Il fumetto, lo Strega e lo scaffale.

Il fumetto, lo Strega e lo scaffale.

Già l’uscita della dozzina dello Strega del 2021 aveva evidenziato come quest’anno non fossero presenti graphic novel a quel punto dell’avanzamento del premio. Un premio che anzi conferma una natura piuttosto tradizionale, per così dire, sia pure sotto l’etichetta moderna dell’“autofiction”, che con qualche aggiornamento esprime una tendenza del romanzo italiano già ben precedente. La cinquina, recentemente uscita, inevitabilmente conferma tale evoluzione: curioso notare, al limite, nelle polemiche che sono la tradizione quasi convenzionale del premio, si è discusso dell’esclusione di Teresa Ciabatti, autrice che del fumetto si è sempre interessata (ad esempio intervistando Fumettibrutti: ne avevo accennato qua).

Insomma, si impone una narrazione non solo realistica, ma incentrata su un’analisi – più o meno dissimulata – del narratore stesso tramite un personaggio che ne è una maschera. Una tendenza consolidatasi ad esempio nelle opere di Walter Siti, qui da noi, e che ha modelli profondi (pensiamo a un pilastro novecentesco come “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, che genialmente si incentra su un simile gioco di maschere).

Un processo, quello del fumetto allo Strega, che si è accompagnato al progresso del fumetto sugli scaffali della libreria di varia, una volta scoperta la presenza di un forte e variegato pubblico che gli editori hanno voluto intercettare. Lo Strega e lo scaffale, quindi, sembrano dover progredire di pari passo: e prima o poi l’ottenimento del premio sarebbe il coronamento dello “sdoganamento” del medium fumetto nella cultura alta. O no?

 

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Vediamo la storia. Un primo approccio storico tra Premio Strega e fumetto era avvenuto nel 2014, quando Unastoria di Gipi era stata candidata al Premio. Oggi, con la candidatura all’Eisner Award per i colori con l’edizione USA, e la realizzazione del film, il volume conferma la sua vitalità; era forse il fumetto che avrebbe avuto maggior senso, strategicamente, far vincere, e per quanto lo riguarda rimando a quanto ne scrissi qui. Si tratta di un punto rilevante – e discusso – della “legittimazione letteraria” del fumetto. Per molti si tratta però di una legittimazione in questo caso in parte falsante, che tende a ritenere appunto un complimento definire un fumetto “come un romanzo”, sottintendendo implicitamente che la gran mole della produzione fumettistica non ha la stessa dignità di un “buon libro”. Si veda a tale proposito questo articolo di Sugarpulp che esprime bene la posizione critica sulla questione. Il rilievo del tema è tale che perfino la Treccani gli dedica un (buon) articolo, qui, in cui contestualizza ampiamente il tema.

 

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Nel 2015 farà seguito “Dimentica il mio nome” di Zerocalcare (vedi qui), su candidatura di Daria Bignardi e Igiaba Scego, probabilmente il più “letterario”, per certi versi, tra i volumi dell’autore romano. Le candidature parevano allora andare nel senso di un avvicinamento del graphic novel, del romanzo a fumetti, al romanzo tout court, con lo scopo di accompagnare la sua sempre più vasta presenza nel mercato delle librerie di varia (questo, sì, un fatto ormai che si può dare per assodato e riconosciuto, giustamente, come normale).

 

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Il discorso si potrebbe poi allargare ad altri premi: ad esempio, nel 2019 è stata la prima volta del fumetto al Premio Manzoni, il più importante dedicato al romanzo storico, con “La vita che desideri”, di Francesco Memo e Barbara Borlini per Tunué. Qui ne ha scritto, ai tempi, Fumettologica, ai tempi; qui una mia disamina del notevole romanzo fumettistico, all’interno di un pezzo che esamina l’attenzione di Tunué ai temi LGBTQ+. Interessante notare che il premio viene assegnato come “narrazione verbo-visiva”, con la ripresa di una definizione diffusa autorevolmente da Umberto Eco, sempre nell’ottica di questa complessa nobilitazione/rimozione del fumetto (vedi qua).

 

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A lungo, a quanto ho potuto rilevare, non vi furono più candidature, fino al 2020, quando oltre a un ritorno di Gipi troviamo anche Gaglione e Izzo, autori indubbiamente validissimi ma meno celebri sulla scena del duo Gipi/Zerocalcare, anche in virtù della loro esposizione mediatica (vedi qui): “Momenti straordinari con appalusi finti”  e “Uccidendo il secondo cane”, rispettivamente. La cosa però è passata molto sotto silenzio, come pure eventuali casi intermedi. A distanza di sette anni, inoltre, possiamo anche dire che non si crea una linea di tendenza: non si è andati oltre a una candidatura estemporeanea, senza mai raggiungere non dico il Premio Strega, ma nemmeno la cinquina. L’interesse giornalistico, che si struttura intorno alla conquista di un “first time”, fu destinato abbastanza naturalmente a scemare.

Il premio del resto, come si vede anche oggi, pare sospeso tra due necessità: da un lato, quella di creare costanti piccole polemiche letterarie per far parlare di sé (la cui esistenza e finalità è quasi un luogo comune) ma al tempo stesso una certa impermeabilità a ogni possibile novità. Per esempio, avrebbe potuto essere un simile segnale innovativo un premio a “La stanza profonda” (2017) di Vanni Santoni, che tratta di gioco di ruolo in modo centrale – e talvolta parla a latere di fumetto, oppure a “Febbre” (2020) di Jonathan Bazzi, ricco di rimandi alla cultura pop oltre al tema innovativo e coraggioso (ma nella stessa annata la vittoria del Colibrì fu favorita da una cordata che, alle ragioni di casata editoriale, univa pare la necessità di impedire l’imporsi allo Strega del giallo di Carofiglio, per la sua appartenenza al genere). Interessante notare a questo proposito le motivazioni della proposta di Gipi, che vengono esaminate qui in un pezzo piuttosto accurato: emerge chiaramente che, se è encomiastico per Gipi, è invece poco lusinghiero per il fumetto come medium, in quanto l’opera dell’autore viene esaltata nel suo distaccarsi dal fumetto che la rende degna di premialità letteraria.

 

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Al fumetto come medium e mondo produttivo, invece, servirebbe o farebbe piacere al limite un riconoscimento come quello che, generosamente, auspica Darwin Pastorin in questa intervista spaziobianchista di Marco D’Angelo: un provocatorio Premio Strega a Tex. Provocatorio, sia chiaro, per il clima culturale medio del paese: perché Boselli – per dire l’autore più significativo del Tex odierno, nonché curatore – ha nel suo specifico lo stesso, riconosciuto rilievo che hanno Gipi o Zerocalcare nel loro.

Naturalmente, è proprio quello che lo Strega può meno fare. Si può infatti stiracchiare la concezione di romanzo fino a includere il romanzo grafico (meglio così detto che “fumetto”: magari all’inglese, “graphic novel”, e magari appunto aggiungendovi la “letterarietà percepita” dell’autofiction, presente non a caso in Zero e Gipi): in fondo, romanzi grafici sono già quelli di Lawrence Sterne nel ‘700, e quelli dei futuristi nel ‘900, per tacere di esperimenti del surrealismo e del tumultuoso mondo dell’avanguardia. In una settimana di eccezionale bontà, si potrebbe giungere a premiare anche un criptofumetto, in quest’ottica. Ma Tex non ha nulla in comune con tale percezione, per quanto il personaggio si sviluppi prevalentemente su romanzi a fumetti (i racconti brevi sono presenti ma di fatto come eccezione): sanguigno quanto questo è esangue, ha la sua forza non nel singolo numero, ma in una rocciosa, lunga serialità che fa parte della sua valenza mitica, e in cui si inseriscono anche le punte alte e le declinazioni di autore, quale ad esempio la notevole lettura di un Magnus.

 

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Che rapporto dunque può avere lo Strega col fumetto? Forse, un rapporto di “convergenze parallele” può essere, in questa fase, più proficuo. Si può notare come dopo gli anni cruciali di Zero e Gipi, 2014-2015, si sia iniziato ad affidare anche a fumettisti il manifesto strega, con Fior (2016), Baronciani (2019) e adesso Mattotti (2021). Potrei averne perso qualcuno, che integrerò: ma mi sembra una bella scelta – e con buoni esiti – che l’interpretazione di un premio narrativo sia affidata a chi usa l’immagine a fine narrativo (sequenziale).

 

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Un’altra linea promettente è quella della traduzione, e su questo c’è un caso recente di notevole livello, “Parete Nord” di Ippocampo Edizioni (vedi qui, e qui la recensione). L’opera, di Olivier Bocquet e Jean-Marc Rochette, è un romanzo a fumetti fortemente autobiografico incentrato sulla vita di quest’ultimo (di nuovo, l’autofiction). Rochette non è un nome qualunque, pur magari valido, del fumetto francese, ma uno particolarmente rilevante: la sua opera, Snowpiercer, è stata ripresa in un noto film di Bong Joon-ho del 2013, regista sud-coreano che avrebbe vinto l’Oscar nel 2019, primo film non in lingua inglese della storia a vincere (da cui, poi, la ripresa di Snowpiercer in un non eccezionale serial di Netflix).

Rochette, in questa autobiografia, indaga il suo duplice, difficile rapporto con l’arte e la montagna: due rapporti diversamente conflittuali. La passione per l’arte si declina in una viscerale caduta nella sindrome di Stendhal cui si oppone la durezza fredda e spietata del collegio in cui si compie la sua formazione accademica, volta al culto sterile degli astrattisti, da lui per ripicca rifiutati. Interessante che lo scontro si incentri sul rifiuto del giovane pittore, e non ancora fumettista, del manierismo di Mondrian, sprezzando come gratuito lo studio della mera segmentazione dello spazio (polemica che lo accomuna all’italiano Guttuso). Infatti, come fumettista, Rochette dovrà per forza integrare la sua passione per il figurativo con la – diversa – segmentazione spaziale. E anche questo albo, pur con un segno naturalistico, utilizza elementi di sintesi che innegabilmente hanno la loro radice nella storia dell’astrazione.

La passione del figurativo si connette poi al rapporto viscerale con la montagna, una sete d’assoluto ben narrata dagli scrittori che ne hanno trattato. E appare evidente come quest’opera è a suo modo cruciale anche per comprendere un certo “ecologismo alpino” di Snowpiercer, dove il treno totalitario che rappresenta l’unica sopravvivenza dell’umanità attraversa montagne innevate bellissime e ostili, dopo che l’uomo ha cancellato la vita sul pianeta con la il consumo indiscriminato di risorse.

 

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Appare quindi significativo che un’opera a suo modo strategica nel canone fumettistico sia stata affidata a Paolo Cognetti, scrittore di montagna che appunto ha vinto lo Strega nel 2017 col romanzo “Le otto montagne”, che ha oltretutto una struttura piuttosto simile a quella di quest’opera. Ovviamente, un’analisi accurata del lavoro di Cognetti traduttore presupporrebbe un confronto tra originale francese e resa italiana, che esula dagli scopi di questo testo: ma si può cogliere la passione del lavoro fin dalla ragionata introduzione, che riconosce a questo fumetto di aver superato i limiti di settorialità del romanzo di montagna: un riconoscimento quindi lusinghiero al medium, specie non provenendo da un “cantore obbligato” del fumetto quale un autore o un critico fumettistico. La resa dei dialoghi è poi sicuramente non solo scorrevole, ma di una qualità che si intuisce letteraria, unendo la necessaria laconicità – non è un romanzo da testi-fiume, come si può intuire – con l’esigenza di mantenerla pregnante, mai banale. I personaggi parlano poco e semplice, ma in modo profondo e significativo, e il lavoro di adattamento non è certo semplice (a partire anche da un lato tecnico: padroneggiare la lingua specialistica dell’arrampicata).

 

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In modo simile, Jonathan Bazzi, che dello scorso Strega era stato una sorta di “vincitore morale”, ha realizzato la prefazione a questo Stone Fruit, altra opera importante uscita quest’anno (qui la recensione), che tocca in modo attento e delicato i temi dell’identità di genere, cari all’autore (che nel suo romanzo toccava molti aspetti, incluso il fumetto, della cultura pop, di cui scrissi qui).

Insomma, concludendo, il fumetto non ha, ritengo, bisogno di una “legittimazione letteraria” tramite l’ottenimento di un premio previsto per la letteratura. Giustissimo che il libro a fumetti si meriti “lo scaffale”, ovvero una presenza in libreria che, al di là del legittimo discorso commerciale, ne rinforza in modo sacrosanto la percezione del valore. Ma non gli serve, e non ha forse nemmeno molto senso, lo Strega. Da un lato, servirebbe forse un premio con forte visibilità: i molti presenti, pur validi – Boscarato, Micheluzzi, Gran Guinigi, Coco… – non mi sembrano rompere davvero il “soffitto di cristallo” della presunta “cultura alta”. Forse dalla rete dei Festival (vedi qui) potrebbe uscire un premio unico forte? Chissà… Dall’altra, e questo in parte sta avvenendo, un attenzione e una contaminazione culturale con gli autori più consapevoli.

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P.S.: Con l’amico Alessio Bilotta ci si divertiva a immaginare quale potrebbe essere il titolo di un potenziale premio unitario del fumetto italiano. Premesso che, se nascesse, sarebbe l’oggetto di delicati equilibri e quindi sicuramente ogni speculazione è accademica, viene da ricordare che lo Yellow Kid aveva, finché assegnato, una certa visibilità. Oggi è integrato al Gran Guinigi. Pensando però a un personaggio italiano, immediatamente identificabile, forse la sintesi migliore è Corto Maltese (a me piacerebbe anche un premio Tex Willer). Bilbolbul di Mussino è già usato per un noto festival di qualità, e più si andrà avanti nel tempo più gli elementi coloniali che il fumetto contiene andranno contestualizzati, rendendolo meno utilizzabile in chiave di simbolo unificante. Se invece si volesse seguire il principio di legare il premio al nome di un autore, sul modello dei Premi Eisner americani, riterrei che il Premio Hugo Pratt suoni decisamente bene, al di là della assonanza col celebre Premio Hugo della science fiction americana. Ma, naturalmente, questo è solo un piccolo gioco letterario.