Se una notte d'inverno un assassino

Se una notte d’inverno un assassino

Di Italo Calvino ho già parlato su questo blog, dedicato agli incroci tra letteratura e il fumetto (vedi qua); e nel mentre ci sono tornato sulla rivista, intervistando Roger Olmos sulla sua interpretazione e analizzando un recente, primo adattamento di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Torno però volentieri a parlarne in occasione dell’adattamento che ne ha voluto dare il principe del fumetto italiano popolare, Dylan Dog, sulla sua testata più sperimentale, il Color Fest.

La storia, sceneggiata da Giovanni Di Gregorio, è disegnata da Flaviano Armentaro che firma anche la copertina, con i colori di Moreno Dinisio (e il lettering di Alessandra Belletti). La citazione di grandi classici letterari dell’orrore è un classico della testata ideata da Tiziano Sclavi, e più volte l’abbiamo indagata su questo blog, dimostrando, crediamo, come sia una fonte importante quanto i rimandi cinematografici (vedi qui).

Qui, però, non ci troviamo di fronte alla citazione esplicita di un classico dell’horror, antico o moderno (una componente su cui aveva insistito Sergio Bonelli, per rendere il prodotto più appetibile anche al pubblico più tradizionale), ma a un romanzo postmoderno, piuttosto difficile e concettuale. Certo, già Sclavi giocava con questi inserti di matrice “colta”, che hanno fatto la fortuna della testata: ma si trattava più di singole citazioni e non di un adattamento integrale (come anche nello scorso Color Fest, dedicato a Dracula). Sotto questo profilo, dunque, l’albo è piuttosto innovativo.

Volendo, tra Calvino e il Dylan sclaviano sussiste quasi una staffetta ideale: Calvino scompare nel 1985, Sclavi idea e pubblica Dylan Dog l’anno seguente, nel 1986, nel solco del postmoderno fissato dalle immortali e incompiute “Lezioni Americane”.

Il curatore Roberto Recchioni nella sua introduzione si sofferma sui due artisti coinvolti, Armentaro e Dinisio, entrambi nomi apprezzati del mercato Usa, rispettivamente in Marvel e Image, entrambi all’esordio su una storia lunga (Armentaro era già apparso sul Color Fest 14). Un modo che rimarca, anche, il carattere visualmente sperimentale del Color Fest della sua gestione (mentre sulla trama e sulle opere coinvolte tornerà nelle schede finali, un elemento inedito di quest’albo). La storia del resto, come è facile intuire per chiunque conosca almeno per sommi capi il romanzo originario, prevede numerosi cambi stilistici nei disegni, che sono favoriti dalla duttilità dei due autori: nel disegnatore ma anche, nello specifico del Color, del colorista, chiamato non ad una atmosfera unificante dell’albo, ma a un continuo cambiamento di toni emotivi ed espressivi.

La storia di cornice introduce infatti un primo romanzo, ispirato alla fantascienza di Douglas Adams (come spiegato anche dal glossario conclusivo). Se Calvino intersecava romanzi “originali”, da lui inventati, nell’adattamento di Di Gregorio il citazionismo bonelliano diviene meta-citazionismo, inserendo altri romanzi all’interno del macro-romanzo. Una notevole adattabilità è richiesta dunque non al solo Armentaro, che modifica il suo segno adeguandosi al variare di situazione, ma anche ai colori di Dinisio: l’avvio della sequenza “douglasiana” vede infatti l’abbandono dei toni cupi dell’esordio (classici dell’horror dylaniato) in favore di una dominante luce gialla straniante, associata ai misteriosi alieni invasori.

Il segno si incupisce di nuovo nella seconda sequenza metanarrativa, che ci trascina nel noir, sotto una fitta pioggia battente e con un tono blu scuro opprimente. Non vi è una precisa citazione, che non viene infatti chiarita nel glossario finale (ma ci piace pensare a un rimando a Spillane, che sarebbe plausibile: si tratta infatti di una delle fonti di Dylan, con il suo romanzo Dog, figlio di).

La citazione di Kafka e delle Metamorfosi porta a un nuovo segno che evoca atmosfere primo-novecentesche, con un tratto sfumato nella resa delle ambientazioni, e una colorazione dai toni seppiati (vedi l’immagine sotto). Anche questa è una componente del mondo dylaniano: il racconto di Kafka introduce infatti autorevolmente nella letteratura del Novecento il tema centrale di Dylan Dog: i veri mostri sono i “normali”.

Segue, con un gusto cupo e ottocentesco, un Jekyll e Hyde in cui viene mostrato un lato oscuro di Dylan davvero estremo (Jekyll era già stato trattato in un celebre albo dylaniano di Sclavi, di cui avevo trattato qui, assieme ad altri adattamenti del personaggio). Sia pure nella cornice della “If Story”, si tratta di una rilettura del personaggio decisamente radicale, facente parte della nuova libertà espressiva del “rinascimento dylaniato” di Recchioni curatore. Il tema del doppio è del resto centrale nella continuity fondante di Dylan Dog, quella di Xabaras, che sarà più avanti evocato nella metanarrazione shakespeariana. Di nuovo, torniamo ad atmosfere estremamente cupe, segnate da chine particolarmente nere illuminate da una colorazione che soffonde il tutto di una luce verdastra.

L’ultimo atto è nel segno di Amleto. Il principe simbolo del dubbio, vessato dallo spettro della morte del padre per mano del patrigno, è una delle fonti d’ispirazione per il Dylan di Sclavi, come evidenzia lo stesso Recchioni nelle schede conclusive. Qui il segno si fa quasi surreale, specie per via della colorazione antinaturalistica.

La conclusione, pur non essendo palesata la citazione nelle schede finali, rimanda di certo alla Biblioteca di Babele di Borges, che viene evocata esplicitamente; ma si fa anche un plausibile riferimento al Nome della Rosa di Umberto Eco, centone di testi letterari medioevali, esattamente come questo albo (ma, in realtà, tutto Dylan Dog): Eco infatti sviluppava il suo monastero medioevale sul modello dell’astratta biblioteca borghesiana. Una suggestione evocata, anche qui, dall’ennesimo cambio nel segno, e ancor più nella colorazione che nei toni terrosi rievoca i bui antri dei penetrali della Biblioteca, prima di dissolvere l’intero fumetto nel perdersi di Dylan nello “spazio bianco” del vuoto tra vignette e pagine.

Interessante notare, a questo punto, che i romanzi citati non sono solo rilevanti per Dylan di per sé, come abbiamo evidenziato, ma formano insieme un panorama dei macro-generi che confluiscono nella testata: l’orrore classico del Jekyll di Stevenson, ovviamente, ma anche la fantascienza paradossale alla Douglas, il poliziesco hard boiled alla Spillane, il fantastico “alto” e mitteleuropeo di Kafka e soci. E alla base di tutto i grandi archetipi shakespeariani, molto cari a Recchioni curatore e sceneggiatore (non solo su Dylan Dog) e fondanti di tutta la letteratura moderna. E, in conclusione, il rimando agli interconnessi Borges-Eco, che si ricollega a Calvino: il romanzo di Eco è del 1980, l’anno seguente al Viaggiatore, con cui condivide il carattere postmoderno.

La cosa curiosa è che – sia pure in modo incidentale – la struttura è molto simile a quella di tutta la stagione conclusiva del John Doe curato da Lorenzo Bartoli, Mauro Uzzeo e Roberto Recchioni stesso. Là non c’era una esplicita citazione calviniana, e ci si basava sui generi in senso lato, non strettamente letterario: ma l’idea di un personaggio imprigionato tra i generi era molto simile, e diveniva anche una amplia riflessione sul fumetto bonelliano, con tanto di conclusione omaggiante Tex, roccioso nel suo equilibrio western, e Dylan, schiacciato invece sotto un disequilibrio lancinante. Non mancava nemmeno il rimando a Calvino, ma prima nel percorso del “golden boy” del fumetto italiano, con l’apparizione dell’osservatore Palomar, ripreso da un personaggio calviniano di una raccolta di racconti meno noti.

Un Color Fest quindi che, al di là della godibilità di lettura, diviene una affascinante e postmoderna celebrazione (e una riflessione) sul Citazionismo dylaniato.