ‘900, Moore individua nei romanzi di Tom Swift una sorta di nemesi e degenerazione della fantascienza.

swift2Per spiegare il suo punto di vista il Bardo di Northampton si serve di un esempio: quando uno Stato è in declino, sia socialmente che politicamente, l’immaginario del suo popolo tende a guardare alle sue origini, al suo sfarzo, per rintracciare un messaggio di speranza e incoraggiamento. Un esempio potrebbe essere, per la cultura italiana, il rifarsi a canoni rinascimentali oppure guardare all’egemonia politica dell’Impero Romano.
Allo stesso modo Moore, autore fieramente britannico e strenuo oppositore delle politiche statunitensi, vede negli USA di primo Novecento una nazione che, seppur nella sua grandezza economica, si sta avviando a un lento declino.
In questo senso la spinta nevrotica e quasi fantasmagorica di alcuni scrittori dell’epoca nel guardare alla grandezza della loro nazione si rivolse al passato, trovando tuttavia povertà di ispirazione.
Essendo infatti gli USA una nazione ben giovane, questi scrittori non rinvennero epiche cavallaresche o fatti storici notevoli da raccontare.
Insomma, a questi scrittori era preclusa la strada del “guardate cos’eravamo”, perché fino a qualche secolo prima le terre del Nuovo Mondo erano abitate da indigeni o coloni che nella maggior parte dei casi erano reietti europei.

Gli Stati Uniti stavano però vivendo una fiera espansione economica, e la volontà di alcuni scrittori di mostrare la potenza del proprio popolo non potè che rivolgersi, in mancanza di un passato a cui rifarsi, a un futuro ottimistico (“guardate cosa saremo”).

Proprio da queste spinte nacquero longeve serializzazioni come Tom Swift, permeate da cieca fiducia nel progresso tecnologico e finalizzate a mostrare la grandezza tecnica di alcune invenzioni. Sulla stregua di tale sentimento fiorirono le fascinazioni su una sorta di imperialismo cosmico, in cui gli astronauti erano dei moderni cavalieri alla conquista dello spazio: un’epica immaginaria proiettata nel futuro e non più nel passato.

star-wars-a-new-hope-1977-style-c-by-tom-chantrellLa fantascienza non costituiva più quel profetico allarme sociale che aveva ricoperto sin dalla sua nascita, ma era divenuta pretesto per uno sguardo ottimistico ed autoreferenziale nel mostrare la grandezza di una nazione. Una bella perdita di potenziale insomma (almeno secondo Moore).

Solo a seguito dello scoppio della bomba atomica, vero e proprio Big Bang per la letteratura fantascientifica a detta dell’autore, la fantascienza subì un’inversione e tornò sui binari tracciati nel suo primo e florido periodo. Questo climax culminò tuttavia nei tardi anni ’70 con Star Wars, l’epopea di George Lucas, in cui Moore vede un passo indietro di circa un cinquantennio per il genere fantascientifico: dalla freschezza e utilità dello sci-fi come opera sociale (l’allarme di Shelley e le riflessioni di Wells come archetipo, poi declinate ed ampliate nel dopoguerra), si era tornati all’ottimismo acritico dei primi anni ’10 e alle grandi guerre “cavalleresche” di cui era stato precursore Tom Swift, con la conquista dell’universo e i “cowboy” spaziali.

La fantascienza: immaginari moderni e opportunità sconfinate

Iniziando la nostra analisi del genere fantascientifico possiamo innanzitutto rilevare che quelle fondamenta temporali e spaziali così radicate nel western sono qui praticamente inesistenti, e che anche il gioco dei personaggi è ben diverso, sia per la varietà dei caratteri, che per la loro personalità.
Accade infatti molto spesso che i protagonisti western siano (e per credibilità debbano essere) più o meno stereotipati, e trasmettano nella maggior parte dei casi una morale ferrea e prettamente manichea: ci sono banditi e giustizieri, oppressori e oppressi, crimine e legge.
La fantascienza al contrario permette una libertà praticamente illimitata nella creazione di interi universi, personaggi e persino leggi fisiche. Ciò che basta alla fantascienza per essere fantascienza è un’invenzione tecnologica, una scienza avanzata, senza vincoli temporali e spaziali.
La fantascienza permette ad esempio una riflessione sociale lucida e non piatta, e un esempio lampante è proprio quella fantascienza “d’allarme” che Moore vede in Shelley o Wells.

Al Williamson Flash Gordon Panorama

Il maestoso Flash Gordon di Alex Raymond

Un altro elemento a favore della fantascienza è costituito da quella sua declinazione popolare d’intrattenimento “privo di spessore” à la Lucas che Moore odia tanto.
In questo senso la fantascienza costituisce una sorta di evoluzione del romanzo d’avventura dell’800 (come non pensare al Flash Gordon di Alex Raymond ad esempio?).
Gli esploratori della giungla e dei mari di Salgari e Stevenson si sono trasferiti nello spazio, col medesimo intento d’evasione che la letteratura ottocentesca si prefiggeva.

In questo tipo di “nuova” letteratura (l’avventura spaziale) è però insita una maggiore possibilità di empatia col lettore, sicuramente legata alla capacità della fantascienza di stare al passo coi tempi.
Vi è innanzitutto da rilevare che un simile immaginario, lungi dalle pessimistiche (e seppur interessanti e non del tutto infondate) teorie di Moore, può ben costituire oggetto di approfondimento e riflessione sulla psiche umana: un felice esempio di questo tipo di letteratura d’intrattenimento “impegnata”, a metà fra la scoperta dell’ignoto e la riflessione su sé, la vedo in Joseph Conrad, con i suoi Cuore di tenebra e La linea d’ombra, in Moby Dick di Herman Melville e ovviamente nel Corto Maltese di Hugo Pratt. A questi autori d’avventura classica potremmo ad esempio idealmente affiancare, con le dovute e profonde differenze, la produzione di Isaac Asimov o Philip K. Dick.

Moby_Dick_p510_illustrationAd ogni modo possiamo rilevare una maggior compartecipazione emotiva con questo tipo di avventura nello spazio rispetto ad un tipo di avventura più classica.
L’intento di evasione della letteratura d’avventura ottocentesca era infatti raggiunto tramite la descrizione e creazione di luoghi esotici, distanti da quelli noti al lettore. Un espediente che permetteva di viaggiare con la fantasia e raggiungere luoghi inesplorati e ancora pressoché sconosciuti a una larghissima fetta di lettori.
Ad oggi, lungi dal ritenere che simili scenari non raggiungerebbero un buon livello d’evasione e fantasia, c’è tuttavia da rilevare che con i mezzi moderni l’accessibilità e conoscenza di quei luoghi esotici è divenuta cosa nota all’individuo medio, perdendo inevitabilmente parte di mordente e di fascino.
Possiamo dunque vedere nella fantascienza una naturale evoluzione di queste ambientazioni avventurose, una sorta di escamotage per recuperare quella presa sul lettore che l’avanzare dei tempi aveva attenuato.

L’universo sterminato permette di creare luoghi davvero inesplorati e sconosciuti, realistici e non, che suscitano uno straniamento totale del lettore, almeno rispetto all’ambiente in cui si svolgono le vicende.
In questo modo l’uomo si trova a vivere in una nuova giungla e in un nuovo mare totalmente ignoti.
Proiettando i protagonisti in questi mondi inesplorati si riottiene quel senso ormai in parte perduto di contatto diretto con una natura sconosciuta e ingestibile, sovrastante, e si ricrea quello stato di natura che tanto rendeva e rende apprezzabile la letteratura d’avventura.
Uno stato di natura che implica spesso solitudine e incapacità di imporsi sull’ambiente, alimentando quelle vene di riflessione intimista à la Pratt, Conrad, Melville ecc…

UbikDaw1983Eliminare la tecnologia e ambientare le storie in una giungla o nei mari, oppure creare ambientazioni preistoriche, appare paradossalmente ben noto o addirittura irrealistico; e si giunge all’assurdo di un mondo immaginario e sintetico che riesce a suscitare maggiore empatia nel lettore rispetto alle ambientazioni realistiche dell’avventura classica: si aggiunge tecnologia per riavvicinarsi alle sensazioni dello stato di natura.

In conclusione: ciò che ci premeva dimostrare era che la scelta di un genere narrativo (sebbene le etichette siano ben vaghe) non è priva di influenze rispetto ai contenuti di una storia e della sua riuscita, e soprattutto ha un rilevantissimo peso sulla libertà di scrittura dell’autore stesso.
Il genere western risulta dunque più duro da approcciare nel creare storie originali, a causa dei suoi forti vincoli.
Il genere fantascientifico al contrario offre molte più variabili, stimolando l’immaginario oltre limiti ben più ampi.

Il nostro discorso, ovviamente ancorato a manifestazioni molto elementari e standardizzate di “archetipi” narrativi quali i generi, ha preso ad esempio due soli generi narrativi ma è valso per una ricognizione generica (salva analisi dei singoli generi omessi). Abbiamo dunque dimostrato che non esiste parità nella scelta fra generi narrativi e che questi non hanno la funzione di semplici contenitori dotati di caratteristiche innocue per il contenuto di una storia; al contrario abbiamo visto la profonda influenza che la scelta del genere narrativo ha sull’immaginario dell’autore e di conseguenza delle sue storie.