
NPE Edizioni ha recentemente pubblicato un nuovo volume dell’ampia collezione da loro dedicata a Gianni De Luca, sicuramente uno dei maggiori fumettisti italiani di sempre, la cui opera viene così preziosamente preservata.
Si tratta, in questo caso, del “Gian Burrasca”, realizzato su sceneggiatura di Claudio Nizzi e apparso nel 1983 sulle pagine del “Giornalino” dei Paolini di cui in questo 2024 ricorre un centenario passato molto sottotono, anche se la rivista – probabilmente la più longeva del fumetto italiano oggigiorno – è ancora attiva.
Si tratta di un’opera meno nota rispetto ai grandi capisaldi dell’autore, il suo Commissario Spada e la Trilogia Shakespeariana, di cui abbiamo parlato ampiamente su questo blog dedicato al rapporto tra letteratura e fumetto. Ma, appunto, si tratta di un’altra opera molto interessante – e ovviamente spassosa, dato il tema – della produzione dell’artista.
“Gian Burrasca” infatti, apparso nel 1907 a puntate, in rivista, e nel 1912 in volume, è il terzo romanzo per l’infanzia italiano per importanza, dopo “Pinocchio” (1880) di Collodi, opera fuori scala, essendo il nostro testo dell’Ottocento più diffuso nel mondo, e probabilmente la figura più iconica della nostra letteratura. E dopo “Cuore” (1886) di De Amicis, che rappresenta per certi versi l’opposto, serioso e giudizioso, del “Gian Burrasca” nazionale (salvo la figura di Franti che è, però, tetro e serio a sua volta nella sua distruttività priva di veri elementi comici).
L’opera si situa sulla scia dei “Bad Boys”, un sottogenere della nascente letteratura per ragazzi destinato a grande successo (se ne parla ampiamente e bene qui: http://www.letteraturadimenticata.it/badboys.htm).
“Cudjo’s Cave” (1864) è ritenuto il capostipite del genere; con “The Story of a Bad Boy” (1870) appare il termine identificativo, e il capolavoro – non riconducibile quindi a uno schema prestabilito in modo classico – è probabilmente il “Tom Sawyer” di Mark Twain (1876), cui segue, ancor più eclettico, l’”Huckleberry Finn” ritenuto tra i capolavori della letteratura americana anche oltre il genere. “Bad Boy” (1880) esce in contemporanea col nostro “Pinocchio”, che non è un Bad Boy in senso stretto, essendovi l’elemento fantastico e un fondamentale buon cuore del burattino, nonostante una propensione per marachelle e pasticci; e poi, nel 1883, Metta Victoria Fuller scrive “A Bad Boy’s Diary” (1883), che è il modello dichiarato dell’opera di Vamba. Il diario venne infatti tradotto da Ester Modigliani, con le prestigiose illustrazioni di Attilio Mussino, illustratore di Pinocchio e padre del fumetto italiano con “Bilbolbul” (1908).
Il fascino di questi romanzi per ragazzi, del resto, sta anche nel loro essere indubbiamente una delle fonti – certo, non esclusiva, è chiaro – del grande successo dei “ragazzi terribili” del fumetto delle origini, da Yellow Kid (1896) a Buster Brown e a seguire. In fondo le loro avventure, pur romanzesche, sono strutturate di fatto come una serie di episodi tutto sommato “sgangherabili”, come direbbe Eco, tali da non formare una trama coesa e sostituibili facilmente nell’ordine di accadimento.
Vamba appunto dichiara nel 1906 di aver ricevuto da Ester Modigliani il diario di Gian Burrasca e di pubblicarlo. In realtà, il canovaccio del Diario americano viene da lui fortemente innovato, in quanto l’autore comprende che l’umorismo va ancorato in modo solido all’Italia del primo Novecento. Nella riscrittura, egli rende il testo, come diremo, molto più interessante (la traduzione della Modigliani, infatti, nel 1912, otterrà un successo modesto a differenza di quello riscosso dall’opera di Vamba).
La differenza che salta subito agli occhi è la scelta di Vamba di illustrarsi da sé. Disegnatore dilettante, il suo segno non può concorrere con eleganza con quello di Mussino e altri dell’età dell’oro; ma proprio per questo, a differenza degli altri romanzi del genere, le immagini sembrano davvero disegnate da un bambino (terribile) di nove anni come Giannino Stoppani; e il diario fa costante riferimento “diegetico” alle illustrazioni. Non si potrebbe per dire immaginare di stamparlo senza di esse: il testo risulterebbe non comprensibile perché i due elementi, disegno e testo, si integrano a vicenda.
Ma se questo elemento da un lato rende il Giornalino “più infantile” l’abilità di Vamba lo rende una lettura gustosa anche per gli adulti, creando uno spessore del testo particolarmente ricco.
Vamba era al secolo Luigi Bertelli (Firenze, 1860 – 1920); il nome d’arte derivava da quello del buffone di Cedric il Sassone nel romanzo Ivanhoe di Walter Scott. Il suo esordio letterario, nel 1878, appena diciottenne, è con due saggi dedicati a Vittorio Emanuele II re d’Italia e alla morte del re avvenuta in quello stesso anno (edito nel 1879). Dal 1880 inizia a collaborare a giornali d’area mazziniana, spesso aguzzi sotto il profilo satirico e polemico: nel 1886 è assunto in forma stabile al “Capitan Fracassa” e da allora non lascerà più il giornalismo. Lascia però la testata nel 1887 quando questa diviene filogovernativa con Crispi, e fonda con altri il “Don Chisciotte”, che prosegue con varie vicende fino al 1899, attaccando sia Crispi che Leone XIII, sinistra storica variamente ipocrita e clericalesimo alla riscossa.
Interessante notare che, fra i suoi testi, spicca un “Primo libro di Lettura conforme ai programmi ministeriali”, Mantova, Stab. Tip. Lit. Mondovì, 1891, titolo burocratico-giudizioso adottato dall’autore di uno dei testi più “eretici” nella letteratura infantile (per quanto nei canoni di un certo tipo di burlesco comunque accettato). Non è collegato alla mia Mondovì, almeno non in modo diretto, ma al nome di un tipografo, tale “G. Mondovì”, operante appunto a Mantova a cavallo dei due secoli.
Tra le opere più curiose ritengo ci sia Ciondolino. Libro per ragazzi (Firenze, Bemporad & figlio, 1895) in cui il protagonista si risveglia trasformato in formica, e in questa forma vede dall’interno la vita di questi giudiziosi lavoratori. Un testo, certo, didascalico e con brio, ma che anticipa di oltre un ventennio il capolavoro di Kafka.
Vamba fondò nel 1906 il Giornalino della domenica, che continuò regolarmente le pubblicazioni fino al 1927, con un ottimo successo tra le famiglie borghesi. Nella rivista apparivano infatti le firme dei più famosi scrittori del tempo (Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Grazia Deledda, Edmondo De Amicis) con raffinati illustratori (Umberto Brunelleschi e Filiberto Scarpelli) e qui, tra il 1907 e 1908, mentre nasceva il moderno fumetto italiano sul Corrierino dei Piccoli ideato da Paola Lombroso, egli creava il suo Gian Burrasca, che divenne poi un volume per Bemporad nel 1912, con l’enorme successo che sappiamo (si suppone una tiratura complessiva di milioni di copie).
Successo che lo stesso Vamba non seppe bissare: anche, forse, perché di lì a poco finiva quella Belle Epoque in cui il suo eroe poteva trovare il suo contesto, prima con la grande guerra (1914-1918) e poi con l’Italia fascista. Vamba fu entusiasta di D’Annunzio – suo collaboratore storico – appoggiò Fiume sul suo “Giornalino”, riaperto nel 1918 dopo la chiusura nel 1911, e lo visitò a Fiume nel 1919, poco prima della morte nel 1920.
La fortuna mediatica
Interessante notare come Gian Burrasca, ha un successo trans-mediale nell’Italia del boom. Già nel 1943 se ne era effettuata una riduzione con la regia di Sergio Tofano, la sceneggiatura di Cesare Zavattini, mentre deteriore – per quanto, per carità, funzionante nel suo stile – è quella degli anni ‘80, con Pingitore e Alvaro Vitali.
Ma il vero successo di Gian Burrasca è la riduzione televisiva in otto puntate che ne fece Lina Wertmuller (1964-1965) con Rita Pavone nelle vesti del protagonista in una curiosa – soprattutto allora: o forse si era più avanti? – scelta cross-gender e le musiche di Nino Rota. La Pavone, emersa con le sue hit di maggior successo tra 1963 e 1964, si era già imposta come enfant terrible della musica italiana, interprete del ribellismo giovanile dell’età del boom (1958-1963) appena concluso, e l’interpretazione di Gian Burrasca consolidò quel ruolo dandole la visibilità – allora proporzionalmente enorme – data dal medium televisivo. Per certi versi, un ribellismo “borghese”, goliardico, volutamente fine a sé stesso, che sarebbe stato superato dalla contestazione al Vietnam (1965), dal ‘68, dai plumbei anni ‘70 (come in parte presagisce Eco in “Apocalittici e Integrati”, dove analizza, in toni critici, il fenomeno della Pavone) per tornare attuale, al limite, dall’edonismo anni ‘80 in poi, dove appare quello di De Luca. Gian Burrasca insomma è una figura moderna, nel senso che un certo modello di “ragazzo terribile” confinato solo in una certa buona borghesia negli anni ‘20 costituisce uno standard di massa nell’Italia post-moderna.
Il Gian Burrasca di Nizzi e De Luca
L’adattamento di Nizzi e De Luca è quindi interessante anche perché, come molte cose del Giornalino (su tutti, gli adattamenti di Lovecraft, di cui ho parlato su questo blog) era almeno in parte eterodosso rispetto ai suoi teorici principi cattolici. Naturalmente non appare il Vamba anticlericale, che è comunque marginale già in Gian Burrasca: e a ogni buon conto, la scena finale, in cui Gian Burrasca divulga – con buone intenzioni, in questo caso – il matrimonio segreto in chiesa del cognato, avvocato socialista, è stata rimossa (gli ipocriti “socialisti col rolex”, diremmo oggi, appaiono in tutta la loro meschinità, ma anche i gazzettieri clericali, untuosamente pronti a circuire un ragazzino per i loro scopi politici, non fanno certo buona figura).
Tuttavia, per il resto l’opera resta fedele all’originale, e anche il finale in controtendenza (melanconico e riflessivo, contro la pirotecnia sarcastica dell’originale) è certo un aggiustamento e una concessione alla morale cattolica, ma non cambia di una virgola le vicende precedenti, presentate senza moralismi e con un evidente, compiaciuto divertimento grafico.
Se Nizzi svolge come al solito un lavoro ottimamente professionale, sintetizzando in brevi puntate un testo ricco e a suo modo complesso con eccellente e scorrevole fedeltà (il capolavoro, in questo senso, sono i suoi “Miserabili” in ottanta pagine, sempre per il Giornalino) De Luca può qui esercitarsi in uno stile chiaramente comico, raramente adottato nelle sue storie a prevalenza seria, al limite con una “linea comica” trasversale che appare talvolta in Spada e altri fumetti.
Se da un lato la pagina è quindi più leggibile rispetto allo sperimentalismo avanzato della trilogia shakespeariana o di certo Spada (anche per i lettori più piccoli, come annota David Padovani nella bella prefazione) c’è però una sperimentazione notevole sul cartoonism. La linea chiara – che in questa riedizione spicca ancor più, senza i colori che ha nell’originale del “Giornalino” – usa un segno dallo spessore variabile per far risaltare le figure al centro dell’azione slapstick mantenendo un delizioso dettaglio degli sfondi che ci ridanno l’atmosfera d’epoca.
Ciò esalta in massimo grado il cartoonismo dei personaggi: l’unico che ne è esente, significativamente, è il protagonista Giannino Stoppani, cosa che sottolinea il fatto che le cose sono viste dal suo punto di vista. E dal suo punto di vista, Giannino è perfettamente normale: sia che davvero, a volte, agisca per il bene e il risultato non sia quello sperato per le ipocrisie degli adulti, sia che in modo più o meno consapevole commetta qualche, per lui innocente, marachella (in realtà di solito terribile a livello apocalittico). Dal suo sguardo a lente deformante, gli adulti ci appaiono nella realtà morale di figure grottesche e segnate da una ipocrisia gesuitica. Il padre, in primis, ha una spassosa aria diabolica, da Mefistofele teatrale, con gli aguzzi baffi a punta, che ritorna in altre ridicole figure di autorità tutte sbeffeggiate e sfinite dal nostro apocalittico fanciullo.
Padovani nella prefazione identifica, correttamente, Benito Jacovitti e il Dick Tracy di Chester Gould tra le fonti di questo stile: corpi elastici come quelli jacovittiani, ma con una linea squadrata come quella di Gould, non il gommoso tondeggiare di Lisca di Pesce.
Da Jacovitti deriva anche l’elemento più sperimentale qui sull’uso della griglia: se nella Trilogia shakespeariana De Luca l’aveva del tutto dissolta, qui invece i personaggi sembrano stare a enorme fatica, dato il loro vitalismo, nella griglia classica che li contiene.
Come detto all’inizio, la conclusione toglie l’episodio del matrimonio cattolico fatto di nascosto, difficile da spiegare (il socialismo ipocrita del cognato avvocato è del resto tolto anche quando rende più gustosa la sua avidità davanti all’enorme eredità del signor Venanzio, che con la sua devastante sincerità Giannino gli fa perdere). Però, per certi versi, con questa scelta Nizzi opera un rafforzamento: infatti non solo la distruzione morale del Collegio militaresco Pierpaolo Pierpaoli è l’apice dell’azione di Gian Burrasca, ma sottolinea la natura particolarmente spregevole degli adulti bigotti e corrotti che credono di dominarlo: l’unica cosa che li trattiene nella loro spregevolezza è la paura dell’aldilà fusa con la superstizione spiritista, cosa di cui Gian Burrasca ne approfitta per farli, meritoriamente, gonfiare di botte da presunti “spiriti”. Una morale piuttosto “laica”, tutto sommato accettabile in un contesto postconciliare e progressista, ma comunque a suo modo coraggiosa e fedele all’opera originale.
Un’opera quindi di particolare riuscita, che resta una delle opere migliori di De Luca, forse lievemente misconosciuta rispetto ai lavori più conclamati, e che è meritorio offrire a tutti la possibilità di recuperare.


