"Spigole" di Faraci: un romanzo sul fumetto Bonelli

“Spigole” di Faraci: un romanzo sul fumetto Bonelli

Tito Faraci, curatore di Feltrinelli Comics, esce in questi giorni in libreria con “Spigole”, romanzo pubblicato appunto per Feltrinelli dove l’autore descrive, in forma naturalmente romanzata, il mondo del fumetto. Vengono in mente i romanzi di Tiziano Sclavi, “Le etichette delle camicie” e “Non è successo niente”, che negli anni ’90 avevano ricostruito – in chiave letteraria – l’ambiente della Bonelli in quei tempi di crescita tumultuosa.

Tito Faraci è uno dei più rilevanti sceneggiatori italiani attuali, non solo in Bonelli. Emerge negli anni ’90, con la sua lettura noir delle avventure di Topolino, poi raccolte in “Topolino noir” (2000) dall’Einaudi. Nel 1997 lavora a PKNA, le nuove avventure di Paperink (“PiKappa”), un parallelo rinnovamento fumettistico del mondo dei paperi accentuandone la chiave fantascientifica. Nel 1999 avvia la collaborazione con la Bonelli, iniziando a scrivere Dylan Dog (e, per l’Astorina, “Diabolik”, dal 2001, di cui realizza anche questa brillante parodia con la Ziche), di cui, di recente, sta curando lo spin-off “metanarrativo” Daryl Zed. Crea poi in Bonelli il suo “Brad Barron” (2005-2006), per poi passare a Tex (2007). Nel mentre, storie Marvel e altre storie per Topolino, alcune particolarmente prestigiose, come la collaborazione con Baricco per la trasposizione fumettistica di “Novecento” (2008). Attualmente, come detto, è anche il curatore di Feltrinelli Comics, una delle più prestigiose collane di fumetto da libreria (o di graphic novel, se preferite) in Italia.

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Il protagonista di questo romanzo, Ettore Lisio ha numerosi tratti in comune con Faraci, a partire dal nome di origine classico-romana (non so da dove derivi invece il cognome, che richiama un minuscolo comune della mia provincia di Cuneo). Ma, come ha chiarito anche Faraci ad Adnkronos, non coincide tout court con l’autore, come vedremo: anche se la stanchezza che dà il via alla storia (quella del fumetto seriale) è, stando a Faraci stesso, un elemento condiviso; ma che, per fortuna dei suoi lettori, non ha allontanato affatto Faraci dal fumetto, a differenza degli intenti di Lisio.

Lisio infatti decide, come chiarisce il titolo, di abbandonare il lavoro fumettistico e intende aprire una pescheria dove vendere spigole. Questo il presupposto narrativo chiarito fin dalle prime pagine (e dai testi promozionali del romanzo): in questa sede non ci interessa tanto chiarirne gli sviluppi – godibilissimi – quanto, ovviamente, accennare a una ricognizione delle parti che trattano di fumetto.

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Lisio dunque scrive “il ranger”, che è evidentemente Tex (vedi qui una sua intervista sul personaggio, del 2010), e prova una stanchezza derivante dalla “valle stretta e buia” di un canone rigoroso e ristretto, sorvegliato implacabilmente dal Boss (in cui si rispecchia probabilmente l’autore e curatore Mauro Boselli), ma anche dagli “gli esegeti del Ranger”, i lettori appassionati, custodi ancor più occhiuti della tradizione nel romanzo di Faraci (non a caso, uno di loro sarà un personaggio non molto edificante nel racconto, manifesta contraddizione tra un canone texiano amato e una condotta non rispondente a quei valori di rigorosa legalità, diciamo).

L’interlocutore romano dello stanco Lisio, “Roberto”, è con ogni probabilità Roberto Recchioni, da lui contattato per ragionare insieme di soluzioni ingegnose per i pericoli in cui si trova impelagato il Ranger, che deve sempre uscirne brillantemente (e, in seguito, anche lo stesso Lisio). A margine, il percorso con cui Lisio entra in Bonelli non è quello di Faraci, che arriva da Disney, ma è al limite affine a quello di Recchioni (Lisio crea un riuscito personaggio nella maggiore libertà creativa dei bonellidi, sull’onda di Dylan Dog, in modo simile a quanto fatto da Recchioni – con Bartoli – in “John Doe”). Lisio, comunque, sembra più rimanere una proiezione – volutamente imperfetta, secondo i canoni dell’autofiction – di Faraci stesso.

Appare interessante – in una lente piuttosto critica – il tipo di lavoro dello sceneggiatore texiano nel racconto di Faraci: le parti macroscopiche della trama devono rimanere assolutamente identiche. Il Ranger è sempre sulle tracce di banditi messicani e simili, colpevoli di qualche classico colpo criminale da vecchio West. Se però nei temi è sostanzialmente vietato sperimentare (dove, pare di intendere, Lisio magari si divertirebbe a farlo), ogni singola scena va risolta in un modo che costituisca una variazione rispetto all’elefantiaco canone preesistente, inventando sempre un nuovo tipo di sparatoria coi messicani, sempre un nuovo tipo di scontro con belve feroci.

Appare interessante anche la ricostruzione accurata dei metodi di lavorazione e di correzione di una storia, laddove si generi una ridondanza secondo la valutazione del curatore (e guai a sostenere che una di queste “sia voluta”, giustificazione da principianti): i moduli vengono riscritti e reinseriti senza troppi problemi.

I blogger milanesi Pietro Mori e Sandro Barbieri, recensori spietati di fumetti (anche di Lisio) sono un probabile rimando a due critici di fumetti milanesi quali Interdonato e Battaglia. Faraci, per interposizione, pare apprezzare la critica in quanto spietata: “Ettore Lisio era quel tipo di autore che, sotto sotto, si chiede sempre che cosa stia dietro a una recensione favorevole: quale scambio di favori o proposta di alleanza.”

La Spigola, nel dialogo con i due blogger divenuti amici, diviene il (positivo) contraltare del fumetto: “Non ci sono i Grandi Classici della Spigola, a cui baciare il culo tutto il giorno.”. “Non c’è da pensare. Se è fresca, è fresca. Non succede che sembra che non sia fresca, però è perché qualcuno ha fatto un’operazione revisionista e sono io che non capisco, non ci arrivo. Non c’è il meta-pesce. Non c’è il revival del vecchio pesce. Non torna di moda il pesce di una volta.”

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Il rapporto di Lisio con Doc Diablo – il suo bonellide – è interessante, perché ricostruisce il periodo di fermento del fumetto da edicola negli anni ’90, sulla scorta di Dylan Dog. Demone incarnato che diviene esorcista, mescola il rimando a Devilman con – in modo involontario, probabilmente – l’attuale Samuel Stern, allitterante esorcista irregolare (il nome rimanda a fumetti bonellidi successivi a Dylan Dog che dovevano avere la “D”, magari doppia, nel nome). Lisio vive – per ragioni non solo strettamente fumettistiche – il rapporto con Doc Diablo come un peccato di gioventù da cui liberarsi, una serie vitale ma ingenua che ritiene di aver superato, e il culto che le viene tributato dai recensori web diviene fattore di irritazione (si cita l’immaginario webmagazine “Pensieri fra le nuvole”, dove viene recensito da Simone Alberighi, citazione del vero nome di Sio, con cui Faraci ha scritto alcuni libri). Lisio tuttavia è scettico anche sul culto delle graphic novel (“sono fumetti!”, afferma), da buon autore del seriale/popolare.

Anche quando la storia ha una svolta ad effetto piuttosto riuscita, restano citazioni (in primis ad Andrea Pazienza, tramite un nuovo comprimario) che rendono godibile la narrazione, mantenendo il clima fumettistico del racconto. Forse è proprio questa parte più propriamente “noir” ad avere una svolta verso la conclusione piuttosto rapida, quando – affezionatisi ai personaggi – si sarebbe potuta desiderare una partita a scacchi più complessa tra eroe e antagonista. Resta comunque un romanzo godibile, in primis per gli appassionati di fumetto bonelliano, che possono godere un “dietro le quinte” gustoso e romanzato della loro casa editrice preferita.