Il centenario calviniano, la cui esatta ricorrenza cadrà il 15 ottobre 2023, non è passato inosservato nel mondo del fumetto. Esce infatti in questi giorni, per Mondadori, l’adattamento di Sara Colaone, autrice completa, nella collana “Contemporanea”.
L’adattamento si presenta subito come rilevante anche per l’autorevolezza dell’autrice. Sara Colaone, classe 1970, illustratrice e fumettista, ha esordito nel 2003 e collabora con numerose case editrici internazionali e per riviste quali “Le Monde diplomatique”, “Internazionale” , “Jacobin” e “Ventiquattro Magazine”. Dal 2006 è fra i docenti di Fumetto e illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Numerosi e notevoli i fumetti realizzati, tra cui “Georgia O’Keeffe, amazzone dell’arte moderna” (testi di Luca De Santis, Oblomov 2022); “Ariston” (testi di Luca De Santis, Oblomov 2018); “In Italia sono tutti maschi” (testi di Luca De Santis, Oblomov 2019), con cui ha vinto il Premio Micheluzzi nel 2008; “Leda, che solo amore e luce ha per confine” (testi di Francesco Satta e Luca De Santis, Coconino 2016) con cui ha vinto il Gran Guinigi nel 2017 a Lucca Comics & Games; “Evase dall’harem” (Oblomov, 2021).
Come si evince fin dalla notevole cover di questo Barone a fumetti, sempre dell’autrice che come detto realizza testi e disegni, il punto di forza dell’adattamento pare essere nella levità con cui ella affronta un’opera tutt’altro che facile.
Il Barone Rampante possiede infatti sicuramente un valore metaforico stratificato e complesso, ma innanzitutto è espressione della celebre difficilissima “leggerezza” calviniana, così come teorizzata nelle celebri Lezioni Americane, uscite postume nel 1985, che sono il testamento spirituale dell’autore.
Opera mediana della trilogia araldica degli Antenati, il Barone è quello che ha trovato il maggior favore dei lettori (e per questo, probabilmente, lo si sceglie per l’adattamento) e forse quella più riuscita in una produzione, quella di Calvino, composta tutta di vertici altissimi. Ancora forse un po’ meccanico nella metafora il Visconte Dimezzato (1952), fin troppo concettoso, forse, il Cavaliere Inesistente (1959). Anche la Colaone dichiara di trovare particolarmente congeniale il Barone; le altre due opere, comunque, saranno adattate da altri nomi importanti del fumetto italiano di oggi: a ottobre 2023 “Il visconte dimezzato” a fumetti, nell’adattamento di Lorenza Natarella, e a inizio 2024 “Il cavaliere inesistente” a fumetti, nell’adattamento di Sualzo e Silvia Vecchini (stando ad ANSA, che riporta anche, nel dare la notizia, diverse considerazioni interessati di Colaone, qui)
Nella premessa all’edizione inglese del 1980 della trilogia degli antenati, Calvino chiarisce un’altra sfaccettatura della leggerezza, che ritorna anche nelle Lezioni, la sua “visibilità”, ovvero la connessione stretta con una immagine che si fa letteratura.
“Il racconto nasce dall’immagine, non da una tesi che io voglia dimostrare; l’immagine si sviluppa in una storia secondo una sua logica interna; la storia prende dei significati, o meglio: intorno all’immagine s’estende una serie di significati che restano sempre un po’ fluttuanti, senza imporsi in un’interpretazione unica e obbligatoria. Si tratta più che altro di temi morali che l’immagine centrale suggerisce e che trovano un’esemplificazione anche nelle storie secondarie: nel Visconte storie d’incompletezza, di parzialità, di mancata realizzazione d’una pienezza umana; nel Barone storie d’isolamento, di distanza, di difficoltà di rapporto col prossimo; nel Cavaliere storie di formalismi vuoti e di concretezza del vivere, di presa di coscienza d’essere al mondo e autocostruzione d’un destino, oppure d’indifferenziazione dal tutto”.
L’Immagine come fulcro degli Antenati, dunque, e La Distanza come fulcro del Barone Rampante: non a caso, un concetto che è centrale anche nel finale, profondamente significativo, del romanzo più neorealista, “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947).
“C’è pieno di lucciole, – dice il Cugino. – A vederle da vicino, le lucciole, – dice Pin, – sono bestie schifose anche loro, rossicce. – Sì, – dice il Cugino, – ma viste cosi sono belle. E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.
È suggestivo pensare che il fumetto è quindi particolarmente adatto al Barone, in quanto fondato similmente sull’Immagine e sulla Distanza: ovvero, su quello Spazio Bianco che separa e raccorda le vignette di cui si compone. Appare quindi qui appropriata, nel fumetto di Colaone, la scelta di uno spazio bianco particolarmente etereo, perché privato della linea di contorno della vignetta (segno di contorno che invece resta nel disegno), linea di contorno assente anche nel balloon.
Naturalmente, non si tratta di un espediente grafico specifico di questo adattamento, essendo ormai uno stilema ampiamente consolidato. Né, alla fine, è questo il vero punto di forza di un’opera che, come detto, spicca appunto per la raffinata levità dei disegni che era indispensabile a un adattamento di questo tipo. Però, in qualche modo, questa ariosità della tavola che consegue al modo con cui le vignette vi fluttuano libere all’interno è un buon segno della leggerezza generale che aleggia nella storia.
L’adattamento è nel complesso, salvo ragioni di sintesi, fedele allo sviluppo della narrazione, cosa che lo rende particolarmente adatto anche sotto un profilo didattico, che a noi è caro. Fin da subito il segno morbido, tenue, fluttuante ci delinea la galleria delle figure che animano questo teatrino calviniano. I colori, parimenti, sono tenui e delicati, luminosi certo, ma sempre a luce soffusa, garbata. Prevale naturalmente su tutto il verde nelle sue varie sfumature, l’ambiente naturale del Barone degli alberi, e in generale i toni terrosi delle campagne liguri che fanno da sfondo all’azione.
Appare fin dalla seconda tavola del racconto (o la terza, visto che la tavola col titolo ha anche un primo accenno di narrazione) la scelta di scandire la narrazione coi ritratti di personaggi che man mano appaiono in scena, a partire dallo sventurato abate Fauchelafleur. Una scelta fedele al procedere calviniano, è vero, ma che al tempo stesso lo sottolinea in modo più marcato, in una di quelle scelte interpretative che sono ben presenti, anche se volutamente quasi impercettibili nello scorrere fluido della narrazione.
Per certi versi, è una scelta che collega più saldamente l’opera di Calvino alla pur fragile tradizione ottocentesca del romanzo italiano, che è spesso anche galleria di personaggi – si pensi ai Promessi Sposi – pur diversissimi da quelli calviniani (per quanto l’autore ammetta il debito verso la Pisana di Nievo per la sua Sinforosa).
Come riportato nella citazione calviniana qui sopra, del resto, il Barone è nello specifico romanzo di solitudini: non solo quella di Cosimo Piovasco di Rondò, ma anche dei vari personaggi di contorno. Inevitabilmente condannati a una certa distanza, che è anche a volte, positivamente, distanza critica, ma anche isolamento.
Pensiamo, ad esempio, a Battista, che infonde un impegno incredibile nel cucinare pietanze raccapriccianti, condannata a una laboriosa incomprensione. O a Viola, simmetrica a Cosimo e come lui alla fine condannata all’impossibilità nell’unica relazione amorosa vera della propria vita.
Riguardo all’episodio di Battista, scatenante la ribellione, annoto a margine anche la fedeltà al testo che permane anche quando oggi meno immediatamente accettabile, ad esempio nel fatto che Biagio e Cosimo vengono frustati per l’episodio delle lumache, cosa che getta una luce leggermente più sinistra su un episodio per il resto dai toni lievi e burleschi (secondo una alternanza spesso frequente in Calvino).
Similmente, non viene censurato il riferimento ai pirati islamici (che ovviamente in Calvino ha il valore di annotazione narrativa, al limite di citazione ariostesca, senza nessun particolare intento critico) che Cosimo combatte. Siamo insomma ancora prima del trionfo dei “sensitivity reader” anglosassoni (in arrivo anche qui da noi?) e le sintesi operate appaiono realmente tali, ovvero per ragioni di transcodifica tra media diversi, e non censure, pur blande all’apparenza (ma forse determinanti, dato che Dio è nei dettagli).
L’incontro con Viola, poi, richiama – evocato già nell’originale – il celebre dipinto dell’Altalena di Fragonard (proprio del 1767, anno in cui si avvia il romanzo appunto con l’incontro fatale), anche con quanto di sottilmente erotico porta con sé, e che evoca in sé già tutta quella leggerezza rocaille e settecentesca di cui il testo di Calvino è illuministicamente intessuto.
Nel consolidarsi della ribellione di Cosimo, anche il montaggio di tavola pare farsi più ardito, discostandosi vieppiù dalla griglia italiana, già usata con libertà. Molto bella la doppia muta di p. 26-27, o il montaggio “scaleno” di p. 29.
Col procedere dell’opera, secondo quella discontinuità che ha suscitato alcune delle critiche coeve all’opera, dai toni più fantastici dell’inizio irrompe il ‘700 storico, unizialmente tramite i romanzi letti dal Barone – e dal brigante suo amico – con gli Illuministi, su tutti Voltaire al cui conte philosophique (soprattutto il “Candido”) Calvino si ispira. Ma poi, anche, la Rivoluzione Francese, e quindi Napoleone nella sua calata italica, in uno scorcio di secolo dal 1767, anno della ribellione, al 1820 della morte del Barone. Il tutto fino alla degna conclusione della vita del Barone, sepolto verso il cielo in una mongolfiera, richiamata già fin dalla copertina.
L’opera, quindi, per citare le parole di Colaone, si pone “Non una ripetizione illustrata, ma un fumetto-fumetto, che si pone in dialogo col testo originale” (vedi anche l’articolo di ANSA, citato in link più sopra, per altre riflessioni interessanti dell’autrice sull’opera).
Concludo, come di consueto, con un paio di annotazioni circa la spendibilità didattica dell’opera. La sua notevole fedeltà la rende un lavoro adatto alla proposizione a un pubblico dalla fine delle elementari in poi. Mi parrebbe un libro adatto in modo pieno già alle scuole medie o al biennio delle superiori: la mediazione fumettistica, come detto, è molto fedele all’opera originale. In un certo senso, inevitabilmente, avrà magari per molti un valore “sostitutivo”, sperando che serva da invito alla lettura della ariosa prosa calviniana.
Didatticamente, questa fedeltà rende facile e interessante lavorare su un parallelo puntuale – guidato dal docente – tra pagine del romanzo (anche una scelta antologica) e pagine del fumetto, portando gli allievi a riflettere sui meccanismi della transcodifica (non specifici solo del fumetto ma, in generale, dell’adattamento, anche al cinema, a teatro…).
Insomma, questa nuova trilogia fumettata appare un omaggio doveroso a Calvino, un segno della sempre maggiore attenzione del fumetto al mondo letterario in questa sua nuova “età del graphic novel” che dura ormai da molti anni, e una notevole prova di autore di grandissima piacevolezza visiva. Un volume (anzi, quando sarà completa, una trilogia) che ci pare un’ottima acquisizione per una biblioteca scolastica del fumetto.







