Todo Modo: Sciascia e il fumetto

Todo Modo: Sciascia e il fumetto

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Todo Modo è un romanzo fondamentale di Leonardo Sciascia. Composto nel 1974, è un’opera fondamentale per interpretare l’Italia di quell’epoca. Voce narrante è un pittore di mezza età, non meglio identificato, ma ateo, materialista, modernista nello stile (anche se non fondamentalista nelle sue scelte: osserva la chiesa, la DC e le sue dinamiche con disincanto ma senza esacerbazione). Egli giunge in modo casuale in un monastero, l’eremo di Zafer. Un primo dei riferimenti volutamente ambigui e coltissimi del romanzo: un richiamo a Ibn Zafer (o Zafar), il “Machiavelli islamico”, per via di una sua opera diffusa anche nella Sicilia normanna (dove aveva soggiornato, immediatamente dopo l’età di Federico II), che nel 1973 aveva visto uno studio critico di Paolo Minganti.

Il protagonista, il sulfureo maestro spirituale Don Gaetano, spiega come ovviamente quella di Zafer sarà solo una suggestione, ripresa in epoca moderna per la classica “invenzione della tradizione”, creando un arabo di tale nome convertitosi al cristianesimo e poi divenuto eremita nelle (comunque realmente antiche) catacombe del luogo. Su questo eremo Don Gaetano, il coltissimo sacerdote che gestisce – in modo sottile, da eminenza grigia – centinaia di scuole e di alberghi religiosi, ha edificato un hotel modernista dove raduna e controlla i vertici del “partito di governo” tramite i gesuitici Esercizi Spirituali (appare trasparente l’allegoria della chiesa post-concilio Vaticano II, l’edificio modernista eretto sopra una struttura bimillenaria).

Orbene, quest’opera esordisce con una citazione al fumetto, particolarmente gustosa. Il pittore trova l’eremo, per curiosità ci si addentra, e trova come centralinista un annoiato giovane pretino che legge Linus. Non si tratta solo di un dettaglio: il rimando a Linus ricorre in sette attestazioni, sottolineandone il rilievo. L’ironia rivelatoria è chiara: siamo in una struttura religiosa, ma moderna. “Linus” è una rivista di sinistra, ma sinistra “disimpegnata”, che guarda con simpatia alla cultura pop.

Un rimando che ritorna anche nel film di Elio Petri, su cui vi è un’ampia indagine di Ivan Carozzi, importante autore legato alla testata oggi, che si può trovare qui. Nel film di Petri, ambientato in un’Italia colpita da una simbolica pandemia (cosa che oggi risulta abbastanza inquietante…), Linus appare alla fine, nella collezione personale di Don Gaetano, quando se ne viola lo studiolo segreto (nel romanzo non avviene). Una variazione coerente, che sottolinea il ruolo di Alpha e Omega di questo rimando ai fumetti.

In questo pezzo ci incentreremo sul romanzo (magari al film ci dedicheremo in futuro), cercando di cogliere il valore simbolico di questo rimando fumettistico incastonato tra molteplici altri. Il libro è sicuramente un libro postmoderno, un libro di citazioni: e – come segnala il pittore/narratore – di citazioni eminentemente visuali, unite a quelle – più ovvie, in un romanzo colto – di tipo letterario.

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Si comincia con la visione delle cinque amanti di cinque uomini di governo, qui tollerate (come detto, è una Chiesa potente, melliflua, ma come i Gesuiti ispirata al laissez faire, non rigorista). Al pittore, che le vede discinte in piscina, ricordano un quadro di Delvaux (quello sopra risponde ai criteri di cinque donne e un uomo che osserva: ma cinque donne svestite fanno pensare anche al ben più seminale Damoiselles d’Avignon di Picasso).

Durante la cena Don Gaetano mostra la sua brillantezza parlando indifferentemente di vino e di santi, di Sartre e di pietra filosofale. Elogia Vatel, cuoco francese che si sarebbe suicidato per il pesce che non arrivava, paragonandolo a Catone, che si suicida per la libertà. Eresia carpiata, si direbbe: esaltazione del suicidio e ancor più per futili motivi.

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Il pittore resta frastornato, e cita non a caso il Pirandello dei “Sei personaggi” di fronte alla pantomima di quella chiesa postmoderna, in cui i luoghi religiosi sono ormai fondale teatrale illusorio, abitato “ironicamente” (l’Eremo di Zafer, ricordiamo, è fittizio). Finita la sarabanda dell’arrivo, Don Gaetano gli spiega la falsità del nome di Zoser e la costruzione della leggenda da parte di un farmacista ottocentesco, partendo anche da un dipinto di Rutilio Manetti dove appare un diavolo con gli occhiali che tenta un Sant’Antonio; immagine spesso usata per la cover del libro.

Scopriamo così che Zafer è un’illusione, ma è la stessa chiesa a svelarcelo con consumata indifferenza mondana. E nel mito, scopriamo, è determinante l’iconografia.  Il sacerdote, inoltre, ha vezzosamente gli stessi occhiali del diavolo del dipinto (che rappresenta in modo abbastanza chiaro la tentazione della cultura fine a sé stessa, di stampo nichilistico).

Il pittore del dipinto sarebbe qui tale Buttafuoco, collegato al feroce mercenario dietro alla beffa di Andreuccio da Perugia, in una delle più note novelle del Boccaccio (altro riferimento letterario intersecato a quello visivo).

La sera, a cena, il pittore discute con prelati e democristiani di pittura, opponendo Guttuso all’arte di Nicolò Barabino, che è quella che loro ammirano (tardissimo epigono dell’art pompier in Italia). Don Gaetano concorda con lui, la crocifissione di Guttuso è notevole, e solo la stolidità dei censori può criticarla per i nudi. In verità, il nudo in arte sacra non creava da tempo scandalo (se non erotico: e qui non è); e nel 1943 la celebre crocifissione colpì per le croci che rimandano ai “pali del telegrafo” (citati anche in “Alle fronte dei salici” di Salvatore Quasimodo – e Don Gaetano cita con facilità Sereni e Mallarmé) cui erano “crocifissi” dai nazifascisti i partigiani. Ma Don Gaetano sa che la chiesa si deve adeguare alle nuove tendenze per sopravvivere, e quindi va bene avvicinarsi anche al comunismo, meglio se di tipo “culturale”, aggiornato, postmoderno e blasé (come “Linus”: appunto).

Un correlativo importante, quello di Guttuso, per il Pittore narratore/protagonista: la scelta dell’astrazione di Guttuso fu infatti respinta dal tetragono PCI di Togliatti, che si schierò (forzatamente: ma anche con convinzione) col Realismo Socialista staliniano. Esattamente come vennero condannati i fumetti, sdoganati invece da Rodari e, in chiave “matura”, non per l’infanzia, da Elio Vittorini sul “Politecnico”. Don Gaetano si pone come la Vera Chiesa, che in una sapienza bimillenaria sa accogliere e integrare anche gli artisti più riottosi, a differenza delle sue tardive imitazioni novecentesche che sono forzatamente più fondamentaliste.

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Appare ormai esplicito l’intento di seduzione di Don Gaetano sul pittore (che si esplicherà dichiaratamente in seguito, nei pressi del finale): vuole che gli realizzi una crocifissione, tale da confermare la potenza della chiesa, della “sua” chiesa, di Zafer. Non a caso gli tesse l’elogio di Alessandro VI Borgia (che, non dichiarato, ne ricalca uno simile di Nietzche, contro Lutero): il papa malvagio, corrotto per eccellenza: ma colto e mecenate, e quindi ottimo difensore della chiesa, molto meglio degli stolidi pauperisti, e in grado di convogliare i fermenti del Rinascimento “ad maiorem dei gloriam”, invece di contrastarli come Savonarola, ad esempio.

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La chiesa è paragonata da Don Gaetano alla zattera della Medusa di Gericault: ancora una volta, Don Gaetano rovescia un simbolo che in origine è simbolo dell’oppressione sugli ultimi in una glorificazione della chiesa come potenza (vedi qui per la lettura “storica” della Zattera).

Qui giunge la svolta di metà romanzo: l’omicidio del presidente della Furas (“furo”, in latino, è “rubare”), grosso e potente ente parastatale che, scopriremo, ricatta tutti gli altri anche grazie alla sua relativa rettitudine morale (è uno che “ruba solo per il partito”, quindi meno ricattabile da chi ha molti scheletri nell’armadio anche per l’etica cattolica, non solo per quella civile). Nel 1976 il film di Petri ne farà una dichiarata allegoria di Moro, con un Volontè in stato di grazia che diviene un duplicato perfetto del leader democristiano. Naturalmente, quando nel 1978 Moro sarà ucciso dalle Brigate Rosse, all’apice degli anni di piombo, questo renderà il film “impresentabile” per quella oscura profezia e ne causò il declino della fortuna, nonostante l’indubbia qualità artistica.

Tra l’altro, come noto, il romanzo è aperto a molte interpretazioni sul colpevole: alla tesi di un “inside job” da parte di qualche partecipante agli Esercizi Spirituali (leggi: Moro ucciso dalla DC stessa, magari per influsso di Andreotti come molti hanno azzardato, ad esempio ne “Il Divo”), questi oppongono che il colpo potrebbe “venire da fuori” (leggi: omicidio da parte dei terroristi e/o di Mosca).

Inizia l’indagine. Il procuratore è un ex compagno secchione, ma indagatore inetto, del pittore. Ed è lui di fatto a condurre l’indagine, per interposta persona (come denuncia già l’espediente del “compagno ritrovato”). L’intuizione visiva dello schema degli oranti al momento del delitto, che egli osservava, gli giunge “come un disegno di Steinberg”.

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E qui, con un bel colpo, ritorna Linus, ritorna il cartoon. Saul Steinberg è uno di quei cartoonist “assurti al livello dell’arte”, con una sintesi astratta, quasi cubista, applicata però alla satira “in stile comics”, politica e sociale. Un correlativo grafico del Pittore (che gli indizi interni, come abbiamo visto, avvicinano simbolicamente a “un Guttuso”).

Il pittore realizza quindi un disegno “alla Steinberg”, schematico, per indirizzare il compagno nell’indagine, e questi segue, sia pure riottoso, le sue indicazioni. Ci si avvicina così alla soluzione, ma l’avvocato Voltrano, vicino all’onorevole durante l’uccisione, muore a sua volta prima di poter esser fatto parlare su quanto ha visto.

Il pittore comunque “risolve il caso”, chiaro come “La lettera rubata” di Poe: e non ne dichiara la soluzione.

Chiuse – senza soluzione – le indagini, Don Gaetano invita il pittore a realizzargli una crocifissione: quando egli rifiuta, deluso, lo sminuisce con raffinate parole in cui lo mette a paragone – e sotto – ai grandi interpreti della figura di Cristo:

“Dopo Redon, dopo Rouault… Per non andare più indietro nel tempo: a Grünewald, a Giovanni Bellini, ad Antonello… Per me, una delle più inquietanti immagini di Cristo, è quella di Antonello, che si trova oggi, mi pare, al museo di Piacenza: quella maschera di ottusa sofferenza… Terribile.”

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L’interpretazione di Redon viene anche molto esaltata: si tratta di figurazioni di Cristo comunque eterodosse, che non ne esaltano la bellezza o la drammaticità: rappresentano uno scarto intellettualmente difficile, che quindi Don Gaetano ritiene adeguato alla sua “nuova fede”. Il Pittore dovrebbe fare un Cristo in grado di superare Guttuso: “alla Steinberg”, si implica. Quello di Redon, tra l’altro, ha una sintesi quasi cartoonistica (oltre a una certa continuità con l’Antonello del 1473):

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La conclusione vede la morte di Don Gaetano: sempre inspiegata, anche se – “ironicamente” – il pittore se ne accusa, sottolineando come l’assassino gli abbia posto in mano la pistola usata nel primo delitto (il secondo è gettato da una terrazza). Egli quindi potrebbe aver compreso che è stato lui a uccidere l’on. Michelozzi, non più controllabile (a differenza degli altri, più corrotti e quindi più dominabili) e averlo a sua volta ucciso, rifiutando la tentazione del potere ecclesiastico, non realizzando il “Cristo dell’età di Linus” ma addirittura agendo contro la chiesa corrotta che controlla sottilmente il paese (nella lettura di Sciascia, ovviamente).

Non ci sono prove “giallistiche” strette: non è ovviamente un giallo tradizionale quello che interessa l’autore. Quello che qui ci interessa è aver messo in luce un percorso visuale dove il rimando al cartoonism, tramite Linus e Steinberg, non è del tutto casuale ma ha una forte strategia testuale.

A margine, se l’opera dopo il 1978 declina proprio per la sua valenza “profetica”, molti elementi ne saranno ripresi dal grande amante del fumetto nel mondo accademico. Umberto Eco infatti costruisce nel suo “Nome della Rosa” (1980) un calco, anche, di quest’opera di Sciascia. Trasposto con ironia nel medioevo, il monastero che ospita l’incontro tra francescani e domenicani è in controluce il tentativo del compromesso storico, destinato a fallire anche proprio per i “delitti” che funestano l’evento (il terrorismo, simboleggiato dall’eresia che lambisce la fortezza).

Ma su questo avremo modo di tornare.

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Sintetizzando il tutto in una “tavola d’analisi” (potrei aggiungere forse le didascalie, ma mi piace anche così):

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