Nathan Never e la bibliofilia cyberpunk

Nathan Never e la bibliofilia cyberpunk

Su questo blog, come noto, tratto delle intersezioni tra letteratura e fumetto, cercando di non limitarmi al puro discorso dell’adattamento ma, anzi, cercando di intercettare anche le connessioni meno ovvie e più liminali.
In particolare, ho cercato di riservare attenzione alle citazioni letterarie nel fumetto popolare italiano, che costituisce uno dei miei principali ambiti di indagine, a partire da Dylan Dog, che dal 1986 è stato un fumetto bonelliano marcatamente “autoriale”. Qui gli interventi al proposito.

Di recente mi è però capitato di recensire per Lo Spazio Bianco un volume che riprende le storie più significative di Arthur King, fumetto di Bartoli e Domestici che, pur andando molto oltre la mera parodia, parte dichiaratamente dalla ripresa di Nathan Never (1991) di Medda, Serra e Vigna.

Anche questo, come il Dylan Dog di Sclavi, nasceva da una fitta tessitura di citazioni. Fumettistiche, cinematografiche ma anche letterarie: un rimando altrettanto forte che in Dylan Dog, anche se forse meno evidente a una prima occhiata.

Il principale spunto visivo di Nathan Never appare infatti, fin da subito, l’immaginario di Blade Runner (1982) di Ridley Scott, pellicola fantascientifica estremamente colta, che divulgava, nell’anno esatto della sua morte, un’opera di Philip K. Dick (1928-1982) al cinema: “Gli androidi sognano pecore elettriche?” (1968). Il film portò dichiaratamente William Gibson e Bruce Sterling a decidere che era necessario impegnarsi con forza a lanciare nel dibattito fantascientifico gli spunti su cui ragionavano nell’avanguardia letteraria “Mirrorshades”, conducendo alla fondazione del Cyberpunk, che condiziona profondamente alcune storie del primo anno di vita del personaggio (“Forza invisibile”, “Gli occhi di uno sconosciuto”).

Il tema robotico però viene sviluppato con riferimento a un altro autore, Isaac Asimov, di cui (come in molta fantascienza) sono riprese dichiaratamente le Tre Leggi della Robotica nel primo numero della serie, applicandole anche negli episodi successivi. Un albo si intitolò addirittura “Io, robot”, riprendendo il titolo della prima fondamentale raccolta robotica asimoviana.

La modalità di comportamento dei robot neveriani, comunque, è in parte originale rispetto al Buon Dottore, in quanto, se le leggi sono identiche, i conflitti sono gestiti in modo diverso e, tendenzialmente, più arretrato, portando a un blocco dei robot di fronte a dilemmi morali più complessi.

Ma è lo stesso personaggio di Nathan Never ad avere una liason particolare con la letteratura: in un mondo cyberpunk, l’agente speciale Alfa è un dichiarato passatista, e ama collezionare dischi, pellicole e anche libri dal passato. Un tema ricorrente, anche grazie al personaggio del robot Mac, cui Nathan si rivolge per recuperare tali opere del passato. Un espediente utile sia a tratteggiare l’eroe come inguaribile romantico fuori tempo massimo, sia a inserire citazioni musicali, filmiche e letterarie in modo meno artificioso.

Un tema ricorrente, ad esempio, è quello di mostrare Never che legge L’isola del tesoro di Stevenson durante le pause dal lavoro, o un viaggio (nel primo numero, o nel primo episodio “doppio”, ai nn. 3-4, Operazione drago), connotandolo come gentiluomo dell’avventura di altri tempi. Scene analoghe, tra l’altro, sono legate a Corto Maltese, che però legge l’Utopia di Tommaso Moro (1515). Pratt sembra evidenziare la natura “alta”, spesso esoterica e iniziatica, del suo personaggio; Medda, Serra e Vigna invece riconducono la fantascienza di Never alla “grande avventura” (e molto prima del “Pianeta del tesoro” disneyano).

Una connessione che avrebbe ancora più significato se consideriamo che inizialmente l’anglofono Never avrebbe dovuto essere “Nemo”, che resta come codename dell’agente in alcune operazioni, e in sviluppi futuri della saga. Un rimando al fondante personaggio di Jules Verne, che con Never condivide tratti di misantropia e mistero. In una storia dark come la seconda “doppia”, ai numeri 7-8, “La zona proibita”, vi è invece una lunga sequenza finale in una biblioteca dove Never cerca di leggere una copia de “Il maestro e Margherita” di Bulgakov: non una citazione diretta del tema dell’albo, ma con una consonanza con la cupezza della trama e dei meravigliosi disegni di Nicola Mari. Insomma, il libro serve spesso a istituire un “correlativo oggettivo” emozionale, mentre le citazioni proprie vengono da film, fumetti (si inseriscono anche rimandi a quelli nipponici, come Arale e i deformed), per la prima volta forse videogame (Street fighter e similari, che stanno dietro a Operazione Drago tanto quanto i film di Bruce Lee).

La seconda storia, Il monolito nero, cita ovviamente Kubrick (e, indirettamente, Arthur C. Clarke, l’autore letterario di Odissea nello spazio), ma è un’ampia riflessione su questo aspetto “collezionistico” di Nathan Never, che nella storia incontra anche il collezionista Castle, vistosa proiezione di Alfredo Castelli, il creatore di Martin Mystere (una copia del n.1 della testata appare anche nel suo caveau da collezionista), su cui i “tre sardi” avevano fatto il loro esordio.

Molto interessante anche una citazione presente in Operazione Drago, la prima storia doppia: a p. 34 viene ripresa in modo letterale la prima tavola di Steve Canyon (1947) di Milton Caniff, adattata con Never protagonista. Una ripresa che ha una valenza complessa: tale tavola è stata infatti analizzata da Umberto Eco nel suo saggio Apocalittici e integrati (1964), per dimostrare la validità autoriale del fumetto popolare in una fase storica in cui tale idea era vista come bizzarra.

Le ultime due storie della stagione sono quelle più letterarie: l’ultima doppia, Fanteria dello spazio, cita fin dal titolo il capolavoro di Heinlein del 1959, che molti anni dopo riprese anche Roberto Recchioni come ispirazione di fondo per i suoi Orfani (2013), di cui avevo recensito il finale qui per Lo Spazio Bianco (qui e qui). Se Dick è lo spunto per la SF urbana, Heinlein è il rimando per quella spaziale, anche oltre questa storia.

Ma la più ambiziosa, di cui avevo già accennato parlando di Dante nei fumetti, è Inferno, il numero 10. In esso, la struttura a sette livelli propria della città (i livelli alti sono quelli dell’élite, nel fondo c’è l’inferno urbano dell’assenza totale di legge) è ricondotta, correttamente, all’Inferno dantesco, dove la discesa corrisponde a peccati e pene più gravi. Una metafora, quella della città come Inferno moderno, ripresa da molti e, in forma per certi versi simile, da Dino Buzzati, che nel “suo” Inferno descrive una città sotterranea raggiungibile sotto ogni città moderna, la città infernale, indistinguibile però in fondo dalle città superficiali.

Insomma, un percorso raffinato e complesso di citazioni intrecciate, che si potrebbe approfondire anche per le annate successive del personaggio, magari in qualche articolo futuro.