Su questo blog-rubrica “Come un romanzo” mi occupo, come noto, dei rapporti tra letteratura e fumetto, in primis analizzando le biografie fumettistiche uscite o i numerosi adattamenti letterari a fumetto. Accanto a questi due filoni, scrivo a volte anche di un rapporto più “tangenziale” con citazioni a margine o riprese libere: quest’ultimo è il caso, in particolare, de “La Divina Congrega”, fumetto bonelliano che è una sorta di “Lega dei gentiluomini straordinari” in chiave italiana.
L’opera è forse la principale o perlomeno più nota testa Bonelli da libreria, alfiere di uno spostamento della Bonelli dall’edicola (che implica prevalentemente bianco e nero – gli esperimenti a colori sono declinati se non come speciali – e frequenza mensile) al mercato “di varia”, con titoli che mantengono una serialità ma su base tendenzialmente annuale-semestrale. Il formato è più grande, cartonato, a colori.

L’opera si muove nella sostanziale fedeltà a un certo “modello Bonelli” moderno attivo dagli anni ’80 (struttura avventurosa ma, ove riuscito, non banale, citazioni culturali ma senza sconfinare nel solipsismo) ma ha anche caratteri innovativi: ad esempio, adotta la coralità invece del classico eroe singolo bonelliano, dal nome allitterante e dalla professione di agente dell’ordine (nelle varie declinazioni da Tex a Nathan Never). Un esperimento significativo, in questo senso, era stato “Orfani” di Recchioni, forse l’ultimo ingente tentativo di nuovo prodotto bonelliano da edicola avviato nel 2013 e sviluppatosi nel corso della decade susseguente (collettivo, ma in bianco e nero, era stato anche “Caravan” di Medda, ma come miniserie).
L’opera è a mio avviso buona, come ho scritto già nelle numerose recensioni precedenti, e la qualità e lo stile si confermano anche in questo sesto canto, che non è però un “canto politico” (come i sesti canti di tutte e tre le cantiche) ma la continuazione del quinto canto, che aveva avuto al centro l’indagine sul Decameron di Boccaccio con i protagonisti costretti poi a narrare ciascuno una storia, secondo il modello boccaccesco, per combattere il demone Caer apparso nel “canto” precedente e che qui la fa ancora da padrone, a partire dalla copertina di Matteo Spirito, dove è ancor maggiormente protagonista rispetto al “Canto V”.
Qui vi è quanto scrivevo del quinto canto, a cui questo sesto è legato come seconda parte:
Il quinto Canto della Divina Congrega – Come un romanzo
Si tratta di una struttura che si ritrova anche nei capitoli precedenti, di cui avevo scritto qui:
La Divina Congrega e l’Orlando Furioso – Come un romanzo
Come detto, l’opera continua a mostrarsi coerente con l’impostazione, anche perché Marco Nucci e Giulio Antonio Gualtieri continuano a essere sceneggiatori, chiudendo così la “doppia” dedicata a Boccaccio come prima quella introduttiva (sulla “Commedia” riecheggiata nel titolo di serie, ma in generale presentazione dei personaggi) e quella sull’Orlando Furioso degli albi 3-4.
Anche i disegni sono sempre di Francesco Biagini e Paolo Gallina (coi colori di Claudia Giuliani) come nella storia precedente, con Biagini che si occupa delle storie della cornice, e Gallina delle storie narrate dai singoli personaggi. L’adozione dello stile del Decameron è l’innovazione principale della storia, che sfrutta bene il meccanismo narrativo e come detto già nel primo albo lo volge in chiave orrorifica abbastanza accentuata.
“Continua l’incubo della Divina Congrega nella babelica biblioteca del Castello della famiglia Boccaccio, dove il mefistofelico Caer, demone millenario che si nutre di storie, ha intrappolato i Nostri affinché lo sazino di racconti del terrore sussurrati alla luce crepitante del camino. Riusciranno ad ammansire l’orrida creatura fino allo spuntar del sole, mettendosi in salvo dal morbo mortale che spira nell’aria malsana di Certaldo?” recita il claim della quarta di copertina, e direi che sulla storia in sé non c’è molto di più da aggiungere, salvo l’utilità, ovvio, di leggere o rileggere prima il Canto V.
Oltretutto, in questo caso la storia è costruita attorno un riuscito “colpo di scena” che direi “alla Castelli” (sfruttando un meccanismo da lui spesso usato su Mystere) e quindi meglio evitare tutto quello che potrebbe sacrificarlo. Anche perché, appunto, l’intento di questa opera appare quella del divertimento avventuroso di tipo bonelliano, in modo marcato (forse anche per compensare i rischi di passare per una noiosa “opera erudita”) e quindi la dimensione primaria è quella della lettura divertita e coinvolta, “di primo livello” come avrebbe detto Umberto Eco (che, ovviamente, è un livello indispensabile nel popolare: è ad esempio quello che segna la piena riuscita del “Nome della Rosa” rispetto a opere più puramente filosofiche dell’autore).

La cosa più interessante da analizzare, come già detto, è come la dimensione dell’albo da libreria consenta qualche sperimentazione in più. Nelle parti di Biagini il segno resta pienamente bonelliano, pur ovviamente il Bonelliano “moderno”, più dinamico, e nel segno personale. Ma il montaggio di tavola è spesso piuttosto sperimentale, in modo non gratuito ma riuscito nell’accompagnare la storia. Nella seconda tavola le vignette assumono la forma del maniero maledetto, nella quarta quella del libro consultato, nella sesta di una sorta di pellicola cinematografica, alternando una tavola più tradizionale a una sperimentale. Questo montaggio, oltre a introdurre tavole di una certa bellezza visiva, è coerente con la dimensione fortemente metanarrativa di tutta l’operazione, dato che spesso gioca sulla intersezione – onirica e orrorifica – tra le pagine dei libri e il mondo “reale” dei personaggi.
Anche in seguito continua l’uso di splash pages, inset pages e un montaggio direi più “americano”, mentre le singole storie dei personaggi sono affidate al segno di Paolo Gallina con tavole in cui prevale l’impostazione classica, bonelliana, del montaggio “a mattoncino” (con solo una riuscita inset page nella prima storia). Per contro, il segno è molto più sintetico della media bonelliana, Un segno “veloce” ma curato, che serve anche a creare un chiaro stacco rispetto alla cornice descritta da Biagini (che ovviamente non resta pura cornice narrativa come in Boccaccio, ma vede succedere sequenze di azione intersecate ai racconti).
Le storie interne, oltre a rispecchiare il gioco del Decameron, servono ad ampliare le vicende dei personaggi fornendo maggiore tridimensionalità col racconto del loro passato. Bella, nelle soluzioni grafiche particolari, anche p. 39, dove il passare del tempo sembra scandito da “vignette-polaroid” disposte liberamente in fila sulla tavola.

Finiti i tre racconti interni rimasti, si giunge alla rivelazione finale, di nuovo con tavole “metanarrative” che riprendono in vari modi il formato del libro maledetto, e quindi lo scontro finale reso con grande efficacia scenica (qui, oltre agli ottimi disegni di Biagini, aiuta molto anche la spettacolarità dei colori di Giuliani).
Completa l’albo una gallery dei disegni preparatori.
In generale, quindi, si conferma una buona storia, in linea con la generale riuscita del progetto, che con questo sesto volume è stato anche premiato, quest’anno, dalla giuria del Premio Coco di Etna Comics, in un riconoscimento che premia l’opera nel suo complesso.

Come detto già nelle puntate precedenti, inoltre, l’opera si presta bene anche al lavoro didattico, toccando questo fumetto, nei suoi sei “canti” o numeri, tre tra le principali opere affrontate in terza superiore: la Commedia, il Decameron e l’Orlando Furioso (e, specie nelle scuole non liceali, trattare bene e far appassionare a questi tre capisaldi sarebbe già un ottimo lavoro). Si aggiunga che, come detto, vi sono vari personaggi “italiani” a vario titolo tra i membri di questa congrega al di là dello spazio e nel tempo, che potrebbero dare adito ad altri approfondimenti. Un acquisto valido per la biblioteca di fumetto d’istituto, da affiancare, magari, nel lavoro didattico ad altre opere per analizzare i vari approcci possibili della transcodifica da letteratura a fumetto.
Abbiamo parlato di:
La Divina Congrega. Canto VI – La penna e la spada
Cartonato, 72 pagine, 22 x 29,7 cm, colore
Soggetto e sceneggiatura: Marco Nucci, Giulio Antonio Gualtieri
Disegni: Francesco Biagini, Paolo Gallina
Colori: Claudia Giuliani
Copertina: Matteo Spirito
Uscita: 11/04/2025