Il Jekyll e Hyde di Lorenzo Mattotti, e altri mostri.

Il Gran Guinigi è, come noto, il premio del fumetto associato a Lucca Comics, la principale manifestazione fumettistica italiana. Quest’anno (vedi qui) è stato assegnato il premio per il miglior graphic novel a Ghirlanda del disegnatore Lorenzo Mattotti sui testi di Jerry Kramsky, opera raffinata e complessa di indubbia grande potenza (vedi qui la recensione di Guglielmo Nigro per Lo Spazio Bianco).

L’occasione è utile per ricordare un importante lavoro in cui Mattotti e Kramsky si sono confrontati con l’adattamento di un’opera letteraria a fumetti, che è il tema di cui tratta questo blog.  Nel 2002 è infatti uscito per Einaudi un adattamento libero de Lo strano caso del dottor Jeckyll e mister Hyde (1886), capolavoro dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson che ha creato con questo testo un modello seminale del tema del doppio, anticipando perfino le speculazioni freudiane.

Si tratta innanzitutto di un caso isolato per la coppia artistica, che nella vasta produzione non aveva mai affrontato (e non affrontò in seguito, almeno finora) un adattamento. Vero è che nel 2011 Mattotti pubblica The Raven, in cui illustra i testi dell’omonimo album musicale di Lou Reed ispirato ad Edgar Allan Poe (e, curiosamente, di nuovo sotto egida Einaudi); ma si tratta già di una trasposizione mediata, con un triplo livello letterario / musicale / artistico, e con l’aggiunta di essere un lavoro illustrativo e non fumettistico. Curioso però notare che restiamo nell’ambito del fantastico inquietante inglese dell’Ottocento, quasi a sfruttare il precedente successo, sia pure distante nel tempo, e con scelte stilistiche nel complesso avvicinabili.

 

Un caso analogo, sempre più sul versante dell’illustrazione, è quello di Hansel e Gretel (2009) dei Grimm. Anche qui, la fiaba è riletta con una fortissima connotazione adulta, avvicinando anche questa in qualche modo a quell’Ottocento orrorifico che sembra il cardine del lavoro sull’adattamento dell’autore. Qua tuttavia si adotta un bianco e nero estremamente cupo, con un segno nerissimo, che contrasta sia con le scelte di Hyde sia con quelle successive, monocromatiche, dell’attuale Ghirlanda, che presenta una linea decisamente più chiara.

Il procedimento su Hyde, dunque, sembra esattamente l’opposto: se in Hansel e Gretel si “restaura” l’originale spirito gothic della fiaba tramite illustrazioni nerissime, per Hyde non si scelgono – come sarebbe prevedibile – le atmosfere cupissime e magari monocromatiche che rimanderebbero, tra l’altro, all’incisione e illustrazione originaria dell’opera.

All’opposto, le tavole di questa trasposizione di Hyde sono giocate su un colore vivacissimo, quasi carnevalesco e arlecchinesco (anche se, naturalmente, le maschere della Commedia dell’Arte celano appunto una violenza clownesca meno lontana da quella di Hyde di quanto ci piaccia immaginare).

Il colore tuttavia, benché vivace, non rifugge del tutto da una certa cupezza: la grande massa nera di Hyde si staglia spesso come un’ombra oscura che domina e risignifica la scena. E allora anche i rossi accesi divengono un rosso sangue, e i viola un presagio lugubre e mortifero. Però, nel suo insieme, la tavola mantiene una sua eleganza di pulizia formale in cui le masse tendono quasi a tramutarsi in puro colore, come sghembe forme geometriche di una tela di Mirò. Aiuta anche l’adozione di una griglia in apparenza tradizionale, squadrata, su tre strip di modello italiano, spesso con l’adozione di una struttura “a mattoncino”, usata però in modo innovativo in questa intersezione costante coi segni e le linee interne alle vignette, quasi a comporre un solo e intersecato effetto d’insieme.

Di altri Jekyll e Hyde

 Il lavoro di Mattotti, di grande potenza visiva, resta relativamente isolato nell’adattamento dell’opera di Stevenson.

In tempi recenti, Hyde è stato adattato nella collana di adattamenti horror curata da Roberto Recchioni, nel 2015, nel classico bianco e nero adottato in questa collezione (vedi qui la recensione di Angela Pansini).

E a tinte cupe, monocromatiche o in sfumature seppiate, guarda anche l’adattamento dell’anno precedente da parte del mondo disneyano (2014). Oltre all’inedita (ma, in origine, frequente) fusione dei due cosmi dei topi e dei paperi, l’opera si segna per un registro anche qui oscuro e meno apertamente “parodistico” com’era solitamente negli adattamenti disneyani (qui la recensione di Andrea Bramini).

Si torna, quindi, in prevalenza, a una – pienamente legittima – lettura classica, come quella di Breccia in Incubi (vedi qui Simone Rastelli) o quello di Dino Battaglia (vedi qui), dei ’70; ma anche lo Jekyll! di Tiziano Sclavi in Dylan Dog, per il segno di Corrado Roi nei tardi anni ’80, Interpretazioni molto alte, da un lato, ma molto classiche.

Viene viceversa da chiedersi se in qualche misura il signorile adattamento di Mattotti sia stato anche solo in minima misura influenzato dal più importante influsso dell’opera di Stevenson sul fumetto: ovvero, naturalmente, la nascita del personaggio supereroistico di Hulk (1962), che del mito di Hyde è una evidente trasposizione in ambito supereroico. Qui, sì, la tematica è stata espunta di ogni elemento gothic in senso proprio da Jack Kirby e Stan Lee, in favore di una ripresa dinamica a sgargianti colori primari, tipico del supereroismo della golden age e – in questo caso – della silver age of comics.

E, in fondo, a Hulk/Hyde guarda moltissimo anche l’opera di Alan Moore dedicata ai grandi archetipi letterari dell’Ottocento inglese, La lega degli straordinari gentlemen, ciclo aperto nel 1999 e oggetto anche di un modesto e non riconosciuto adattamento cinematografico. Hyde prigioniero della sua condizione di mostro, ma meno mostruoso dei “normali” spesso più crudeli di lui, è un personaggio meno monoliticamente malvagio di quel che l’aveva voluto Stevenson, e in questo più vicino appunto a un eroe problematico come Hulk.

Il modello più remoto, probabilmente, va nel precoce adattamento dei Classic Illustrated del 1941, che presentano Hyde al numero 13 della collana (naturalmente citato da Wertham nel suo pamphlet contro i comics del 1954). Ingenuo e rozzo, in alcune tavole tuttavia anche questo grossolano adattamento conserva una sua efficacia, ed è inevitabilmente costretto a sua volta a mediare tra estetica gotica e cupa e l’uso dei colori primari a cui è costretto tecnicamente, non per scelta stilistica.

L’effetto talvolta efficace è quindi forse più casuale che intenzionale, ma comunque interessante nella risignificazione visiva del mostro rispetto alle incisioni di gusto ottocentesco di E.J.Sullivan (1869-1933) e soci. Da queste forme ingenue alle più recenti e raffinate riletture, il fumetto dimostra la sua vitalità anche in questa continua reinvenzione degli archetipi preesistenti. E per quanto l’Hyde di Mattotti sia probabilmente una delle vette più alte di questa riscrittura del mito, l’Hyde più terrificante è forse quello al di là da venire, quello che ci attende voltata la prossima pagina del fumetto.