Nel segno di Dylan. Dog, figlio di Poe.

Nel segno di Dylan. Dog, figlio di Poe.

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“Il caso Valdemar” di Edgar Allan Poe e “La zona del crepuscolo” di Tiziano Sclavi.

Come arcinoto agli appassionati di fumetti, siamo nel trentennale di Dylan Dog, che “Lo Spazio Bianco” sta celebrando, giustamente, con particolare attenzione, con interviste a tutti i nomi importanti della serie, primo fra tutti quella esclusiva (nell’ambito della critica fumettistica) a Tiziano Sclavi (vedi qui).

Per tale ragione, anche su questo blog dedicato a Fumetto e Letteratura condurremo in questo primo anno di vita un’analisi il più possibile attenta alle citazioni letterarie presenti in tale fumetto, condotta tramite gli albi più salienti; alternati ad altro, ovviamente, per non divenire monotematici. L’icona della copertina di Frankenstein, nella sequenza di vignette in alto, ha questo senso.

Va detto innanzitutto che Dylan Dog rende mainstream, nel fumetto italiano, il concetto stesso di “citazionismo”, che è uno dei cardini del postmoderno: ovvero un uso smaliziato del riferimento ad un altro testo, dello stesso medium (in questo caso il fumetto) o di altri media.

Un citazionismo che parte soprattutto dal cinema, almeno all’inizio (il primo, iconico albo riscrive il mito degli zombies come codificato da Romero), ma che lambisce spesso la letteratura.

A partire dal nome del personaggio, che fonde due citazioni letterarie: “Dog, figlio di” (1972) di Mickey Spillane (1918-2006) – che Sclavi confessò di non aver mai letto, pur apprezzando il titolo – e Dylan Thomas (1914-1953), poeta, narratore e drammaturgo gallese.

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(Dylan’s Dog)

Non era quindi un rimando, come molti lettori hanno sempre pensato, a Bob Dylan, che giusto ieri è stato premiato col Nobel, e potrebbe comunque avere un suo posto nel freak pantheon di Craven Road. Del resto, anche il neo-laureato Premio Nobel aveva assunto questo nome d’arte in omaggio al poeta (e tra l’altro, numerose sono le sue altre influenze sul fumetto, a partire da questa più nota, di cui parla Gianluigi Filippelli sul suo blog).

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Dylan Thomas

Naturalmente c’è una dose di (inevitabile) casualità nella corrispondenza, perché “Dylan Dog” era un “titolo di lavorazione” che Sclavi usava per vari suoi progetti; ma in questo caso appare però oggettivamente perfetto.

Dylan Thomas pare rimandare a quanto (molto) di “poetico” c’è in Dylan Dog; la sua lirica più famosa, di cui qui riportiamo la prima strofa e un link al testo completo (anche recitato) pare prestarsi perfettamente come temi al fumetto in questione:

And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Dead man naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

Il testo poetico completo è quiuna traduzione è qui (ma ovviamente si perde molto) ed l’analogia di temi è evidente (specie col ciclo di Xabaras, architrave della serie…), anche senza voler esagerare e inserire Dylan Thomas proprio in continuity.

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Un classico di Spillane

Spillane, invece, vale per il polo del Dylan Dog noir e poliziesco; l’opera originaria si intitola “The Erection Set” (per una sintesi, vedi qui) e introduce il personaggio di Dogeron “Dog” Kelly. Il titolo, infedele come spesso in ambito italiano (sul genere, poi, figuriamoci), è però efficace, in quanto Dog Kelly è un vero “figlio di un cane” (per attenerci alla versione edulcorata che ci hanno insegnato i western fumettistici, da Tex in giù), sia pure dalla parte dei buoni – ma si sa, “a bastardo, bastardo e mezzo” è la regola aurea dell’hard boiled.

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(La cover italiana che deve aver visto Sclavi; quella americana è molto meno minimal, molto più osè)

Un riferimento ancora più valido per la fase embrionale del personaggio, quando Sclavi lo voleva protagonista di un noir americano (sarà Sergio Bonelli a suggerire lo scenario inglese, anche per non saturare l’immaginario di “America On My Mind”); e qualcosa nel primissimo Dylan resta più vicino a questo modello ideale (pensiamo al finale degli uccisori, che è una classica soluzione “da noir” calata in ambito di supernatural fiction).

Significativo, dunque, che il riferimento testuale nel nome del personaggio fumettistico vada a due autori letterari. Le citazioni letterarie poi si sprecheranno, da Lord Dunsany in poi, ma non è strettamente il nostro interesse ricostruirle: ci premeva sottolineare però quelle costitutive del personaggio.

Tra i primi albi, un primo approccio alla riscrittura fumettistica di un grande classico è probabilmente “La zona del crepuscolo”, il numero 7, che diverrà il pilastro importante di una “trilogia del crepuscolo” connessa a sua volta con la trama portante degli zombies di Xabaras.

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(Poe ne “La zona del Crepuscolo”).

Il fumetto ha una sua completa autonomia: ma a un certo punto incastra, come fonte sulle vicende di Inverary (il paesino dove è ambientato), un racconto di Edgar Allan Poe: “Testimonianza sul caso del signor Valdemar”, traduzione abbastanza fedele di “The Facts in the Case of M. Valdemar” (1845), racconto tardo del gran maestro americano, che morirà nel 1849.

La scelta di Sclavi è qui piuttosto particolare. Da un lato è letteralmente vero che “copia”, non “cita” (sempre nei termini dell’adattamento, è ovvio): la storia di Valdemar è ripresa in modo molto fedele a Poe.

Vi sono dedicate otto pagine, verso il finale (81-88) e Sclavi sceglie di riportare brani ripresi del racconto in ampie didascalie che corredano le illustrazioni arrotondate (come sempre, in Bonelli, per un racconto interno, ma anche un ricordo…). Le battute di dialogo sono quelle realmente presenti, e il fumetto ha anche ampie parti “mute” (tutte le prime due pagine, dove abbiamo solo didascalia).

zona(Zona del crepuscolo: citazione del Pangloss del “Candide” di Voltaire.
Le singole citazioni letterarie di Dylan Dog sono innumerevoli)

I disegni dell’albo, di Montanari e Grassani (per il racconto e per tutto l’albo) sono particolarmente adatti ad evocare l’atmosfera ottocentesca di Poe; i contrasti netti di bianchi e neri, con una prevalenza di questi ultimi, ricordano molti celebri illustratori dell’autore, come Harry Clarke.

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(Il “Valdemar” di Harry Clarke – 1919 – non sfigurerebbe su Dylan Dog.
Magari cromatizzato, in un Color Fest: “troppo moderno”…)

Una trasposizione quindi piuttosto fedele, tanto che il dottor Hicks che la racconta dice a Dylan (e al lettore) conclude: “Spero di non avervi annoiato…”. Una fedeltà rispettosa: quindi, all’apparenza, una “fedeltà fedele” (come quella vista nella scorsa puntata).

Ma nel contestualizzare il racconto di Poe nel ben più ampio fumetto di Dylan Dog, Sclavi ne cambia sottilmente il significato. Esso infatti non è più un racconto a sé stante, ma diventa parte della “mitologia dylaniata”.
“La zona del crepuscolo” (oltre che ovvia citazione filmica da Hitchcock) diventa così appunto lo stadio tra la vita e la morte in cui Valdemar viene bloccato col mesmerismo (p.89); da pura finzione, nel mondo di Dylan Dog il racconto di Poe diviene testimonianza reale.

L’io narrante finzionale di Poe diviene il vero autore, ed Edgar Allan viene trasformato in un predecessore dell’indagatore dell’incubo (che, come detto, all’inizio, doveva essere anche lui americano). Nell’apparente fedeltà, in realtà Sclavi opera una sottile trasformazione dell’opera. Ma, volendo, c’è di più.

Molte storie di Dylan Dog, come noto, sono totalmente autoconclusive e “verticali”, non si inseriscono in una continuity “orizzontale”. Ma questa no: infatti, si cita Xabaras col suo nome alternativo di Vergerus, ed è quindi riconnessa al “ciclo portante” del personaggio. Potenzialmente, quindi, non solo “Dylan Dog n.7” ma tutta la continuità del personaggio continua – potenzialmente – a modificare l’interpretazione del “Valdemar” di Poe (limitatamente, è ovvio, solo alla continuity dylaniata).

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(Il “Vergerus” di Mater Dolorosa) 

Ad esempio, il recente 361 celebrativo di Recchioni e Cavenago, Mater Dolorosa, modificando la continuity, ha anche potenzialmente cambiato sottilmente il senso di questo racconto; anche se ovviamente sarebbe stato più significativo se vi fosse stato un intervento specifico. Magari appunto usando il nome Vergerus di Xabaras, che deriva – altra citazione – da Il Volto (1958) di Bergman, dove Vergerus non è, significativamente, il Mago, ma il rappresentante del Positivismo. Recchioni, del resto, è molto consapevole di queste dinamiche dell’adattamento, come dimostra la sua introduzione nel segno di Derrida, proprio su questi problemi della “fedeltà infedele” (che lui cita, ovviamente, soprattutto in merito alla “tradizione sclaviana”).

Una trasformazione che ricorda quella del “Chisciotte” di Cervantes nella riscrittura (immaginaria) di Pierre Menard nelle “Finzioni” di Borges: totalmente fedele, totalmente diversa cambiando il secolo in cui è composta (o, come invece qui, il contesto).

In un certo senso paradossale, quindi, il “Valdemar” di Poe è intrappolato nella continuity del Dylan sclaviano, ed è quindi “incastrato nella Zona del Crepuscolo” anche in senso metaletterario (e Sclavi si conferma un maestro del fumetto di alta levatura: ma non c’era bisogno di questo breve saggio per dimostrarlo).