Lusso-Sommacal: Cattivik e il Cut-Up Catodico

Lusso-Sommacal: Cattivik e il Cut-Up Catodico

Su questo spazio – su uno stimolo di Davide Costa – mi sono occupato di recente della questione del Canone del fumetto (vedi qui e qui). Una riflessione che ha dato la stura a reazioni contrastanti, e naturalmente è una questione che non si può risolvere con un pezzo di taglio giornalistico. Tuttavia, mi premeva stimolare una riflessione sulla “visione di insieme” del fumetto italiano, e qualche spunto mi pare di averlo fornito. Similmente, in modo indipendente, Alessio Bilotta (Slowcomix) ha operato una riflessione su come manchi una ricognizione sistematica del fumetto seriale da edicola, nonostante (benché in calo) muova comunque numeri più significativi di molto fumetto “da libreria”, e abbia comunque un maggiore peso archetipo nell’immaginario. Ci siamo trovati a concordare che la sottovalutazione riguarda in particolare il fumetto umoristico non-disneyano. Ed è un peccato, perché vi si trovano spesso cose di grande interesse, anche oltre le storie iniziali del “mito fondativo” dei vari personaggi (l’equivalente dei mitici “primi cento” di Dylan Dog). Di questi, uno dei casi più interessanti è Cattivik, solitamente trattato come “fenomeno d’insieme”, e limitandosi maggiormente alla sua “prima stagione” di ideazione e sviluppo per mano di due autori del calibro di Bonvi e Silver, indubbiamente tra i pilastri di un canone del fumetto italiano, sul versante umanistico. Ma è rilevante anche la seconda stagione del personaggio, dove sono state sviluppate storie rilevanti e poco note. Ad esempio, “Il grande simpatico”. Ma andiamo con ordine.

Una premessa su Cattivik.

bonvi

 

Cattivik ha una storia particolare. Il personaggio nasce nel 1965 per opera di Bonvi, come ovvia parodia del fumetto nero nato nel 1962 con l’enorme successo di Diabolik che produsse una schiera di testate in “K” (molte dotate di una loro personalità), nonché la parodia di Dorellik (Totò Diabolicus è invece di poco precedente, e deriva dallo stesso caso di cronaca del 1958 che ispirò il nome del re del crimine).

Va anche detto che l’archetipo del ladro geniale in calzamaglia nera è preesistente a Diabolik e diffuso soprattutto nel fumetto comico: un modello è Macchia Nera (“Phantom Blot”, coperto da una cappa nera) in Topolino (Gottfriedson, 1939), a cui è potenzialmente ispirato lo Zagar di “Cip l’arcipoliziotto” (Jacovitti, 1945, che è proprio in calzamaglia). 
Diabolik a sua volta si ispira a modelli quali “Arsenio Lupin” (1905) di Leblanc e “Fantomas” (1911) di Marcel Allain, il più citato, richiamato già nel fumett dai – legalitari – Phantom (1936) americano e Fantax (1945) francese. Il personaggio dunque è certo “parodia di Diabolik”, ma per suo tramite si basa su un più remoto archetipo che affonda le sue origini nei primordi della letteratura gotica.
Diabolik dunque è signorile, crudele ma “alto”, come i suoi modelli letterari, di spesso spietati ma aristocratici “ladri gentiluomini”. Invece Cattivik è “basso”, spregevole, informe. Il che è il suo punto di forza: in un fumetto popolare, “per ragazzi” (stando allo stesso Bonvi) è difficile trovare un personaggio che permetta – con la cornice del paradosso, dell’ironia… – di spingersi in un cinismo tanto assoluto, anche nella satira. Del resto, pur nell’eleganza patinata, già la Clerville di Diabolik è una deformazione del vero spirito dell’Italia del Boom, un imbellettamento, se vogliamo, della Milano calibro 9 di Scerbanenco (più verista di tanto tardoverismo di maniera) con la sua trasposizione in una immaginaria Costa Azzurra chic. Cattivik fa lo stesso, ma abbrutendo (e così svelando) l’orrore del quotidiano.  Uscito su Tiramolla dal 1970 al 1972 , Cattivik nel 1975 venne ripreso da Silver come strip sul Corriere dei Ragazzi e altre testate (a fianco di Lupo Alberto).
Nel 1989 venne riproposto su una testata autonoma che ripubblicava le vecchie strip affiancandone di nuoveQuesta storia si lega a questa fase di nuova vita del personaggio, in cui si affiancano a Silver sceneggiatori come Burattini (attuale curatore di Zagor), Casty (oggi uno dei più acclamati dei topoliniani), e appunto Piero Lusso, di cui parleremo a breve. Tra i disegnatori, oltre Giorgio Sommacal, autori come Bonfatti (sua la vignetta qui sotto, che è – sia pure con ironia – significativa del discorso fatto prima), Cannucciari, Michelon. Questo avere il patrigno Silver come tutore, invece del padre naturale Bonvi, ha forse contribuito a rendere più malleabile la declinazione del nero personaggio, come multiforme è la sua stessa apparenza di “macchia umana” indefinita. E questo ha portato a interpretazioni interessanti, come quella che vedremo. Su wikipedia comunque si ricostruisce in modo abbastanza ampio la storia editoriale, per cui per altri dettagli rimando lì:

 

 

bonfatti

Il Grande Simpatico

Due autori rilevanti – spesso in collaborazione – del fumetto silveriano sono appunto lo sceneggiatore Piero Lusso e il disegnatore Giorgio Sommacal, dagli anni ’90 in poi. Questo duo artistico, originario del Cuneese (e in particolare di Bra) ha approfondito in modo particolare il personaggio, verificandone le possibilità espressive tramite una estetica della contaminazione che, all’epoca, era piuttosto innovativa nell’Italia fumettistica. Ho avuto modo di un primo accenno sul lavoro di Sommacal su Cattivik all’interno di “Artieri fantastici” (2016), il terzo quaderno del progetto CuNeoGotico curato dal prof. Enzo Biffi Gentili. Il progetto si è occupato, con mirabile acume complessivo, di riscoprire una certa matrice gotica del cuneese e le sue periodiche risorgenze. In quella pubblicazione, io ho indagato “Quattro fantastici” del disegno fumettistico cuneese, ivi incluso Sommacal. E indubbiamente anche in quest’opera, che lì non ho analizzato in modo approfondito, si rileva questo spirito di una ironia cupa, sulfurea e corrosiva che è la matrice del “CuNeoGotico”.

“Il grande simpatico” (1994, uscita nel 1995) è infatti la particolare satira rivolta dal duo Lusso-Sommacal a Berlusconi. Una storia che all’epoca suscitò anche qualche malumore, pare, in ambito berlusconiano: e non a torto. Perché è una satira spietata, umoristica certo, ma di un sarcasmo corrosivo e affilatissimo, e per di più in un ambito “popolare” da cui non ci si aspettava – e non si gradiva affatto – tali stilettate. Fosse apparsa sul “Satyricon” di Repubblica dell’epoca, o su “Cuore”, per dire (dove Disegni e Caviglia scrissero cose simili), sarebbe stata una ben più innocua “predica ai convertiti”. Questa invece faceva male, come il Bossi dissimulato (e poi cancellato e negato, nelle ristampe) del “Doktor Terror” di Sclavi, negli stessi anni. In precedenza, era già uscito un “Cattivik contro Berlusconi” (1992), quasi profetico, che si scagliava ancora contro l’imprenditore, non ancora il politico.

Ma, ancor più di questo, è un fumetto molto interessante per l’uso sperimentale del linguaggio fumettistico. Del fumetto popolare ho sempre ammirato questo: che se un autore vuole sperimentare, deve comunque inserire la sua sperimentazione nel letto di Procuste della leggibilità, tale da costringerlo ad affinare al massimo il proprio linguaggio, che deve rimanere accessibile anche a un “lettore di primo livello”, offrendo livelli più accurati di lettura a un numero più ristretto di lettori.  Il gioco di Umberto Eco nel “Nome della Rosa”, ad esempio: giallo medioevale al primo livello, satira politica degli anni di piombo al secondo, metariflessione sul dibattito semiotico al terzo. In qualche modo questi tre sensi ci sono anche qui: storia comica al primo livello, satira politica precisa al secondo, e sperimentazione sul medium al terzo.

Certo, questa recensione (a distanza di un quarto di secolo dall’uscita) è un po’ tardiva: ma dato che il fumetto parla di un futuro in cui Berlusconi ha vinto, può essere vista come una verifica di quanto il duo artistico ci abbia azzeccato). Qualcuno, se non erro, diceva “ci vediamo tra 25 anni“. Beh, facciamolo anche noi. Consiglio ovviamente prima di leggere il fumetto (uscito su “Cattivik” n.73, del 1995) e poi di tornare qui per l’analisi.

 

1a

 La struttura tipica di un albo di Bonvi-Silver (e quindi anche in Cattivik) è composta da due strip sovrapposte. Qui Lusso-Sommacal le trasformano in quattro riquadri identici, cosa che evoca chiaramente la forma di uno schermo televisivo. E proprio uno schermo è la prima vignetta, dove vediamo una Irene Pivetti presiedere la seduta in cui il J’accuse di Paissan degenererà in rissa. Non la stiamo rivedendo in diretta, ma tramite Blob, in una cassetta illegalmente conservata dal passato: siamo infatti in un futuro distopico, dove il Grande Simpatico ha vinto. Il rimando a Berlusconi è palese, ma mai esplicitato. Non per prudenza: il nome di tutti i suoi accoliti è inserito apertamente e con acribia di catalogazione. Il senso è più quello di una sottile sperimentazione sul linguaggio, con cui Lusso vuole mostrare che il regime telecratico prescinde dalla singola figura (oltre che una citazione da Orwell, dove il rimando Big Brother / Stalin è vistoso ma mai esplicitato).

Notevole l’effetto usato per il cicaleccio televisivo, un brusio indistinto reso come una serie di vignette quadrate da didascalia che si sovrappongono. Da notare che invece le pubblicità (perfettamente riconoscibili nonostante Lusso ne campioni piccolissimi brani: cosa piuttosto inquitante) sono nel classico balloon “urlato” che si attribuisce usualmente alla TV nel fumetto: quasi l’indizio del cambio di volume, e del fatto che qui parla la “vera voce” della TV. 

Nella terza vignetta a questo voice over (unito alle trasmissioni di un Paolo Brosio un po’ invecchiato, che segue con enfasi una operazione di polizia) si sovrappone quello, in stile “scrittura a mano infantile”, del diario di una ragazzina cresciuta nel regime, figlia di due oppositori al regime (che nella quarta vignetta hanno il vago aspetto del Bobo di Staino e moglie). La ragazzina scrive ad Ambra Angioini una lettera. Fin dalla prima pagina, quindi, una sperimentazione notevole sul “fumetto/balloon”, che è – nella definizione italiana del medium – lo specifico dell’arte sequenziale.

A Tav. 2, il rimpianto per il Governo Dini è ovviamente ironico, una delle tante mediocri tecnocrazie tra un regno di Berlusconi e l’altro (quanto è cambiato oggi!). La TV rimane immutata, tra l’Allegria di Bongiorno e i Consigli per gli Acquisti di Costanzo. Appare poi anche il comico Paolo Rossi, come un residuo dimenticato del passato. A Tav. 3, mentre i genitori guardano Cinico TV, vediamo che la polizia (che ha le insegne di Fininvest, ci accorgiamo) del servizio di Brosio è giunta proprio nell’appartamento della ragazzina e dei suoi genitori per arrestarla (il lettore intuisce, ma non è palesato, che dipende dalle lettere che la ragazzina ha scritto, denunciando involontariamente i genitori: cosa che avrebbe comunque fatto volentieri in cambio di un decoder).

Brosio finisce malamente (come negli sketch di Guzzanti su Fede), la ragazzina, indifferente alla sorte dei genitori, si sintonizza su Ambra che ironizza su Bertinotti, seguendo la propaganda dell’epoca effettivamente svolta (vedi qui). I due sono deportati in un campo di rieducazione su un furgone del Dottor Stranamore.

 Fino a qui, a parte il segno morbido ed elegante di Sommacal, che ci rimanda alle altre storie cattivikiane, nulla ci collega a un fumetto comico. La storyline è durissima, e se c’è un po’ di ironia, è di una cupezza eccezionale anche rispetto alla satira più politicizzata del tempo. Evidente, a parte il titolo di “Grande Simpatico” dato a Berlusconi detto prima, il richiamo al 1984 orwelliano: i figli come spie della polizia segreta, le deportazioni, la tv invasiva come controllo sociale. Lusso anticipa quasi profeticamente il compiaciuto culto orwelliano di trasmissioni come il “Grande Fratello” (di derivazione inglese, ma di grande successo berlusconiano negli anni 2000). Già l’uso “ironico” del Dottor Stranamore nella Fininvest dei tempi, colto da Lusso, è inquietante, dato che l’originale celebra il degenerare della Guerra Fredda in guerra atomica. Se vogliamo usare un parallelo alto, parrebbe una intuizione sulla scia del “cut up” alla William Bourroughs (che sappiamo caro a Lusso, da altre opere come “Contatti”): il grande autore riteneva uno strumento per intuire il futuro riassemblando in modo nuovo frammenti del presente (metodo derivante dagli indiani d’America e dai loro sciamani, che similmente gettavano casualmente ossa e altri oggetti rituali e ne esaminavano il disegno così composto).

Finalmente, dopo quest’inizio amarissimo, appare Cattivik, che in TV osserva un Grande Simpatico che apparirà sempre uguale, salvo la vignetta finale. Come il Grande Fratello orwelliano, potremmo pensare Berlusconi morto, e tramutato in puro avatar virtuale.  Mentre Cattivik è contattato dagli scalcagnati membri della Resistenza, i berlusconiani tramano di assumere il controllo della chiesa, ultimo tassello che manca al pieno potere. I loro dialoghi, va notato, sono indistinguibili dai dialoghi televisivi, resi come un cloud indistinto di testi sovrapposti in vignette riquadrate da didascalia. I testi mostreranno una sempre maggiore impronta messianica da qui al finale: e in questa insistita (e corretta) sottolineatura del sostrato mistico insito nell’idea politica si può vedere l’elemento più autenticamente “gotico” di tale parodia. Il Grande Simpatico si vuole divinizzare, e questo ne conferma il sostrato diabolico.

Il Grande Simpatico inoltre parla sempre solo tramite schermi televisivi a uno stuolo di grigi funzionari/ministri controllati con sistemi cyberpunk, tramite spinotto nel cervello (ma Lusso certo conosce anche quel pre-cyberpunk guareschiano della “terza narice” con cui i funzionari del PCI ricevevano le direttive da Mosca, inoculate direttamente nel cervello con un cavetto neurale USB antelitteram).

 Altra battaglia minore del Grande Simpatico è quella di sospendere le elezioni, per il bene della salute dei cittadini. Il che è di nuovo una bella profezia bourroghsiana nel momento che il migliore dei suoi allievi (che ha certo per scala superato il Maestro) cerca di fare la stessa cosa.

L’apparizione di Karol (qui Karl: prudentemente si ipotizza un nuovo papa, tra l’altro si intuisce tedesco) Woytila cita una nota vignetta di Andrea Pazienza, a cui il segno di Sommacal – nella sua autonoma personalità – deve qualcosa (e che il duo Lusso-Sommacal aveva omaggiato in un’altra storia che avevo esaminato, del 1997).

L’autoelogio del Grande Simpatico davanti al Papa ha note coltissime: nella sua autoapologia cita San Paolo, e il pontefice, nel respingerlo con la croce (un Vade retro Satana che ricorda quello di Famiglia Cristiana contro altri ministri…) riporta le parole di Cristo abbandonato in croce, in ebraico. L’idea di una Chiesa Catodica circolava molto come battuta in quegli anni, ma Lusso – che sa farci vedere la sua cultura tramite un fine citazionismo – con ogni probabilità conosce il rimando originario a “Videodrome” di Cronemberg (che affiora in certi spunti cyberpunk).

 Tra primo e secondo tempo un infernale e volutamente lungo stacco pubblicitario distopico, che ricorda quelli onnipresenti nel Robocop (1987) di Paul Verhoeven, e ovviamente il classico spezzettamento a blob indistinto di ogni prodotto sui canali Fininvest. La griglia cambia per questa sola occasione, e passa a un più denso montaggio di sei vignette a forma di schermo (in scala di grigi, invece del solito bianco e nero).

Nel secondo tempo, Cattivik si intrufola nel covo del nemico, con la parte più esplicitamente comica. Appare il busto di Craxi, benefattore che consentì il formarsi della trimurti fininvestiana con la legge Mammì; ma Veronica Lario, Gianni Pilo, l’onnipresente Fede, Costanzo e la sua equipe, Giuliano Ferrara. Tutti: solo il Grande Simpatico resta fantasmatico, evanescente, etereo, apparendo solo su schermo o con la sua Parola, sempre più intrisa di ossessioni messianiche nel senso di quell’Unto del Signore da lui rivendicato come benedetto dal voto popolare (e anche il continuo elogio della pazzia quale vera saggezza riprende dalla vera fissazione per Erasmo da Rotterdam e il suo “Elogio della follia”).

Tra le righe, si collega la sua trascendenza religiosa a una di stampo cybernetico: “ho superato le limitazioni del corpo per divenire fascio di elettroni”, e che il verso Grande Simpatico esiste solo più come mero software. Un antesignano del transumanesimo, per certo versi.

 Lusso e Sommacal osano molto nella satira politica: ma colpisce forse ancor di più la radicalità religiosa. Certo: per condannare quella che per loro è una implicita blasfemia berlusconiana; ma con accenti piuttosto radicali per un fumetto che, se non è proprio per ragazzi, si immagina di un umoristico leggero. La messa con Ferrara e Fede chierichetti, Costanzo celebrante, la TV come altare, il ritualismo cattolico deformato in catodico: pagine di alta scrittura fumettistica e satirica, ma di un humour nerissimo ed amaro.

L’apparizione di Dio a schermo unificato (e a vignette unificate, in una rarissima – per l’epoca – splash page) è eccezionale nel suo anticlimax: nel mondo dello stordimento televisivo, che ha trasformato il televisivo in cultuale, anche l’apparizione divina può venire banalizzata nelle solite formulette ritrite che annullano qualsiasi istanza del reale (e del sovrannaturale).

Dio appare, fulmina Fede, fa il suo proclama antiberlusconiano e poi viene liquidato (o meglio, se ne va indifferente anche lui) mentre la divinizzazione del Grande Simpa procede senza requie. E allora Cattivik, dopo l’ennesima grande domanda sulla Teodicea del Male andata a vuoto, estrae il telecomando e spegne la realtà. Di nuovo, una chiusa nerissima, formalmente nel senso del fumetto umoristico, che viene però totalmente trasmutato dall’interno.

Provvisorie conclusioni

CATTIVIKCONTROBERLUSCONI

 

Come detto, la storia resta anche godibile al primo livello di satira facile: ma qualsiasi lettore adulto percepirà facilmente l’amarezza del sarcasmo che si cela sotto le gag facili che fan parte della convenzione slapstick comedy di Cattivik. E l’appassionato abituato a leggere con occhio critico il fumetto non potrà non cogliere la raffinatezza delle sperimentazioni del linguaggio di cui si è accennato.

Venendo all’aspetto della profezia futuribile, notiamo come il fumetto ha intuito molti degli scadimenti nel tessuto civile che Lusso poneva come boutade (sospendere le elezioni, di cui si diceva; ma anche tutto un gusto cyber, di distopia dell’ipercontrollo alla Philip K. Dick, non è più così favolistico come allora) si è verificato. Anche sul piano letterale la profezia è vera: acciaccato, apparentemente indebolito (ma forse defilato per ragioni strategiche) il Grande Simpatico è ancora tra noi, e – sia pure in posizione di svantaggio – magari vuole giocarsi la partita per lo scranno migliore, la presidenza della repubblica, col suo arcinemico, il Grande Euroburocrate.

 Per contro oggi la TV – di cui Lusso-Sommacal decostruiscono qui abilmente gli stilemi – non è più così centrale, o almeno così nuova, rispetto al web, dove impazzano i discepoli del Simpatico, siano essi presidenti USA in difficoltà o neoleaderini italiani in caduta libera, tra twitter e facebook. Del resto, Lusso sceneggia ancora, e ha ironizzato anche sul linguaggio del web, magari in modo più leggero, come si confà a Lupo Alberto, il personaggio che attualmente scrive. Ma, su questo, magari avremo modo di tornare.