Moby Dick di Melville e i suoi adattamenti a fumetti

Moby Dick di Melville e i suoi adattamenti a fumetti

Il primo di questo mese ha visto una importante ricorrenza letteraria: duecento anni dalla nascita di Herman Melville, l’autore di Moby Dick (1851), considerato in modo complessivamente unanime il Grande Romanzo Americano per eccellenza. Un dibattito letterario che ha coinvolto gli USA all’indomani della Guerra di Secessione (qui se ne trova un buon riscontro), e che ha trovato nel romanzo di Melville la sua sintesi più concorde (un po’ come, presso di noi, piaccia o meno, è avvenuto con i “Promessi Sposi” del Manzoni). E la cosa ha avuto un effetto anche sui comics.

Moby Dick è piaciuto infatti molto anche al fumetto: è infatti uno dei primi adattamenti letterari dei comics, se prendiamo come punto di partenza i Classici Illustrati del 1946, dove appare al numero 5 della collana (di cui ho parlato complessivamente qui). Non poteva non piacere: da un lato era – in USA – il romanzo “alto” per eccellenza, nobilitante per il genere del fumetto allora alla disperata ricerca di sdoganamento, dall’altro era – in una prima lettura ingenua – un classico avventuroso, con un grande scontro titanico tutto sommato facile da spettacolarizzare (falsandolo).

La cover del fumetto del 1946, che vediamo a fianco, mostra bene questa natura ingenua (solitamente all’interno la cosa era meno accentuata). Numerose sono le riprese successive, a dimostrazione, a suo modo, di un certo successo di questi “educative comics” particolarmente odiati da Fredrick Wertham (perché potevano essere il grimaldello per legittimare il fumetto, da lui ritenuto pericoloso non solo per i temi, ma per lo scardinamento del processo di lettura).

La versione del 1950 vede disegni di  Pete Morisi e cover di Wally Wood: pur nella spettacolarizzazione perdurante, vi è una certa maggiore fedeltà tematica nella copertina, che evidenzia lo scontro psicologico al centro del romanzo.

La versione della Dell, del 1956, è ancora più sobria, e addirittura nello stilema pittorico pare cercare di avvicinarsi al classico “adattamento per ragazzi” testuale del periodo, con una cover illustrata suggestiva ma seriosa. Siamo all’indomani dell’attacco di Wertham ai comics (1954), e potrebbe anche essere una conseguenza del clima che si respira verso i comics.

Nel 1965 la musica è cambiata, e la storia di Moby Dick viene riutilizzata come elemento narrativo in un fumetto DC del 1958, la Legion of Super-Heroes, costruito attorno a Superboy e con avventure di impostazione “cosmica”. Ci troviamo di fronte a una Moby Dick spaziale. In mezzo c’è stata la grande rivoluzione del fumetto Marvel dei primi anni ’60, dove Lee e Kirby avevano pescato a piene mani dall’immaginario collettivo integrando miti e narrazioni nel rinascente fumetto marvelliano. Con esiti meno straordinari, un’operazione simile pare avvenire anche in ambito DC, come in questo caso.

L’idea di un “Moby Dick nello spazio” è comunque piuttosto originale e, benché ingenua, anticipa l’idea centra di “Odissea nello spazio” (1968) di Arthur C. Clarke e Kubrick, ovvero la ripresa spaziale di un grande mito. Del resto, “Il pianeta proibito”, tratto dalla Tempesta di Shakespeare, è del 1956, ed è seminale rispetto a tale idea di trasposizione nello spazio di una grande avventura marittima (suggerita dal concetto stesso di astro-nave). In fondo, il meccanismo “nobilitante” che la science fiction come genere condivideva col medium fumetto.

Nel 1992, una soluzione simile sarà adottata da “Il Giornalino” delle Edizioni Paoline, dove Beppe Ramello e Renato Polese adatteranno Moby Dick in chiave futuribile (ma senza supereroi). L’opera, piuttosto raffinata – e che meriterebbe una riscoperta, anche per omaggiare Polese, scomparso nel 2014 – risente certo, a questo punto, del modello kubrickiano sullo sfondo, in un certo gusto per inquadrature centrali e scene più di psicosi spaziale che di azione.

Ma l’influenza più prossima è probabilmente un grande capolavoro di Don Tommaso Mastrandrea e di Gianni De Luca come il Paulus (1985), influenzato dal recente successo di Guerre Stellari e ispirato, nella trama, a un vasto capitolo del Ciclo della Fondazione di Asimov (e di cui dovremo riparlare).

Un concetto simile ricorre in A.H.A.B., serie fantascientifica con rimandi a Moby Dick creata nel 2004 su “2000 AD”, la storica rivista del fumetto di fantascienza nata nel 1977 sull’onda dello spirito punk (e che ha avuto un suo indubbio ruolo tra le fonti anticipatrici del primo cyberpunk).

Proprio nel 1977 il futuro padre del cyberpunk, Bruce Sterling, adattava anch’egli – buon ultimo – il testo nella fantascienza letteraria, con Involution Ocean.

Di recente, l’ultima incarnazione di questa Moby Dick spaziale è nell’ultimo fumetto di Alessandro Sidoti, “Moby Dick 31” (2019): un filone che non si è ancora esaurito.

 

Tornando alla sequela storica, nel 1976 è la volta della Marvel, che li inserisce nella sua collana di classici, senza tentare una più ardita contaminazione con la fantascienza o i suoi supereroi. L’anno dopo viene imitata dai King Classics.

Sono gli ultimi adattamenti tutto sommato nel solco tradizionale dei Classics Illustrated. Un decennio abbondante dopo, nel 1990, a fianco dell’adattamento tradizionale della Pendulum Press, la Classics Illustrated – che aveva iniziato questa tipologia di adattamenti – sceglie la via del fumetto d’autore e affida la nuova trasposizione a Bill Sienkiewicz, reduce dai successi a fianco di Frank Miller con Elektra – Assassins (1987).

Curioso notare che nel 1989 l’autore aveva svolto una nota riflessione sulla mancata legittimazione del fumetto, di cui ho parlato qui, in cui cita anche Achab, il capitano del romanzo. Adattare Moby Dick come “fumetto d’arte” rientrava quindi in questo tentativo di “nobilitare i comics” dopo la grande svolta del 1986, che aveva visto un gruppo di opere colpire particolarmente l’immaginario collettivo (quelle di Frank Miller, i Watchmen di Alan Moore, e Maus di Spiegelman) nel segno di una “maturazione del fumetto”. Ma, al tempo stesso, l’autore sembra palesare il suo scetticismo. Una disamina di grande interesse su Moby Dick all’interno dell’opera dell’autore si può trovare qui.

 

In verità, un grande “Moby Dick autoriale” vi era già stato da molto tempo: nel 1967, infatti, Dino Battaglia realizza con quest’opera uno dei suoi massimi capolavori, vertice, in qualche modo, del suo rigoroso lavoro sull’adattamento letterario con una marcata predilezione per il gotico. Ne ho trattato qui, ricostruendo globalmente il suo lavoro. Può darsi che Bill Sienkiewicz l’avesse presente? Frank Miller ha sicuramente un debito dichiarato con Hugo Pratt, non è da escludere che il collega fosse perlomeno informato.

Significativamente, comunque, in quel 1990 un altro fumetto italiano faceva il suo adattamento di Moby Dick: il bonelliano Ken Parker di Berardi e Milazzo, la storica “testata autoriale” di Via Buonarroti, con “Caccia sul mare”. In Bonelli, anche Dylan Dog ha omaggiato nello speciale n.15 Melville con una citazione molto esplicita, e sono sicuro che a scavare si troverebbero altri rimandi. Nel 1993 ad esempio Serra e Alberti realizzano “Il canto della balena” per Nathan Never, dove la vicenda, trasposta ancora una volta nel futuro, è letta dal punto di vista di Achab. Bepi Vigna, l’anno seguente (1994), realizzò un suo fumetto per Fumetti d’Italia, adattando nuovamente il romanzo. Nel 1992, invece, “Moby Dick” fu il titolo di una rivista a fumetti.

Un’altra ripresa importante è quella che appare nel Bone (1991-2004) di Jeff Smith, a un anno dal recupero di Bill Sienkiewicz. Moby Dick appare qui come “romanzo nel romanzo”: è il libro preferito del protagonista Fone Bone, il quale cerca, con scarsi esiti, di farlo conoscere agli altri personaggi, i quali comunemente si addormentano alla sua lettura. Sia pure con ironia, è interessante questa evocazione “alta” in un fumetto ritenuto, giustamente, tra quelli che hanno dimostrato una certa maturità del medium. Il romanzo è anche citato in una sequenza onirica, che sottolinea garbatamente alcune corrispondenze tra personaggi del fumetto e dell’opera.

Will Eisner, il padre del moderno “graphic novel”, il “romanzo a fumetti”, nato col suo “A Contract with God” nel 1978, si occupò anch’egli di Moby Dick nel 1998.

In seguito, appaiono degni di menzione l’esperimento di Matt Kish, nel 2011, al confine tra fumetto e libro illustrato, con una immagine per pagina a ricostruire l’intera vicenda; nel 2014 quello di Christophe Chabouté; nel 2015 quello di Jouvray & Alary…

Sikoryak, di cui ho parlato qui, ha avviato una critica postmoderna a questo tipo di “adattamento nobilitante” del fumetto scrivendo dei Classics Illustrated “fuori tempo massimo”: una ricerca cominciata da un suo studio sugli adattamenti, nel 2012 (vedi qui) che, inevitabilmente, assegna un ruolo centrale all’opera di Melville.

Tornando in Italia, in anni recenti, tra i migliori adattamenti disneyani figura anche quello di Moby Dick, del 2013. E non è mancata nemmeno una rilettura da parte di Alan Ford. Interessante la recentissima lettura (2019) di Lorenzo Palloni, in un omaggio al nostro sito, che fa di Moby Dick l’incarnazione dello Spazio Bianco, dualistico col contenuto delle vignette come la grande balena con Achab.

Naturalmente, molti altri casi si potrebbero citare, e non escludo eventuali integrazioni: ma mi pare sia emerso con evidenzia sia la centralità di Moby Dick nell’adattamento fumettistico, sia il suo rilievo nel fungere da cartina al tornasole nelle evoluzioni del fumetto. Chiudo con un caso di rielaborazione supereroistica di Moby Dick che non a caso è nella testa del blog, quella postmoderna di Deadpool, di cui ho parlato nell’articolo che segue. Deadpool nel 2013 ha ucciso i classici partendo proprio dal capolavoro di Melville: un apparente attacco che, però, si rivela anche la più sincera delle celebrazioni.

Deadpool e i classici