Sienkiewicz e la legittimazione del fumetto

Sienkiewicz e la legittimazione del fumetto

Sienkiewicz non è solo un grande autore, ma ha fornito un contributo particolarmente brillante al rapporto tra letteratura e fumetto. Parliamo, naturalmente, dell’autore fumettistico, Bill (nato nel 1958 negli USA), e non dell’omonimo Nobel per la letteratura polacco del 1905, Henryk – a tale proposito, sarebbe interessante un adattamento di Quo Vadis (1896), l’opera più famosa di Henryk, per mano di Bill: ma non divaghiamo.

Bill Sienkiewicz inizia la sua attività fumettistica come disegnatore nei primi anni ’80, sul fumetto supereroico: nel 1986, su testi di Frank Miller, realizza il suo primo grande capolavoro, la miniserie Elektra: Assassin (1986-1987), tra i capisaldi del rinnovamento supereroico in corso in quegli anni, assieme a pilastri come Watchmen di Alan Moore o il Dark Knight di Miller stesso. La sua Elektra, però, è l’opera più dirompente dal punto di vista puramente visivo, con l’uso di inserti materici sulla tavola fumettistica – concepita in modo sostanzialmente pittorico per la realizzazione tecnica – e con un segno che riprende, in modo completamente maturo e fatto proprio, influssi dall’astrazione novecentesca.

Nel 1988, come autore completo, realizza Stray Toasters: opera ancor più sperimentale che, però, non riscuote un successo paragonabile alle precedenti, come pure Big Numbers, avviata in cooperazione con Alan Moore nel 1990; anno in cui realizza anche la versione dei moderni Classic Illustrated di Moby Dick.

In mezzo a queste esperienze – più sperimentali o “colte”, ma di minor successo – si colloca la vignetta riportata in apertura, che è del 1989 (come da firma in basso a destra). Lo stile affollato rimanda a quello della vignettistica più classica, rispetto alla maggiore sintesi moderna: inoltre, è pienamente sequenziale, pur non avendo vignette, in quanto le varie battute costruiscono di fatto una narrazione compiuta.

Partendo da sinistra, troviamo gli Adult Media che attendono come un fratello il fumetto. Abbiamo Achab, il capitano di Moby Dick (che l’autore a breve adatterà), Holmes e la piccola Alice. Non è una triade casuale: rappresentano rispettivamente il Grande Romanzo d’autore, il Romanzo d’intrattenimento (il giallo classico, nel caso di Holmes) e il Romanzo per l’infanzia, con tre casi che nessuno sano di mente potrebbe escludere dal canone.

Notiamo che, se Achab e Alice si limitano a incoraggiare il fumetto a un ultimo sforzo verso la legittimazione, Holmes osserva che “non è una questione così elementare” e lo stregatto dichiara che “non è una cosa da ridere”, mentre siede su vari fumetti: non ho riconosciuto quello con la cover “Ca… Jack” (Captain Jack esiste, ma è molto minore); gli altri sono Elektra, (Love and) Rockets, Miracle Man e Watchmen (nelle mani di Alice). Tutti esempi di quegli anni che dimostrerebbero come il fumetto è ormai maturo.

Il fumetto, anzi, il Comic Book più esattamente, vestito da supereroe generico (il mantello e il copricapo è alla Batman) si sforza di attraversare la Linea verso i media adulti, che recita “una sola direzione”, “non si torna indietro” coi cartelli collegati. Solo un problema minore di percezione dei fumetti come spazzatura per bambinoni poco intelligenti, dichiara, mentre continua a ripetere di aver “attraversato la Linea”.

Ma non è vero (benché sia sul punto di farlo): il suo lungo mantello – come quello che era costato la vita a Dollar Bill… – è trattenuto da una vecchia signora, la Morale Pubblica (con una vistosa benda sugli occhi: indice della sua totale cecità alla evidente dignità artistica del fumetto), che gli rimprovera di essere ancora un bambinello di “soli cinquant’anni”, di tornare a fare il bravo e giocare col fratello, i fumetti dei giornali (il nome sul camicione ricorda proprio lo stile di Yellow Kid, il “primo fumetto” secondo una diffusa, benché semplicistica, vulgata, risalente al 1895). In questo modo, circolarmente, la vignetta ricorda anche appunto lo stile di quelle grandi vignette domenicali, quelle “splash page” antelitteram dove veniva mostrato satiricamente il variopinto mondo delle strade di New York.

La prima considerazione, inevitabile, è come qualche elemento della satira mantenga una sua efficacia ancora oggi, a ormai trent’anni di distanza. Il bambinone ormai ha 80 anni, non 50: e se Sienkiewicz contava dal 1939 circa, con la nascita dei supereroi (Superman è del 1938, Batman del 1939), il fumetto avventuroso e i comic book sono almeno dieci anni più antichi, se contiamo dai primi fumetti avventurosi come Tarzan (vedi qui).

L’elemento che appare più vero, probabilmente, è il trionfalismo eccessivo di presentare ogni riconoscimento tutto sommato ormai normale del fumetto come qualcosa di incredibile ed eroico: che è proprio la spia di una ancora imperfetta normalizzazione. Tuttavia, di fatto questa legittimazione è ancora imperfetta: e se un entusiasmo eccessivo è ingenuo e controproducente (“Surtout pas trop de zèle”, ricordava un diplomatico abilissimo come Talleyrand) è a mio avviso interessante segnare le tappe di questa evoluzione. L’ironia della vignetta è sapida ed azzeccata: ma, in effetti, una transizione nella percezione collettiva raramente avviene in modo istantaneo, ma per slittamenti successivi.

Ed è indiscutibile che di “passi oltre la linea” se ne sono aggiunti molti altri. Il primo, probabilmente, era stato la vittoria al Pulitzer di Maus di Spiegelman nel 1986: che ebbe anche un seguito nel nuovo rapporto tra fumetto e letteratura, di cui abbiamo parlato qui. Oggi credo che la situazione sia particolarmente fluida per quanto riguarda il caso italiano: la nuova Bonelli di questi anni ’10 da un lato, la sempre maggiore legittimazione di Gipi e Zerocalcare dall’altro, indicano che perlomeno la transizione continua.

(un ringraziamento a Marco Apostoli che mi ha fornito la vignetta spunto di partenza per questa analisi e riflessione)