La luna, i falò e i fumetti.

La luna, i falò e i fumetti.

La luna e i falò è considerato il testamento letterario di Cesare Pavese, l’ultima opera scritta nel 1949 e pubblicata nel 1950, poco prima del suicidio dello scrittore. Dedicato alla sua ultima amata, Constance Dowling, il romanzo ha consistenti elementi autobiografici e diviene un bilancio dove Pavese ripercorre i temi tipici della sua opera: il mondo contadino delle Langhe, la guerra, la Resistenza.

Lo sceneggiatore Marino Magliani e il disegnatore Marco D’Aponte – coadiuvati qui da Gloria Fava, per impaginazione e lettering – non sono nuovi all’adattamento letterario: in coppia, sempre per Tunuè, avevano trasposto nel 2015 “Sostiene Pereira” (1995) di Antonio Tabucchi (qui la recensione de Lo Spazio Bianco). Per certi versi, ci muoviamo in un territorio non lontanissimo: tornano gli snodi fondamentali della storia del Novecento, il fascismo e la Resistenza, sia pure in ambiti diversi sotto il profilo spaziale e temporale. Torna un protagonista riflessivo, in vena di bilanci. Ma, allo stesso tempo, siamo ovviamente in presenza non solo di un autore profondamente diverso, ma ancor più fondante nella tradizione postbellica del romanzo italiano.

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La cover, potente, evoca il rosso fuoco dei falò (che hanno un forte significato simbolico nel romanzo, ovviamente) sulle dolci colline verdi delle Langhe; nel frontespizio, con una analoga scena notturna, una citazione di Julien Gracq, da “Acque strette”, ci introduce il tema del Ritorno, che è il tema su cui ruota il romanzo e la chiave di lettura che gli autori decidono di tenere centrale.

Nella prefazione, la scrittrice Marta Barone introduce l’opera partendo dal ritratto di Pavese fatto dall’amica Natalia Ginzburg, sottolineando il «senso di straordinaria potenza fantastica» che lo scrittore ritrovava nella sua Langa, come scriveva in una lettera a Fernanda Pivano nel ’42, spiegando di aver finalmente compreso il senso del mito intersecato inestricabilmente a quei luoghi, come quello che Virgilio infondeva alla campagna classica nelle sue Georgiche. E questa è una altra chiave importante nella comprensione dell’opera, sia quella letteraria sia questo intenso adattamento fumettistico, che segna anche lo scarto di Pavese rispetto alla tradizione neorealistica (già in sé mai così pianamente aderente al vero naturale come la vorrebbe certa vulgata).

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La graphic novel alterna le vicende dello scrittore, giunto al suo tragico epilogo, con quelle del personaggio che in parte diviene il suo alter ego. In un bianco e nero acquerellato troviamo le pagine dedicate a Pavese, mentre il ritorno al paese di Anguilla  (a margine, ci ha sempre affascinati il riverberare di questo tema dell’anguilla anche in Montale, connesso a una simile e diversa rievocazione del mondo della campagna e dell’infanzia come possibile ultimo rapporto col divino) è segnato dall’irrompere vitalistico del colore, in una tecnica mista di indiscutibile vigore.

La forza pittorica di D’Aponte scolpisce le figure rocciose dei protagonisti della vicenda, che vengono quasi intagliati nel mito al loro stesso apparire. Contribuiscono a questo senso di imponenza anche il segno vigoroso, squadrato, valorizzato da un montaggio di tavola ampio, arioso, ma anch’esso rigorosamente squadrato, con un frequente uso della splash page, e anche l’uso di vignette dai confini rigorosamente rettangolari, per didascalia ma anche per il dialogo, in vece dei consueti balloon tondeggianti. La postura dei personaggi è sempre a suo modo solenne, in una recitazione che passa più per la dialettica dei corpi che per le espressioni, segnate quasi da una certa fissità ieratica, propria in fondo del mito (va però invece segnato l’accurato scavo espressivo compiuto sul protagonista, nella parte in bianco e nero ambientata nella realtà biografica di Pavese).

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Il romanzo di Pavese, per alcuni versi, è un romanzo basato sulla forza simbolica, archetipa, eterna di alcune immagini, prime fra tutte le due fonti di luce che danno il titolo all’opera. E il fumetto, in questo, ha la capacità di fare emergere la forza di queste immagini: la Luna come forza celestiale quasi pagana, a cui fa controcanto in terra il rito arcaico dei fuochi nelle campagne, fuochi che qui diventano altri più terribili incendi che segnano la narrazione. In particolare è l’uso del rosso, contrappuntato al verde delle Langhe, a creare un leitmotiv visivo che anticipa i momenti tragici dell’opera, nella luce del tramonto o in altre occasioni, a evocare ovviamente il colore del fuoco, ma anche quello del sangue (in più accezioni, ma anche quella cruenta). Una raffinata dicotomia – all’interno di una colorazione comunque realistica – tra comprimari, rosso/verde, che è quella già enunciata nella copertina, e che scandisce l’opera con grande eleganza visiva.

Naturalmente, la riuscita visiva dell’opera, che è propria dello specifico fumettistico, passa anche per l’accurato lavoro dello sceneggiatore Marino Magliani, che riesce a trasporre adeguatamente lo spirito dell’opera nelle parole e nelle inquadrature. La lingua esatta, asciutta di Pavese si presta bene all’operazione in questo passaggio al visivo, ma data l’assenza di azione vera e propria, nel senso tradizionale del termine, si richiede comunque un grande equilibrio formale per rendere questo passaggio fluido e scorrevole, come qui avviene (aggiungendovi un utile, ma altrettanto delicato incastro con le vicende biografiche dell’autore, come detto all’inizio).

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Una bellezza visiva non gratuita, esornativa, ma che diviene un mezzo per condurre all’opera originale, suscitando nel lettore la volontà di tornare (o di scoprire per la prima volta) alle pagine originali dell’autore. Un’opera potente e affascinante, che fa sperare in altre peregrinazioni dei due autori (o di altri) tra le dolci colline di Langa (complice anche il fatto che, allo scadere dei 70 anni, le opere di Pavese sono ora fuori diritti), magari – in futuro? – con l’estensione anche all’altro grande cantore di queste terre: Beppe Fenoglio.