
Un breve post per segnalare l’uscita di un volume di sicuro interesse per la tematica di questo blog, il rapporto tra letteratura e fumetto: l’”Ivanhoe” di Walter Scott adattato da Dino Battaglia, recentemente ripubblicato da NPE, in occasione del centenario della nascita del fumettista.
“Ivanhoe”, uscito nel 1819, è l’opera fondante del romanzo storico, modello cui guarda – per distaccarsene in parte – il nostro Manzoni; l’opera che contribuisce a diffondere il mito di Robin Hood che diventerà un grande archetipo della cultura popolare. Un’opera, quindi, con un potenziale interesse anche didattico, perché facilmente collegabile a temi che vengono usualmente trattati nel percorso di storia letteraria.
L’opera di adattamento disegnata da Dino Battaglia nasce all’interno del Corriere dei Piccoli, sulla base dell’adattamento del testo ad opera di Piero Selva. L’opera si colloca all’interno di quella equilibrata vocazione pedagogica tipica del Corrierino fin dalle sue origini, e variamente declinata nel corso della sua storia. Nel corso degli anni ‘60 e ‘70 grande spazio si diede agli adattamenti a fumetto di grandi classici, scelti accuratamente tra quelli che si rivelassero comunque più “fumettabili” e in grado di suscitare l’interesse del giovane lettore con una significativa componente di azione. Una scelta sulla scia dei “Classics Illustrated” degli anni ‘40 americani, il primo grande tentativo sistematico del genere, e che anticipa quanto fatto anche dal Giornalino dei Paolini nell’epoca del fumetto italiano immediatamente successiva, tra ‘70 e ‘80, con punte ancora nei ‘90.
Come ricorda David Padovani nella sua bella introduzione, il fascino di quest’opera non sta nel presentarci il Battaglia del segno maturo, ma una tappa rilevante dell’evoluzione del segno dell’autore. La scelta del segno che egli qui adotta è coerente con l’evoluzione che si diceva prima: da un intento di intrattenimento educativo – oggi si direbbe “edutaintment” – rivolto ai bambini a uno rivolto anche ai ragazzi. La scelta quindi di classici relativamente “maturi” come Ivanhoe, e di un segno fumettistico più “adulto”, spigoloso, duro, rigoroso.
“Il cambio di registro era partito sin dal 1961 con il fu#metto Il piccolo re ed era proseguito con l’avventura western Il segno dei quattro e l’adattamento de La Freccia Nera di Stevenson.” spiega Padovani. Così, quando nel 1965 passa ad Ivanhoe, Battaglia ha già raggiunto un primo equilibrio in questo segno per lettori più maturi, che deve essere “adulto” ma anche, direi, “autoriale” (anche se non ancora ai livelli del Battaglia successivo).
Rispetto al Battaglia illustratore si giunge a una maggiore sintesi, più fumettistica, in cui confluiscono numerosi stimoli del medioevo immaginario, anche filmico. Correttamente, Padovani coglie come “gli elmi che si stagliano neri sul bianco delle vignette, riecheggiano in maniera evidente quelli dei cavalieri della pellicola Aleksander Nevskij del 1938, di Ėjzenštejn”.
Padovani coglie anche come in ogni caso la griglia rigida imposta dal Corrierino limita in parte le possibilità espressive di Battaglia, che darà il suo meglio quando potrà scardinarla in parte in favore di gabbie più ariose. E, come detto, il valore del volume sta proprio nel far apprezzare questo Battaglia ancora “di transizione”.
Sotto il profilo della proposta didattica, quindi, il fumetto sarebbe utile per far ragionare l’allievo sulla transcodifica dall’opera letteraria a quella fumettistica, cogliendo quali sono le sintesi e le elisioni, e il tipo di scelta interpretativa. Ad esempio, i personaggi femminili, pur effigiati con cura e grazia, hanno una sensualità molto rattenuta come si confà al prodotto per ragazzi dell’epoca.
Sarebbe possibile anche un raffronto con altri adattamenti successivi di Battaglia, più autoriali e più liberi, come quelli di Maupassant. Il vantaggio, lavorando didatticamente su un autore come Battaglia, che ha lavorato molto sull’adattamento letterario, è di poter far collimare al meglio questo lavoro con il percorso di storia della letteratura.


