Il principio della Ragione.

Su questo blog interno de Lo Spazio Bianco mi occupo del rapporto tra fumetto e letteratura: in prevalenza, mi sono concentrato sul tema degli adattamenti letterari a fumetto, ma il rapporto naturalmente va oltre questa prima forma più ovvia (su questo tema, rimando all’introduzione del blog, qui).

L’uscita de La fine della ragione di Roberto Recchioni, primo titolo prodotto dalla neonata collana Feltrinelli Comics, rientra in questo caso più esteso, ed è uno degli apici di quel movimento di sdoganamento del fumetto nell’ambito letterario: un processo in corso da molto tempo, ma complessivamente, almeno in Italia, non ancora del tutto compiuto.

Molte sono le case editrici storiche che in questi ultimi tempi si sono dotate di una collana a fumetti: Feltrinelli è indubbiamente una delle più rilevanti in questo discorso, anche per la sua tradizione storica di editore impegnato, che rende ancor più significativa tale evoluzione. Significativa anche la pubblicazione in parallelo, a inaugurare la collana, della traduzione italiana de Un amore esemplare di Daniel Pennac (autore a cui tra l’altro deve il titolo questo mio blog) di cui ho scritto qui: lo scrittore ha una lunga e seria tradizione di frequentazione dei comics, anche come autore, ma è al tempo stesso il principale romanziere francese dagli anni ’90 ad oggi, cosa che indubbiamente corrobora questa “legittimazione letteraria”.

Il fumetto di Recchioni è dunque una delle opere seminali in questa attuale transizione, e ho trovato quindi interessante approfondirne alcuni aspetti, specialmente in relazione a questa operazione letteraria. Rimando comunque alla bella recensione di Michele Garofoli, qui su Lo Spazio Bianco, che ha costituito il punto di partenza per questa mia ulteriore riflessione.

Comics is Reading for dummies? Il Recchioni provocatore

“Naturalmente, un manoscritto.”
(Umberto Eco, introduzione a “Il nome della Rosa”.)

Dato che, come detto, il punto di questo fumetto è anche quello di una sfida “letteraria”, è interessante notare che Recchioni giochi fin da subito in contropiede, con un’introduzione-disclaimer shock che sembra riprendere le obiezioni al fumetto come “letteratura semplificata” che sono sempre provenute dal salotto della “cultura alta” (proprio nel momento, paradossalmente, in cui ci entra da una delle porte principali).

Da un lato questa intro va letta come una provocazione sarcastica, nello stile comunicativo aggressivo che è uno dei registri di Recchioni, qui più accentuato che altrove; e in parte, è anche un modo per prevenire l’obiezione avanzata da più parti – e che anche l’autore ha in certa misura riconosciuto – di un’opera che, nell’attaccare le semplificazioni del nuovo analfabetismo culturale sempre più vicino alla vittoria, ricorre a sua volta a generalizzazioni e schematizzazioni, narrativamente e argomentativamente comode.

Inoltre uno degli espedienti adottati per rispondere alla sfida produttiva del volume (rivolgersi anche al pubblico di varia, non strettamente addentro al linguaggio fumettistico più complesso) è stato quello dell’adozione di pagine e pagine di testo riassuntivo, dei walltext simili a quello dell’introduzione che sintetizzano alcuni snodi della trama. Un espediente legittimo, ma che va nella direzione di una “forma ibrida” tra fumetto e letteratura. Intendiamoci: qui siamo ancora dalle piene parti del fumetto, con ricchi inserti didascalici, diciamo. Ma sarebbe interessante capire se la cosa potrebbe essere un preludio a una maggiore crossmedialità dei due ambiti, dato l’amore di Recchioni per il mash up strategico non solo tra i generi, ma anche tra le forme letterarie.

Tuttavia, e questo è l’elemento più raffinato e postmoderno, il libro di Recchioni si apre con questo disclaimer, ma si tratta di un testo intra-diegetico: è l’Asso narratore a scriverlo, come vediamo subito, all’interno del futuro degenerato che è al centro del romanzo. Cosa che opera una mise en abime della provocazione: il fumetto diventa una semplificazione di fronte a un (futuro?) pubblico semplificato. Espediente postmoderno, metatestuale, che gioca sui livelli di lettura, e a suo modo molto letterario, in realtà (manzoniano, addirittura, per non citare esempi precedenti).

La redenzione di Asso Merril.

Si fanno libri solo su altri libri e intorno ad altri libri. […]
I libri parlano sempre di altri libri
e ogni storia racconta una storia già raccontata.
Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto,
per non dire di Rabelais o di Cervantes.
(Umberto Eco, introduzione a “Il nome della Rosa”).

La scarna essenzialità del brevissimo romanzo viene però bilanciata da un costante rimando di tematiche con tutta la produzione dell’autore, produzione a cui questo romanzo aggiunge un nuovo tassello significativo, che – in parte, come ogni nuova opera – la risignifica, rendendone più evidente il fil rouge filosofico.

Da John Doe Recchioni riprende i cavalieri dell’Apocalisse, scatenati dalla stupidità umana. La declinazione del tema è totalmente differente, e per certi versi torna direttamente alla ripresa del mito cristiano (anche la tavola “a quattro” dove essi appaiono può ricordare anche certi salteri antichi. O certi grimori). Ma un rimando di fondo, data l’importanza di questo scavo sugli archetipi in John Doe, è inevitabile e probabilmente consapevole e voluto.

Dal suo Dylan Dog, Recchioni riprende la valorizzazione della scienza medica come baluardo contro le barbarie. Un tema intersecato a filo doppio – l’autore non ne fa certo mistero – con la sua esperienza personale. In Dylan Dog è un “bilanciamento”: nelle sue storie, Recchioni va a inserire – da Mater Morbi in poi – una medicina positiva in un cosmo narrativo che, per volontà del suo fondatore Sclavi, presenta una visione sostanzialmente molto critica della scienza e dei medici, accentuata ancora da epigoni come Chiaverotti e Medda. Qui, invece, è una scelta di campo netta e completa, cui si lega anche la scena cruciale dell’opera, quella forse meglio orchestrata, in cui si evidenzia non solo la superiorità tecnica della scienza medica, ma anche quella morale.

A Orfani, infine, si collega il discorso del medioevo prossimo venturo: e anche in quel mondo l’Italia è scenario di un degrado completo. Orfani è soprattutto una riflessione sul potere, sull’arroganza delle élite e sulla inettitudine delle rivolte popolari, venate di fondamentalismo religioso (la metafora dell’ISIS è, in vari punti, lampante). Qui il focus è più sull’elemento scientifico. I due temi sono però interrelati (come lo sono, del resto, da Galilei in poi: Brecht docet) e indubbiamente ci sono parallelismi che il lettore dell’intero corpus può cogliere (ad esempio, i meccanismi di repressione inefficace dei rivoltosi). Non mancano neppure alcuni stilemi, come l’insistito culto del bushido (sotterraneo, anche quando non se ne parla apertamente: ad esempio, dalle parti di Ippocrate) che possono riandare ai Samurai concepiti di pari passo con il disegnatore Accardi.

Soprattutto, l’opera è ovviamente in continuità con Asso, che di Recchioni è il fumetto da autore completo. Il personaggio, prima protagonista, diventa qua narratore, e la trasformazione vede anche un modificarsi di ruolo: da rivendicatore di un legittimo libertinismo assolutamente egocentrato in “Asso”, questa maschera dell’autore assume qui un ruolo altruistico nell’opera di denuncia della barbarie. Denuncia rabbiosamente rassegnata, come inutile: eppure, appare evidente che non ha un ruolo di puro sfogo, stante la scena finale e forse anche il parallelismo cristologico, volutamente ambiguo: una provocatoria decontestualizzazione di un simbolo religioso, o una rivendicazione di un ruolo salvifico (o tutte e due)? A complicare le cose, Asso non è, ovviamente, solo un personaggio, ma è una (inevitabilmente ambigua) maschera pirandelliana di Recchioni stesso, a cui è intitolato il suo stesso blog, ora inattivo, ma dal 2006 al 2016 snodo importante, se non centrale, di una ampia parte della blogosfera fumettistica italiana. Per certi versi, un ruolo analogo è ora svolto direttamente dal profilo facebook di Recchioni, che è cresciuto di importanza con la centralità del social network sulla scena italiana.

Insomma, un’opera che si coglie decisamente meglio se inserita nel percorso globale dell’autore, da cui è diversa (perfino dal precedente “Asso” del 2012) ma in cui è perfettamente collocata. Interessante per il lettore che conosce abbastanza l’autore, stimolante per il nuovo lettore “da libreria” che voglia approfondire; resta un po’ il limite per il lettore che si ferma all’opera in sé.

 

Tre corone del Fumetto: Pazienza, Miller, Nagai.

L’interconnessione tra le proprie opere è un tratto comune di Recchioni, come pure l’uso di riferimenti e citazioni ad altri autori. Non è quindi nuovo il riferimento a questa triade, qui molto evidente, ma lo trovo particolarmente interessante in un’opera che, andando a parlare a un pubblico “da libreria”, può metterlo in contatto (tramite approfondimenti e recensioni) con alcune fonti del grande fumetto del Novecento a cui Recchioni si ispira (un suo maestro come Sclavi direbbe tranquillamente di copiare a piene mani). Nomi quasi ovvi per l’appassionato della nona arte, specie conoscendo l’opera di Recchioni stesso: ma non ancora così diffusi al di fuori della cerchia fumettistica.

In primis, l’italiano Andrea Pazienza, da cui Asso/blogger riprendeva (spudoratamente) il claim “La rockstar del fumetto italiano”. Pazienza qui torna in particolare nella efficacissima conclusione, oltre che in un certo uso spietato della diversa maschera biografica, e nel riuso (in chiave, appunto, autobiografica) di molti stilemi dell’immortale Zanardi (e, se vogliamo, anche il walltext a pennarellate grandi è espediente di scazzo usato senza problemi da Pazienza stesso). In second’ordine, l’americano Frank Miller, da cui Recchioni riprende il gioco del violento contrasto chiaroscurale alla Sin City, perfettamente funzionale a uno scontro radicale tra Bene e Male, Luce della Ragione e Tenebre dell’Oscurantismo (e c’è anche l’astuzia dell’espediente graficamente vantaggioso: ma il merito qui di Recchioni è di saper fare di necessità virtù, e dell’espediente arte). Infine, il nipponico Go Nagai, il riferimento forse più seminale per Recchioni: da qui non si riprendono solo stilemi e citazioni (la scena dei forconi, a metà albo, così affine al finale di Devilman) ma proprio tutta una certa struttura di fondo, la rilettura del mito dell’apocalisse cristiana in due letture profondamente diverse, ma non prive di punti di contatto.

La griglia dell’opera, infine, inserisce walltext e splash page a profusione, che se isolate deflagrerebbero il testo fumettistico. Ma il collante che tiene insieme la natura fumettistica dell’opera è la gabbia bonelliana: certo quella rivista da Recchioni più di altri, prima nel bonellide nei primi anni 2000, poi in Bonelli, con sempre più rilievo, dalla seconda metà dell’ultima decade ad oggi. Una gabbia libera, a volte, ma anche con l’uso, quando serve, del classico “mattoncino”: uno stile proprio del Recchioni “seriale”, ma a cui non rinuncia nemmeno qui, da romanziere a fumetti.

Tre Assi letterari: King, Cervantes, Voltaire. 

Non manca nemmeno una sottile trama letteraria, sparsa tra le citazioni pop ben più vistose, da Indiana Jones a Star Wars, dai Muppets alla crocifissione di Dalì (ma questa è citazione pop, o colta?). Innanzitutto, sullo sfondo, Asso Merril è in origine il bullo per antonomasia di Stephen King, e il fumetto nasce da una (profonda) rielaborazione di questo spunto provocatorio di partenza. Non necessariamente correlato a questo, aleggia nell’opera la presenza dell’eterna wasteland kinghiana, dalla Torre Nera all’Ombra dello Scorpione (dove il mondo viene distrutto da un raffreddore). Ma forse è un rimando ormai totalmente incorporato dall’autore.

Invece, intenzionalmente evocato anche se cautamente autoironico (e con l’ulteriore mediazione di Guccini) è il parallelo con Don Chisciotte di Cervantes, azzardato anche se azzeccato: un rimando non solo nella scelta di una furiosa lotta contro i mulini a vento, ma anche nell’aspetto in comune tra Asso e il Cavaliere dalla Trista Figura. Altrettanto rilevante il rimando diretto a Guccini, che ci conferma questa natura di “avvelenata” dell’intera opera (e si implica anche, forse, un subliminale sarcasmo verso noi recensori, “Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia; io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi: vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”).

Infine, l’elemento più interessante, di cui abbiamo già accennato, il rimando – caustico e polemico – alla tradizione cristiana. A un primo livello, ad essere schernite sono le legioni degli analfabeti funzionali dal cervello all’ammasso, leoni da tastiera connessi al computer da una nuova terza narice USB guareschiano-cyberpunk. Tuttavia, sarebbe un bersaglio comodo per Recchioni, in fondo, una rassicurante scelta di campo con cui concorderebbe perfino un ottimo scrittore cattolico come Chesterton, per cui “quando l’uomo non crede più a Dio, non crede a Nulla: crede a tutto”. Recchioni invece scava in profondità, e chiarisce in modo abbastanza evidente come la nuova superstizione, per lui, si saldi a quella antica. La croce apre e chiude, per certi versi, l’opera, e sempre come simbolo negativo: la riscrive, forse, Asso come nuovo salvatore,  ma lo fa rovesciandola; invece, nelle mani della terribile vecchia del villaggio diviene strumento di oppressione (eroina e antagonista principale sono due abbozzate, ma potenti figure femminili, come spesso nell’autore).

La flame della Ragione: il pamphlet neoilluminista di Recchioni.

“Il semplice illuminista è uno che crede impossibile
trovare una spiegazione globale del mondo.
L’illuminista bizantino sarebbe d’accordo,
ma sospetta sempre che forse non è plausibile neppure quello scetticismo:
è uno che non esclude che anche quella rete,
quel labirinto che è l’universo dei segni in cui siamo immersi
abbia una nascosta spiegazione.”
(Umberto Eco, sul proprio illuminismo).

E si arriva qui alla dimensione della filosofia di fondo di questo lavoro di Recchioni: l’insistito illuminismo volterriano richiamato fin dal titolo, “La fine della Ragione”. Parola chiave illuminista per eccellenza, rievocata ancor con più forza alla fine, parlando di “Fiamma della Ragione”, il Lume che si oppone alle tenebre oscurantiste ma, riandando all’inizio e agli “anni di fumetto e di fiamma”, anche con ironico riferimento al gusto del “flame” propria della maschera autoriale adottata.

Il discorso volterriano è palesato apertamente nella scena cruciale dell’opera, con l’apparizione dell’”Ultimo baluardo illuminista” (e finanche “Illuminato”): e sebbene anche gli scienziati divengano oggetto di satira per la loro complessiva inettitudine a fermare la crisi, ne viene anche celebrata la superiorità morale con la scena più efficace e, per certi versi, grandiosa del romanzo. Salvo questa scena cruciale, però, anche i presunti “buoni” di una visione illuministica sono fustigati: la scuola debole contro l’arroganza ignorante, gli intellettuali pavidi, gli scienziati rinchiusi, letteralmente, nella loro turris eburnea, i politici “in giacca e cravatta” schiacciati sul populismo più bieco.

L’arco narrativo è nel complesso pessimistico, certo, e questo potrebbe non collimare con questa lettura neoilluministica: ma non sembra affatto il pessimismo di una resa, ma quello dell’invito a una rabbiosa e poetica resistenza. In questa chiave volterriana, anche la dimensione breve, lo stile apodittico e sincopato, le astuzie narrative di mestiere si redimono a stile, e creano un pamphlet neoilluminista, un flame della Ragione parallelo a quello che Recchioni conduce quotidianamente via facebook. Volendo, il procedere spezzato e frammentario del volume potrebbe rimandare proprio alle nuove forme della narrazione via facebook, dove un profilo diviene un racconto tramite un assemblaggio necessariamente disomogeneo di stati personali, meme, note, testi più o meno ampli. Insomma, nel secolo dei lumi elettronici l’onda lunga dei novax è il nuovo Terremoto di Lisbona, e un torvo Asso, una katana in mano, ci guida a fare strame delle torme oscurantiste al grido rinnovato di “Ecrasez l’infame”.