L’uomo d(ell)a Providence

Providence

Ho finalmente letto Providence (2015-2017), il celebre recente fumetto di Alan Moore ambientato nel mondo di H. P. Lovecraft. Non si tratta di un classico “adattamento a fumetti” di una singola opera letteraria, come quelle di cui mi sono occupato in prevalenza su questo blog: Alan Moore piuttosto utilizza il materiale narrativo delle opere lovecraftiane per costruire un nuovo lavoro che riprende quell’orrore e lo risignifica profondamente.

L’operazione è quindi estremamente complessa, come spesso Alan Moore ci ha abituato. Va tra l’altro premesso che lo stesso Lovecraft favorì con entusiasmo la nascita di una “scuola del New England” che riprendesse la sua mitologia, contribuendo a mantenerne in vita la fama e l’influenza (un processo “virale” ante-litteram, elemento su cui Moore riflette nell’opera). Anche il fumetto ha una sua lunga storia di adattamenti lovecraftiani, ben ricostruita (in parte) in questo interessante approfondimento qui. Alan Moore si inserisce quindi in un filone previsto e in qualche modo prescritto dall’autore, ma al tempo stesso lo scardina profondamente.

Il rapporto con il corpus mooriano.

Lovecraft

 

Non è la prima volta che Moore si confronta con H.P.L.: accenni al suo lavoro appaiono nella Lega degli Straordinari Gentlemen (1999), un pastiche di tutta la letteratura fantastica di fine Ottocento e inizio Novecento. Qui, però, il rimando a Lovecraft è marginale, e comunque fuso in un calderone molto più vasto dove tali riferimenti incidono relativamente poco.

Neonomicon

Ma, soprattutto, è Neonomicon (2010), già con Burrows ai disegni, ad avviare un lavoro su Lovecraft a cui si ricongiungerà questo Providence. Già qui il lavoro su Lovecraft è intanto più centrale, e poi più meditato: la cornice a noi contemporanea, tuttavia, rende il rimando al mondo dei suoi miti ancora piuttosto distante. In ogni caso, il Neonomicon è strettamente connesso a Providence, e costituisce una lettura preliminare pressoché obbligata.

From Hell

Con Providence dunque il tema lovecraftiano diviene assolutamente centrale: siamo negli anni di Lovecraft, nell’America che fa da sfondo alla vita dell’autore e ai suoi racconti. Le citazioni dal corpus lovecraftiano sono minuziose, precise, accurate, oggetto evidente di un maniacale studio dell’autore. Un lavoro che ricorda un simile, parallelo scavo storico operato da Moore: quello sul primo serial killer riconosciuto, Jack Lo Squartatore, oggetto del suo notevole From Hell (1991-1996). Qui siamo nell’Inghilterra di fine ‘800, ovviamente, mentre con Providence siamo negli USA del 1919: ma lo sviluppo che Moore dà alla vicenda di Jack – seguendo una mitologia consolidata nella pop culture, che Moore eleva a livello dell’arte – va nella stessa direzione della lettura data di Lovecraft: dietro a queste figure si nasconde l’intricato complotto di una complessa scena occulta.

Watchmen

 

La struttura dell’opera ricorda poi per alcuni versi quella del più noto capolavoro mooriano (alla pari con V for Vendetta), Watchmen (1986), in cui riscrive il mito dei supereroi. Innanzitutto la scansione in dodici parti (che in Watchmen ha un valore simbolico ancora più intenso, in connessione col tema dell’orologio), e poi l’alternanza di parti fumettistiche e corpose parti testuali (qualcosa di analogo ricorre in alcuni capitoli dei Gentlemen). Una natura ibrida che, a rigore, renderebbe queste opere a cavallo tra fumetto puro e letteratura, pur nel prevalere della prima componente. Tuttavia in opere così stratificate non ha poi un così grande rilievo il mero dato del numero di pagine, e in Providence l’importanza delle parti testuali è forse ancora più rilevante per dare un dettaglio che potrebbe essere rivelatore nell’interpretare un oscuro episodio.

Providence: i testi di Moore, i disegni di Burrows.

Yellow Sign

La trama di partenza è, in teoria, semplice: il giovane Robert Black (riflesso del Robert Blake lovecraftiano), brillante giornalista e aspirante scrittore, inizia a indagare sui misteri connessi ai miti lovecraftiani, addentrandosi sempre più nei misteri che essi contengono. In questo modo Black, araldo oscuro degli Antichi contro la sua consapevolezza e il suo volere, diviene la guida del lettore nella discesa agli inferi del cosmo di Chtulhu e terrificanti soci. La trama viene fin da subito infarcita da Moore di rimandi dettagliatissimi al corpus lovecraftiano, che possono essere decrittati solo con una guida annotata, come la preziosissima Facts in the Case of Alan Moore’s Providence di Joe Linton (qui). La guida è stata anche tradotta in italiano, con nuove annotazioni, qui, sull’interessante blog dal dannunziano titolo di Cronache bizantine, di Zeno Saracino.

La collaborazione con il disegnatore Burrows è, come accennavamo, ottimale: lo stile di Burrows – minuzioso, maniacale, dettagliatissimo, e (funzionale anche questo) non eccessivamente “bello” come segno, con la precisione che vince sempre sul piacere visivo puro – è ideale nel permettere a Moore di intarsiare dettagliatissime, microscopiche citazioni anche nei disegni, pensate per un lettore di fumetti afflitto da insonnia ideale.

Sotto un profilo contenutistico, vanno annotate alcune particolarità, che conferiscono complessità all’opera. Innanzitutto, Black è omosessuale, in un’epoca in cui questo comporta gravi persecuzioni nell’America puritana sulla soglia del proibizionismo. Egli è così costretto a rimanere celato, nascosto, in un nascondimento parallelo a quello delle creature lovecraftiane. Un modo anche per rileggere in modo critico l’omofobia e la xenofobia di Lovecraft, figlie della sua epoca ma anche delle paranoie personali dell’autore, ma soprattutto – e qui è la valenza maggiore – per sovrapporre alla paranoia sovrannaturale la paranoia naturale di una soffocante oppressione (più sullo sfondo, qualcosa di analogo vale per le donne, i lavoratori, i neri). Tra l’altro nell’opera si sembra sottolineare che i due tipi di paranoia sono accostati, ma l’una non diviene metafora dell’altra: ogni qual volta che Black legge, erroneamente, i testi di Lovecraft ed altri come “allegorie” commette una serie di errori che finiscono per ritorcersi contro di lui.

In second’ordine, il mondo descritto da Moore è molto simile al nostro, ma non è il nostro: se in Neonomicon vi erano le grandi cupole protettive a distinguere il loro presente da quello reale, qui l’elemento di distinzione (prima delle cupole, che appaiono anche qui: è lo stesso mondo di Neonomicon) è dato dall’esistenza di cabine di suicidio che consentono una sorta di inquietante eutanasia assistita, presentate fin dall’inizio. Un elemento che mantiene chiaro, fin da subito, il gioco multidimensionale tipico di Lovecraft.

Providence: il lavoro sulla griglia e sul montaggio.

Providence

Il tutto è servito da un lavoro magistrale sulla griglia fumettistica.

La griglia adottata in entrambe le opere è infatti, di base (come già nel Neonomicon), quella costituita da quattro pannelli sovrapposti, come nell’esempio qui sopra, richiamando per certi versi uno schermo cinematografico. Lo schema può essere spezzato da una splash page, abbastanza frequente, o dall’unione di due vignette in una quadrupla: ma la struttura è basata fortemente su questo modello. Lo schema diviene poi verticale in occasione della discesa in altre dimensioni tramite l’inconscio dei personaggi: ma è una variazione che rafforza lo schema di partenza.

Moore usa però un altro sottile stilema con enorme efficacia: il contorno delle vignette è impercettibilmente irregolare; in alcuni casi, però, diviene squadrato (la forma più tipica del fumetto) quando la scena è osservata da qualcuna delle creature superiori che, dai loro intermundia, seguono in vorace, inquietante attesa le azioni degli inconsapevoli umani. Agendo quasi ai margini della percezione, ha un effetto subliminale, quasi ipnotico, che ne aumenta l’inquietudine.  Le vignette dal contorno squadrato vengono  ri-significate: non è più una scena generica, ma è la soggettiva di un essere esterno, inquietante.

Lo sfondo, come possiamo notare, è sempre nero. La cosa può apparire un puro stilema estetico, ma il protagonista, Robert Black, richiama nel nome il nero, oltre a rimandare all’eroe lovecraftiano quasi omonimo Robert Blake. Black – come si coglie fin dall’esordio dell’opera – svolge il ruolo di un riluttante araldo delle potenze degli Antichi giunti alla soglia del loro risveglio, e fin qui la cosa è un classico lovecraftiano molto ben giocato.
C’è un altro “araldo che viene dal nero”, fuori dai contorni delle vignette: il lettore che (come gli inquietanti e mai del tutto chiariti “osservatori occulti” implicati dal testo) esamina ciò che avviene in “Providence” da un’altra dimensione.

Inoltre, in questo modo viene abolito il segno di contorno che delimita le vignette: ma ogni tanto esso viene reintrodotto, tendenzialmente per marcare una sequenza onirica, che non si verifica davvero (mentre le scene dai bordi squadrati sono reali, ma con una “presenza” non visibile). Una marcatura, di nuovo, minima, subliminale, che va osservata dal lettore con cura.

Ma dove il montaggio si rivela particolarmente brillante nell’adattare la cosmogonia lovecraftiana è nel “time out of joint” tipico dell’autore. Lo spaziotempo si infrange e si decompone, riassemblandosi in nuove sequenze spezzate. Una sensazione che è resa perfettamente dalla sequenzialità del fumetto, ancor meglio che dalla narrativa (quando, naturalmente, a maneggiare le sequenze è una mano magistrale).

Lo scorrere del tempo è infatti nel fumetto una convenzione (in continua evoluzione) che si sviluppa grazie a una forte collaborazione del lettore nelle closure temporali e causali: Moore va gradualmente – coerentemente con l’orrore cosmico messo in campo – a decostruire le closure tra varie sequenze, fino a uno stordimento e uno sperdimento assoluto del lettore, che non è però un facile onirismo ma una pista che – con enorme fatica – si può ricostruire appunto con uno scavo paranoide nel testo (difficile farlo del tutto). John Carcosa (già in Neonomicon) costituito da una sottile sovrapposizione di “fogli dimensionali” è un evidente rimando a questa tridimensionalità impossibile delle vignette (parallela alla “quadridimensionalità impossibile” della nostra realtà).

Carcosa

Providence: alcune provvisorie conclusioni.

Nel modo che abbiamo sommariamente descritto, Moore riesce dunque a introdurre una miriade di layers interpretativi: l’inquadratura, le simmetrie di tavola, i dettagli nascosti nei più minuziosi particolari.

Il punto dove questa vertiginosa molteplicità di piani diviene esplicita è nell’apertura del terzo volume (o, nella scansione originale in 12 puntate, all’inizio del capitolo 10, che apre l’ultimo terzo del lavoro). “Come ti ha trattato Providence finora?” chiede un personaggio all’io narrante Black, visto in soggettiva dal lettore. Ci sono quattro sensi che si sovrappongono: quello letterale (Black è giunto a Providence), quello allegorico che potrebbe cogliere anche Black (“come ti ha trattato la Provvidenza?” ci torneremo), quello simbolico che può cogliere il lettore, su Black (“come ti ha trattato il romanzo a fumetti Providence?” di cui Black, ma non noi, ignora l’esistenza) oppure su sé stesso, rivolgendo questa domanda non al personaggio-mediatore ma, appunto, al lettore stesso. Quattro sensi per una semplice battuta di dialogo, come i quattro sensi dell’esegesi biblica o dantesca: il che fa intravvedere la difficoltà di un’analisi di quest’opera che non sia un lavoro equivalente perlomeno a una tesi universitaria.

La domanda tra l’altro è ironica, nel senso metaletterario, ma anche sarcastica su tutti e quattro i livelli: Black è stato violato (non solo figurativamente) in vari modi possibili nel suo progresso nella terrificante conoscenza dei miti lovecraftiani. Alla rigida censura della sessualità di Lovecraft, infatti, Moore oppone un’iper-sessualità estremamente esplicita, dichiaratamente pornografica, più drammatica qui che in Neonomicon, mai gratuita e sempre funzionale nel far emergere, freudianamente, quello che in Lovecraft era inquietante perché implicito.

All’opera aggiunge qualcoa, probabilmente in modo volontario, anche il traduttore Leonardo Rizzi. Il diario di Black è infatti definito “Zibaldone”. Definizione corretta, anche se dotta e, ovviamente, tutt’altro che neutra: il nome oggi si associa infatti quasi esclusivamente all’omonimo Zibaldone di Leopardi, le sue annotazioni filosofiche poi trasposte nelle sue opere poetiche e narrativo-filosofiche (le Operette morali). La cosa crea inevitabilmente un’eco tra l’orrore cosmico di Lovecraft-Moore e il pessimismo cosmico (ci si consenta questa sintesi oggi messa in discussione) di Leopardi: due materialismi nichilistici fondati sull’analogo “solido nulla” di un cosmo indifferente all’uomo, se non di fatto ostile. Cthulhu che si erge nella tempesta e la Natura che sorge dalle montagne per dialogare con un coraggioso Islandese hanno qualche parentela tra di loro, in fondo. Se da un lato la citazione è gustosa, il fatto che essa legittimi una nuova lettura (Leopardi/Lovecraft/Moore) non prevista dall’autore evidenzia come l’opera andrebbe probabilmente, qui più che in altri casi, letta in originale. La cosa curiosa è che proprio Moore invece riprende un tema caro all’altro grande autore italiano dell’Ottocento, Manzoni. Il discorso su Providence (la città di Lovecraft, che ritorna mascherata nei suoi racconti) diviene un discorso anche sulla Provvidenza, ovviamente per rovesciarne la positività: se c’è un destino provvidenziale, è indifferente a noi e per noi pericoloso, e provvede solo alla nostra distruzione con il risveglio di forze più grandi di noi.

Martin Mystere   Martin Mystere e Lovecraft

Infine, il multiverso lovecraftiano era già stato esplorato da Alfredo Castelli ne La casa ai confini del mondo, su Martin Mystere nel 1982, con paradossi molto simili a quelli che mette in campo anche Alan Moore. Ciò non implica certo una derivazione dell’autore inglese, ma semplicemente una comunanza di temi.

Al di là di questo possibile “capitolo italiano”, l’opera è quindi di una notevole, ammirevole e affascinante complessità filosofica: non solo si adattano le concezioni già avanzate di Lovecraft, ma esse vengono ulteriormente problematizzate con una consapevolezza più ampia del discorso nichilistico (aggiornamento che deriva a Moore, ovviamente, anche solo dal trovarsi dall’altro capo del Novecento, e dallo sfruttare un progredire del dibattito scientifico e metafisico). Un grande affresco di nichilismo “cosmico”, un nuovo tassello della Grande Opera del Bardo di Northampton.