Gotico Guareschiano: Don Camillo, Poe e il fumetto

Gotico Guareschiano: Don Camillo, Poe e il fumetto

Il Don Camillo a fumetti di ReNoir, sotto la cura di Davide Barzi, è probabilmente il più vasto ciclo di adattamenti letterari a fumetto in Italia, in questi anni. Su questo blog che si occupa, appunto, di letteratura e fumetto, abbiamo avuto modo spesso di parlarne, anche di recente, spiegando le ragioni del successo: da un lato, la validità dell’autore di partenza  un’ampia (e sottovalutata) comunità di cultori, nata anche grazie all’infedele, ma complessivamente riuscito, storico ciclo filmico. Dall’altro, però, la bravura di Barzi e della sua squadra di collaboratori e disegnatori nel saper intercettare questo pubblico, con un adattamento fedele ma non pedissequo, anzi, attento a creare tramite le storie a fumetti un approfondimento dell’opera originale tramite una visualizzazione consapevole di ciò che Guareschi è letterario, ricco di citazionismi gradevoli e ben dissimulati e accurate schede di lettura a integrare il tutto.

 

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Il gioco letterario più ardito è però in uno degli spin-off della saga: il Don Camillo in formato pocket realizzato ormai da quattro anni in occasione per il Cartoon Club, in occasione di Rimini Comics. Tutto era partito da una effettiva citazione di Diabolik da parte di Guareschi, in un racconto che era stato poi opportunamente fumettato. In seguito, si erano cercati racconti similmente connessi al giallo (vedi qui e qui).

Questa nuova avventura si sposta in un terreno lievemente diverso, per quanto sempre perfettamente compatibile con la gloriosa tradizione del fumetto formato pocket italiano, che ebbe una grande stagione negli anni ’60 e ’70 proprio sulla base dell’epocale successo di Diabolik (di cui Barzi, tra l’altro, è autorevole studioso). I successivi (anti)eroi del pocket, infatti, spesso virarono le loro storie su un fumetto “nero”, sì, ma anche soprannaturale, elemento invece assente in Diabolik.

 

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E qui Don Camillo si confronta con un grande classico della tradizione orrorifica USA, quella di Jack o’ Lantern, il cavaliere senza testa legato al folklore celtico di Shamain, cristianizzato (le anime dei morti rappresentate dalle zucche divengono le anime del purgatorio) e quindi trapiantatosi in USA, per cui per la notte di Halloween si pone davanti a ogni casa una zucca intagliata con valore apotropaico . Nel 1820, nell’età dell’oro del gotico americano segnata dalla stagione di Poe, da questa tradizione orale nacque “La leggenda di Sleepy Hollow” di Washington Irving, prototipo di una fioritura ricchissima del gotico americano su questa tematica: la zucca è un volto che Jack può prendere nella sua ricerca incessante del proprio capo decapitato.

Nel volumetto, la scheda di Silvia Riccò ricostruisce riccamente la componente filmica, mentre anche per ragioni di spazio non è riportata la fioritura letteraria (vedi qui) che precede i film, a partire dal classico del muto del 1922 e del cartoon disneyano del 1949, che precede di poco la versione di Guareschi (del 1952) e che potrebbe esserne magari stata un momento di ispirazione recente per l’autore.

 

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La copertina di Alberto Locatelli, di indubbio impatto, è logicamente la più gotica di quelle fin qui realizzate per la serie, così come i disegni interni, di Emanuele Ranzani, che firma anche la quarta di copertina (che, nello stile di Diabolik, mostra il personaggio più significativo dell’albo, a parte le figure fisse).

Molto gotico anche il frontespizio, e l’esordio della storia, dove il presagio infausto di un corvo che viene a interrompere Don Camillo perso nelle sue carte per rammentagli la presenza di un morto inquieto evoca chiaramente la celeberrima lirica di Poe. Guareschi, scrittore indubbiamente popolare e ostinatamente “popolaresco”, dimostra qui la sua cultura letteraria non esibita ma, in realtà, solidissima, come si evince dal perfetto connubio che crea tra il gotico americano a cui si ispira e un “gotico padano” che spesso traluce nei suoi racconti, e quasi anticipa quello autorevolissimo di Pupi Avati, come indagato nel saggio di Alex Novelli presente nel volume (curiosamente, Guareschi muore nel ’68, quando Avati esordisce col suo “Balsamus”: e l’ultimo film di Avati, “Il signor Diavolo”, è ambientato proprio nello stesso 1952 di questo gotico guareschiano).

Ecco che da duecento anni prima, dal 1752 (e il ‘700 è già secolo gotico, col Castello di Otranto di Walpole, del 1762, che avvia questa tradizione), giunge nella Bassa razionalista di Peppone e Don Camillo lo spettro inquieto di un morto di morte violenta. Barzi e Ranzani sono abili nel mostrare il gusto gotico non solo nelle tinte cupe, ma anche nelle inquadrature cinematografiche. Il tratto di Ranzani, veristico ma con una sintesi energica, appare ottimale al tipo di racconto e fedele alla tradizione dei “neri italiani” del pocket.

Belle le sequenze sfumate del flashback, l’uso espressionistico della pioggia, la teatralità del finale, l’accurato studio di espressioni – specie su Don Camillo e Peppone. Come dice anche Novelli nel suo saggio, entrambi sono accomunati da un razionalismo che era anche quello di Guareschi (cattolico fervente): Don Camillo, in tutti i racconti, rifiuta sdegnoso il “miracolismo opportunistico” per convincere gli uomini a seguire la Chiesa (anche quando i miracoli sono, a volte, veri: in Guareschi, l’intervento sovrannaturale divino è sempre un segno che parla al singolo uomo per ragioni personali, in modo coerente con una visione cristiana iperconservatrice su diversi temi, ma a suo modo moderna).

 

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Ma c’è anche di più: la storia è interessante perché solo il sovrannaturale può inquietare autenticamente i due rocciosi protagonisti, che dimostrano più volte di non avere paura di morire per le loro idee, se necessario (anzi, di fatto più volte rischiano senza timori la vita per un fatto di caparbio puntiglio). La paura più aperta di Peppone, quella più trattenuta di Don Camillo (specie dopo l’esortazione del Cristo, che gli infonde fiducia) sono ben resi nello studio espressivo di Ranzani, accurato ed efficace.

Tra i ricchi materiali finali, oltre a quelli già citati, una breve scheda dell’albo di Maurizio Carnago, una bella e illuminante intervista di Novelli al disegnatore Ranzani, Interessante il parallelo stilistico con Paul Azaceta di Outcast, che ha in effetti soluzioni visive avvicinabili come riconosce lo stesso autore, che non vi si è però ispirato in fase di lavorazione e la conferma di “storia più cupa” di Don Camillo come scelte luministiche, superando la precedente “La volante” (storia cupa anche come trama, ma non sovrannaturale).

Un elemento interessante che ritorna dalla terza storia del Don Camillo pocket, “La pecora nera” (vedi qui) è il tema della credulità popolare, della facilità di penetrazione della propaganda sensazionalistica nell’immaginario collettivo, contro cui Don Camillo – portavoce qui delle idee di Guareschi – si scaglia: i “cento uomini senza testa” più pericolosi del singolo spettro decollato sono una diversa metafora dei “trinariciuti” che, con una metafora singolarmente cyberpunk antelitteram, hanno un foro nel naso da cui chi li controlla può installare qualsiasi idea che voglia. Non solo comunisti, per Guareschi, anzi: Peppone per lui ad esempio non lo è.

La differenza per l’autore stava invece nel fatto che il trinariciuto borghese dissimula la terza narice, quello comunista (potremmo dire, totalitario) la ostenta, e in questo la riflessione di Guareschi è affine a quella di George Orwell, ad esempio (in Neolingua, “Ocolingo”, detto di chi ripete a macchinetta gli slogan del partito come un’oca che starnazza, è un complimento). Ma, in fondo, il meccanismo è comune, e proprio di ogni totalitarismo anche dissimulato.

Oltre alla valenza gotica, quindi, questa storia si inserisce in un tema guareschiano che conferma la complessità del suo innegabile anticomunismo, e che è l’elemento che lo rende ancora oggi attuale come spunto di riflessione.