Si chiude, con questo adattamento a fumetti de “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino operato da Sualzo, la trasposizione fumettistica della trilogia dei Nostri Antenati, realizzata da Mondadori nella sua collana “Contemporanea” in occasione del centenario della nascita dell’autore. Come nei due casi precedenti, abbiamo un lavoro di adattamento realizzato da un autore completo, in questo caso appunto Sualzo (che pur ringrazia Silvia Vecchini per la collaborazione alla sceneggiatura e Claudia Giuliano per la colorazione).
Per la terza volta abbiamo un nome importante del fumetto odierno: nei precedenti casi avevamo avuto Sara Colaone sul Barone Rampante e Lorenza Natarella sul Visconte Dimezzato.
Antonio “Sualzo” Vincenti (Perugia, 1969) è autore insieme a Silvia Vecchini di tantissimi titoli, tra cui Fiato sospeso (Tunué, 2011), Forse l’amore (Tunué, 2017), La zona rossa (Il Castoro, 2017), Le parole possono tutto (Il Castoro, 2021, Premio Laura Orvieto 2021, Premio Liber “Miglior Libro 2021”, Premio Attilio Micheluzzi 2022 “Miglior sceneggiatura”), Prima che sia notte (Bompiani, 2020, finalista al Premio Strega 2021 nella sezione “Ragazze e ragazzi 11+”), Maschi contro femmine (Mondadori, 2022).
Sualzo in questo 2023 ha realizzato anche un altro proprio graphic novel autonomo, atteso con grande interesse dal mondo del fumetto e giudicato in prevalenza con grande favore, “Dove c’è più luce” (Fumo di China, ad esempio, gli ha dedicato la cover di una propria uscita).
L’opera di Calvino è il terzo e ultimo dei tre romanzi, edito nel 1959 (dopo il Visconte nel 1952 e il Barone del 1957), ed è quello in cui il rimando ad Ariosto e ai poemi cavallereschi è più evidente.
Ci troviamo alla corte di Carlo Magno dove, all’inizio della vicenda, arriva Agilulfo, il “Cavaliere inesistente” del titolo, una armatura vuota animata solo da una inflessibile e rigida volontà.
Il segno che Sualzo imprime all’opera è naturalmente nel suo classico stile, pulito e preciso, in eleganti vignette smarginate. In qualche modo, la forte autorialità delle tre interpretazioni dei tre lavori di Calvino nasce dall’aver sapientemente accostato tre segni immediatamente percettibili come diversi, senza forzature da parte degli autori e ben rispondenti a ciascuna delle tre storie: il segno sinuoso di Colaone per le vicende aeree del Barone, quello spigoloso di Natarella per la spezzatura del Visconte, e questo di Sualzo, elegantemente cartoonesco, quasi in posizione mediana, con un cartoonism più tradizionale. All’apparenza: esattamente come per Calvino.
La difficoltà particolare di questo adattamento, come già negli altri casi, sta nel duplice valore di questi romanzi di Calvino. A un primo livello resta infatti il piacere della narrazione e della affabulazione, ma a un secondo livello i personaggi hanno una forte valenza simbolica, che solitamente Calvino sviluppa su una serie di opposizioni.
Come spiegò lo stesso autore nella sua introduzione all’edizione inglese del 1980:
«Il racconto nasce dall’immagine, non da una tesi che io voglia dimostrare; l’immagine si sviluppa in una storia secondo una sua logica interna; la storia prende dei significati, o meglio: intorno all’immagine s’estende una serie di significati che restano sempre un po’ fluttuanti, senza imporsi in un’interpretazione unica e obbligatoria. Si tratta più che altro di temi morali che l’immagine centrale suggerisce e che trovano un’esemplificazione anche nelle storie secondarie: nel Visconte storie d’incompletezza, di parzialità, di mancata realizzazione d’una pienezza umana; nel Barone storie d’isolamento, di distanza, di difficoltà di rapporto col prossimo; nel Cavaliere storie di formalismi vuoti e di concretezza del vivere, di presa di coscienza d’essere al mondo e autocostruzione d’un destino, oppure d’indifferenziazione dal tutto.»
L’immagine forte evocata dal titolo diviene quindi il fil rouge di una riflessione che, però, non si vuole puro, rigido racconto filosofico a tesi.
Il Cavaliere Inesistente rappresenta quindi l’astrattezza dell’ideale cavalleresco e, per estensione, umano, una vita come mera esecuzione della funzione, ma anche l’insensatezza dell’esistenza senza quelle apparenti formalità che gli danno corpo.
La difficoltà maggiore di questo volume sta, a mio avviso, nella maggior necessità di sintesi che l’autore si trova ad operare. Nelle altre due storie le autrici erano riuscite, con virtuosismo, a non operare quasi tagli alla narrazione tramite un sapiente uso della didascalia; qui era a mio avviso impossibile nei termini dati, anche per il maggior peso che hanno i vari personaggi minori, che tanto minori non sono. Anche negli altri due romanzi infatti abbiamo dei complementari importanti, ma il Barone Rampante è uno, i Visconti Dimezzati due, gli altri personaggi si definiscono in relazione a loro ma non possono usurpare tale titolo.
In questa storia, invece, tutti i personaggi, complice la kafkiana burocrazia cavalleresca dell’impero carolingio o le semplici disavventura della vita, sono in qualche modo Cavalieri Inesistenti. Quindi più vicende da intersecare nell’enterlacement ariostesco, e con maggior peso specifico.
Notevole la scelta di mantenere la voce narrante, per la sua importanza narrativa, e non solo per il finale a sorpresa, ma per il gioco di scatole a cinesi che viene a generare nei livelli di narrazione del testo, segnando questa storia di cornice con toni seppiati che contrastano con quelli pastello prevalenti nella storia e della cover. Suor Teodora, cavaliera (momentaneamente) inesistente, anticipa così lo stesso Agilulfo che appare in una magnifica inset page cruciforme.
Come accennato, indubbiamente un protagonista come Agilulfo rende particolarmente arduo il compito del narratore, in quanto per definizione è un personaggio freddo, asettico, con cui non si può empatizzare più di tanto. Inoltre, a livello visivo, nel fumetto il suo essere un robotico uomo-armatura si traduce in una fissità grafica ovviamente delicata da maneggiare. Per certi versi, Sualzo risolve la questione in un modo che mi pare analogo a un grande esempio di romanzo a fumetti con un protagonista dal volto fisso: “V for Vendetta”.
V è lì il simbolo dell’anarchia ridotta a pura forza distruttrice, come è per certi versi necessario contro un totalitarismo perfetto, e gli autori sono bravi a portare il lettore a interrogarsi su quali emozioni si celino dietro la maschera. Agilulfo, in Calvino, mi pare appunto più un puro principio razionale. Da qui la sua necessaria dissoluzione finale, in cui dona la propria armatura a Rambaldo: non un momento triste o drammatico, ma il giungere alla consapevolezza di Agilulfo del suo essere pura funzione, e che una funzione, anche nobile, non può esistere senza l’uomo che la incarna.
L’Agilulfo di Sualzo, pur nella fedeltà forte propria di questi adattamenti, mi pare a tratti assumere una dimensione più melanconica. Il cavaliere inesistente non c’è, ma a tratti, più che in Calvino, mi pare che vorrebbe esserci.
E poi appaiono gli altri cavalieri, inesistenti a vari livelli: tutti i personaggi introdotti, non a caso, dalla bella copertina.
Rambaldo, che vorrebbe una vendetta grandiosa che gli viene sottratta dal grigiore computistico che regola la grande guerra (burocrazia che imprigiona anche Artù, melanconico sovrano di buon senso che rimpiange i tempi in cui i cavalieri partivano all’avventura).
Gurdulù, l’homme savage, l’antitesi del cavaliere – che “c’é”, invece, ma “Non sa di esserci” – che nell’epica cavalleresca rappresenta con irrisione il mondo contadino, e in Calvino acquisisce lo stesso valore di metafora sociale, ma ribaltata: i contadini che, anche loro, “non sanno di esserci”, diventano consapevoli della loro esistenza e, a quel punto, sconfiggono i decadenti Cavalieri del Graal, che hanno pervertito l’ideale cavalleresco.
Non a caso, e si coglie anche nel fumetto, in parallelo con la loro vittoria anche Gurdulù diviene più capace di ragionamenti, anche se strampalati. Se il Cavaliere è “poco fumettistico”, mi pare (o almeno poco cartoonistico), Gurdulù si presta bene alla comicità anche basica che rappresenta nel romanzo, e viene quindi ben utilizzato da Sualzo, come già da Calvino, nei vari momenti comici.
Altre variazione sul tema del cavaliere è Bradamante, il cavaliere-donna del Furioso (la cavaliera?) che qui si associa al tema della sua ricerca del cavaliere perfetto, cosa che la porterà a innamorarsi di Agilulfo per poi superare questo amore astratto per uno concreto. Ma su questo non sviluppo troppo il ragionamento per evitare spoiler, come fa del resto anche Sualzo nella copertina.
Torrismondo, invece, sviluppa il tema dell’incesto, forse con una ripresa del Re Torrismondo (1587) del Tasso che sviluppa questo tema (Torrismondo, come Agilulfo, è comunque nome di sovrani altomedioevali). Se nel Tasso il dramma porta alla morte i due protagonisti, qui un felice gioco di prestigio risolve la situazione, che ricorda un po’ l’analogo ribaltamento de “La vita è sogno” di Calderon de la Barca, dove alla fine l’oscura maledizione che regge tutto il dramma alla fine non si compie perché gli uomini si ricordano di avere il libero arbitrio, e che il loro destino non è scritto nel fato. Ovviamente poi Calvino scrive ormai nel secondo Novecento, e quindi viene il dubbio che a esser messo in discussione non è solo il modello dell’Edipo di Sofocle ma anche la sua restaurazione ad opera di Freud.
Insomma, tutti questi personaggi di contorno, importanti per l’intreccio di gusto ariostesco e per la sottigliezza dell’immagine metaforica, pongono come detto indubbiamente una sfida non da poco nell’interpretazione fumettistica, in quanto l’affollamento di figure e la loro complessa intersezione non è facile da rendere nell’arco di un fumetto non lunghissimo – 129 pagine, sull’ordine di grandezza di un albo bonelliano per una storia chiaramente molto più densa.
Tuttavia Sualzo riesce a conferire ai personaggi una loro riconoscibilità e un certo spessore al loro arco narrativo. Nonostante lo stile volutamente semplice ed essenziale, o forse proprio grazie a questo, la recitazione dei volti e dei corpi esprimono bene l’umanità di tali figure, anche con un certo gusto di impalpabile ironia, la necessaria leggerezza calviniana (concetto di cui si abusa, ma che in questa trilogia è ben presente) a un testo adattativo che, per la particolare densità di vicenda, rischiava di divenire sovraccarico.
Un accenno merita anche l’accurata gestione dello spazio: con architetture curate e seducenti di castelli e abbazie, paesaggi variegate, marine, grandi mappe d’Europa percorse a volo d’uccello (fedeli all’Ariosto che dichiarava di viaggiar più volentieri “con Tolomeo”, ovvero con l’immaginazione e con un mappamondo sottomano). Sualzo crea così un labirinto che, in qualche modo, viene esaltato anche dall’intreccio formate dalle stesse griglie di ogni tavola, dal montaggio semplice alla lettura ma molto variato. Frequenti anche visioni “laterali”, che rappresentano il movimento dei cavalieri sullo scenario, come in certi vecchi platform a 8 bit.
Insomma, Sualzo mostra una capacità che i rinascimentali avevano cara: la sprezzatura , la capacità cioè di gestire con apparente facilità un compito difficile. Un tema che il perfetto cavaliere deve interpretare nella vita di corte e di guerra, un virtuoso artista nella sua opera. Sualzo gestisce un adattamento, come crediamo di aver dimostrato, “difficile” senza apparenti, enormi virtuosismi, con uno stile tutto sommato piano, “facile” all’apparenza, per il lettore, ma di complessa realizzazione. Il risultato è un volume di grande piacevolezza nella lettura, che completa bene questo trittico di adattamenti.
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Concludo con la nota didattica che mi è cara in questa sede, da docente di lettere e storia alle superiori.
Come già accennato analizzando le due opere precedenti, si tratta di lavori perfetti per l’introduzione del fumetto a scuola, perché Calvino non è solo autore importante in sé, ma in questa riscrittura trilogistica del mito dell’eroe cavalleresco si presta perfettamente ad essere affrontato in una classe terza, quando si introduce ampiamente il tema del romanzo cavalleresco stesso, dalla Chanson de Roland con cui si apre il programma del terzo anno fino alla Gerusalemme del Tasso che lo chiude.
La riflessione di Calvino – qui più marcata che negli altri due, che comunque la presentano – sul senso del cavaliere, sul senso dell’eroe, oltretutto permette di ragionare a più ampio raggio su questo tema.
Calvino, inoltre, poneva con una ironica provocazione (ma non troppo) la centralità di Ariosto nel canone come modello di scrittura, ritrovandovi quelle qualità eternate dalle Lezioni Americane, e quindi suggerendolo in implicita alternativa alla duplice grandezza di Dante e Manzoni, forse anche per la sua indubbia maggior laicità. Ecco quindi che la lettura di questo suo Cavaliere, il più ariostesco della trilogia, può essere prezioso all’interno di tale riflessione.
Credits
© 2024 Eredi Calvino e Mondadori Libri S.p.A., Milano, per la presente edizione
© 2024 Sualzo, per le illustrazioni










