"Nadia": Ventura, Buffolente e la nascita del romanzo a fumetti.

“Nadia”: Ventura, Buffolente e la nascita del romanzo a fumetti.

“Nadia, Un mistero a Hollywood!”, riedito oggi da Rina Edizioni, è con buone probabilità il primo romanzo a fumetti italiano, secondo la definizione che appare nella stessa opera. Un termine coniato dal suo autore, Giulio Cesare Ventura (1909-1980), che si firma Arutnev, con un rovesciamento/dissimulazione del nome che ricorda il successivo Nolitta/Bonelli. La sua figura, per quanto una meteora del panorama fumettistico, fu però rilevante per alcune intuizioni moderne portate in quest’ambito durante il periodo della sua attività come editore, dal 1945 al 1947. La sua figura viene tratteggiata nel volume dal nipote Raffaele A. Ventura, oggi tra i principali saggisti contemporanei con la sua indagine sulla “classe disagiata” e la crisi del ceto intellettuale, in uno dei tre testi critici che corredano il volume. Oltre alla definizione di “romanzo”, spicca la presenza della firma dei suoi autori, in un fumetto all’epoca prevalentemente anonimo, ancora lontano da rivendicazioni “autoriali” (indaga bene questo aspetto Luca Raffaelli nel suo saggio incluso nel volume).

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“Nadia” apparve dunque nel 1946-1947 sul settimanale «Per Voi! For You!» delle sue edizioni Ventura, in dieci capitoli, fino alla chiusura della rivista. Venne poi raccolto in un unico volume dal titolo Un mistero a Hollywood, su cui campeggia la dicitura picture-novel, molto vicino a quel “graphic novel” che si sarebbe imposto da noi dal 2002 in poi, sulla scorta della fortuna di “5 è il numero perfetto” di Igort, primo a recuperare sistematicamente il termine dagli americani (curiosamente, di nuovo, con un noir). Naturalmente, come ha indagato Andrea Tosti nel suo imponente “Graphic Novel”, la definizione del romanzo a fumetti, in varie forme, predata lo spartacque riconosciuto di “A contract with god” di Will Eisner, nel 1978, e questo è un interessante esempio italiano. Il Picture Novel usato qui rimanda forse ancor più alle Motion Pictures del cinema che alla pittura tradizionale: ma è comunque una anticipazione rilevante. Similmente, in senso sempre cinematografico, Ventura si ascrive giustamente “Romanzo e regia”, in parte un equivalente di “soggetto e sceneggiatura”, che sottolinea però il parallelo col cinema, particolarmente evidente in questo fumetto che guarda in molti aspetti ad Hollywood.

Tutto insomma in “Nadia” guarda al cinema: ed è così anche per la trama. Siamo nella Hollywood 1946, dove Nadia, la star del momento, ha un misterioso passato alle spalle, da cui parte lo spunto di tutta la narrazione.  L’ispirazione alla produzione cinematografica noir americana degli anni ’40 è evidente, e sfrutta sapientemente tutto un armamentario retorico di colpi di scena, suspense, flashback per drammatizzare al massimo una vicenda di delitti, grandi passioni, fughe e inseguimenti, in ambientazioni internazionali affascinanti – tra Los Angeles, Budapest e Città del Messico. La Traumfabrik al suo meglio, insomma: solo che la fabbrica dei sogni in questo caso non è il cinema, ma il fumetto.

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Il cinema ritorna forse di striscio in un ulteriore aspetto: scopo della rivista era insegnare l’inglese, la lingua dei liberatori angloamericani avviata a divenire lingua della comunicazione globale, e forse ancor più lingua del sogno hollywoodiano. Questo aspetto caratterizza anche l’elemento che colpisce subito l’attenzione di Nadia: ovvero l’adozione di didascalie miste tra inglese e italiano nei balloon, che era una caratteristica della rivista ospite (fin dal titolo). Un esperimento coraggioso ma poco riuscito: per quanto ci si abitui con la lettura all’espediente, inizialmente piuttosto faticoso e distraente, condanna a un peso dei balloon inutilmente doppio, privo di senso in un mezzo eminentemente visivo come il fumetto.

“Nadia” però, se è notevole per questi aspetti, lo è anche e molto per i disegni, che sono della prima fumettista professionista europea, Lina Buffolente, la cui figura viene approfondita da un ricco intervento critico, in questo volume, di Laura Scarpa, che la inserisce nel contesto di quella embrionale scena fumettistica italiana al femminile, dove vi sono insospettate presenze centrali nelle svolte cruciali: il Corrierino e quindi il fumetto italiano nascono per impulso di Paola Lombroso; Tea Bonelli crea e dirige la celebre casa editrice, e di lì a poco arriveranno le Giussani con il loro Diabolik a cambiare di nuovo il fumetto italiano. Nel 1937 Paola Bologna invece aveva disegnato “Il mistero di Saturno” con il quale si inaugura il primo numero del settimanale cattolico «Il Vittorioso».

 

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Lina Buffolente (1924-2007), denominata spesso “la signora del fumetto”, è ritenuta la prima disegnatrice professionista di comics in Europa; nel 1941 inizia a collaborare con l’Edital illustrando albi d’avventura come “L’isola maledetta” e “Il Bastione di San Marco”. Lavora poi a serie celebri di quegli anni, con un predominante tema western in cui Tex Willer è ancora uno dei tanti, pur importanti, protagonisti e non il roccioso artefice di una delle più antiche tradizioni fumettistiche, seconda solo ai colossi di oltreoceano per durata. Buffolente lavora su Buffalo Bill (Stellissima, ’46); Gli albi di Lupo (Bulzoni, ’46); Tom Mix e Tom Bill (Edizioni Arc, ’48); Liberty Kid e Jane Calamity entrambe apparse sull’«Intrepido» (’48-’49); Furio Mascherato (Edizioni Audace-Bonelli ’50); per Bonelli disegna Il Piccolo ranger (’73-’84), Il Comandante Mark (’87-’98) e River Bill (’90). Notiamo quindi che si distingue per l’adozione delle tematiche di azione proprio del fumetto rivolto, in quegli anni, soprattutto a un pubblico maschile, pur esistendo un fumetto “al femminile”, oggi poco indagato, nelle riviste rivolte a un pubblico femminile come “Grand Hotel”: fumetto che sarà in quest’ambito soppiantato dal fotoromanzo.

Ma l’autrice ha anche lavorato su moltissimi classici trasposti a fumetto, secondo la moda dei “classic illustrated” anche qui avviatasi oltreoceano (e avversata da Wertham) che costituisce uno dei primi pilastri del moderno “romanzo a fumetti”, portando nei comics le tematiche più adulte del romanzo. Piccole donne, Orgoglio e pregiudizio, Zanna bianca e alcuni tra i romanzi di Salgari (Carroccio ’45); I tre moschettieri e I Miserabili (Edizioni Ventura ’46) sono le opere adattate da Buffolente in questo campo.

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Qui, su Nadia, Buffolente ha modo di lavorare su un personaggio femminile particolarmente interessante, tra i primi a essere protagonisti nella letteratura disegnata nostrana. Dire che Nadia è una donna forte e indipendente può parere un luogo comune, ma colpisce anche sotto questo aspetto una certa modernità di scrittura, che la rende lontana da uno stereotipo di “madonnina infilzata” adattata a nuvolette, la classica damsell in distress quando non “in the refrigerator”. E la cosa è inevitabile, essendo appunto la protagonista a tutti gli effetti, fin dal titolo. Ma è lontana anche da schemi troppo semplici di femme fatale, dark lady e simili. Nei limiti ovvi di un simile tipo di prodotto, appare una figura tutto sommato psicologicamente ben delineata, e non invecchiata troppo male. Probabilmente, ciò deriva anche dall’accorta ricerca di un equilibrio tra un elemento identificativo per il pubblico delle lettrici, e un elemento proiettivo: Nadia dev’essere abbastanza simile a una donna “della porta accanto” perché le lettrici si identifichino, ma al tempo stesso un po’ più intraprendente e combattiva, pur nell’inevitabile turbine di forti passioni che sono il sale di questo tipo di opere.

Viene da considerare – e anche questo sembra un elemento di modernità, tutto sommato – che Ventura qui pensa di tenersi aperti più pubblici: a differenza di molti fotoromanzi di quegli anni, accomunati in parte nei temi (ma più casalinghi: il montaggio fotografico riduce in parte la possibilità di esotismo ed azione rispetto alla libertà maggiore del fumetto), Nadia pare parlare anche a un pubblico maschile, almeno potenzialmente, come avverrà poi negli anni ’60 con Diabolik – e negli anni ’80 con Dylan Dog – con un diversissimo mix degli stessi universali ingredienti di partenza: sentimenti, un certo erotismo, azione, mistero, detection, tensione, crimine…

Grazie alla abilità di Buffolente, che bene interpreta la regia venturiana, il fumetto riesce a suggerire una certa ariosità nelle scene di sapore cinematografico, con l’attenzione focalizzata su una recitazione un poco enfatica dei personaggi – connessa al cinema dell’epoca – ma indubbiamente efficace, sia nelle espressioni che nelle pose spesso drammatiche. Gli scenari spesso appaiono solo accennati, ma con efficacia, e quando necessario, nei momenti d’azione la scena acquisisce la giusta grandiosità coi movimenti di campo larghi della macchina da presa virtuale. Il contrasto chiaroscurale è a volte un po’ sacrificato in favore di una dovizia di tratteggi che evocano una certa ricchezza del segno, ma quando necessario viene usato, con sobrietà, a sottolineare le scene più drammatiche e, appunto, noir. Significativo come la tavola, pur in una griglia italiana 2X3 che ci sarà poi consueta per la mediazione di Bonelli, negli anni, ha una caratteristica curiosa: le vignette sono come incastonate l’una nelle altre, spesso, quasi a sottolineare che la tavola nasce già in questa dimensione e non come assemblaggio di strip preesistenti (com’era consueto). Luca Raffaelli, nel terzo dei tre testi che corredano l’opera, sottolinea anche il debito con “Flash Gordon”, fumetto dirompente nell’Italia degli anni ’30 quando vi giunse in traduzione, da cui la Buffolente trasse la sua ispirazione stilistica.

Un fumetto, dunque, reso affascinante dai molteplici significati che si stratificano su di esso, che lo rendono interessante a un lettore moderno curioso della storia del fumetto, soprattutto italiano. Ma “Nadia” conserva anche la freschezza del suo fascino ingenuo e sognante, di un noir che paradossalmente ci pare molto moderno dopo i recuperi anni ’90, tra cinema pulp, un certo giallismo bonelliano più oscuro (Dylan Dog, Nick Raider, Nathan Never, Julia…) e, in USA, la lezione magistrale di Frank Miller in Sin City (oltre al già citato noir d’autore igortiano).

Insomma, “Nadia” sa parlare in più aspetti al lettore moderno, e auspichiamo che questo recupero ne preluda ad altri, volti a riscoprire angoli oscuri ma affascinanti del canone del fumetto italiano.