Unastoria: allegria di un naufragio. Gipi, Ungaretti e la Grande Guerra.

Unastoria: allegria di un naufragio. Gipi, Ungaretti e la Grande Guerra.

Unastoria di Gipi – recentemente ristampato nella bella collana dedicata da Repubblica all’autore – è un raffinato lavoro ungarettiano, una riflessione che intreccia fumetto, poesia, memoria, grande guerra.

Non mancheranno nella presente analisi alcuni accenni inevitabili alla trama dell’opera, ma essendo del 2013 credo ormai si possa trattarne con una certa tranquillità. Consiglio comunque una lettura preventiva del testo, e solo in seguito di tornare a questa analisi.

La copertina dell’edizione originale è il vero avvio della narrazione: raffigura un gigantesco albero, illuminato di una lattiginosa luce bianca, che contrasta con le tenebre che lo circondano. Un contrasto cromatico ovvio nel dualismo luce/tenebre, bene/male, che è però fortemente proprio della poetica ungarettiana (e prima di lui di molti altri, è chiaro: Baudelaire, Pascoli, solo per indicare una possibile filogenesi).

Lo stesso tema dell’albero, della foglia, del verde è centrale quale simbolo positivo in Ungaretti: pensiamo, oltre al celebre Soldati (Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie), all’incipit de I fiumi:

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

La – pur legittima – scelta di Repubblica di scegliere una diversa vignetta per la nuova edizione potrebbe sottilmente far pendere la bilancia sulla storia “di cornice” più che su quella interna, che appare invece centrale: l’Albero vi compare infatti nel suo interferire con la vita dello scrittore, nel presente, e non nella sua forma primigenia. Si può discutere ovviamente molto su quale sia la vera unastoria, dato che di fatto sono due principali, e intrecciate, lo scrittore e il soldato suo bisnonno. Tuttavia, il duplice valore di storia/Storia, narrazione finzionale / racconto storico veridico, mi fa propendere per l’idea che la copertina originaria sia più fedele.

L’incipit di Unastoria, comunque, non è subito nel segno della grande guerra: il primo capitolo, Bituprozan, fa riferimento a uno psicofarmaco immaginario, ma subito riconoscibile nella sua natura di farmaco (sia pure d’invenzione) anche grazie all’associazione a un’immagine (il dualismo immagine/testo tipica del fumetto è ovviamente sempre centrale nel lavoro di Gipi). 

Il fumetto si apre subito con una narrazione sconnessa: non solo nel voice over delle informi didascalie, ma anche nel montaggio sincopato e ineguale, con mescolanze di segni diversi (addirittura, bianco e nero e colore alternati). Il discorso – disarmonico – verte comunque su un tema pirandelliano, quello della vecchia che è comica perché non sa vedersi vecchia, che il protagonista vive sulla sua stessa pelle. L’età del protagonista è la stessa dell’autore all’atto di comporre il fumetto, e anche il disagio psicologico ha dei punti in comune (vedi qui il bell’articolo de Lo Spazio Bianco, all’epoca dell’uscita): senza troppo facili biografismi, un contatto pare esserci, anche nell’evocare l’immagine dello “scrittore famoso”. L’opera è quella con cui Gipi viene candidato al Premio Strega, primo tra i fumettisti, cosa che indubbiamente segna una accettazione dell’autore (più che “del fumetto” nel suo insieme) nella sfera della “letteratura alta”.

L’albero secco e una stazione di servizio – che il protagonista, scrittore che ha perduto le sue parole, disegna ossessivamente: ritorna il tema metafumettistico – emergono come i simboli della sua ossessione: uno, a suo modo grandioso e naturale, è legato al passato; il secondo, moderno e quindi deteriore, è legato al suo presente, come capiremo. Si trova in una clinica psichiatrica, dove totale è la cieca fiducia nella tecnoscienza: “Non mettiamoci a fare gli psicologi”, dicono i tre indifferenti medici che lo hanno in cura: “Qual è stata la risposta al Bituprozan?”. Questa è l’unica cosa che conta. 

Maschinengewehr, il titolo del secondo capitolo, è reale, ma di nuovo è chiarito al lettore solo dal disegno di una mitragliatrice, senza il quale (se non è un addetto ai lavori) in prima battuta risulta solo un flatus vocis (salvo al limite cogliere che si tratti di qualche – ostile – macchina teutonica). Come nel primo capitolo, emerge un oggetto come strumento di fiducia mal riposta nella tecnica: la mitragliatrice ieri, lo psicofarmaco oggi, entrambe con effetti drammaticamente, ironicamente contrari allo scopo (la mitraglia dovrebbe rendere veloce la guerra, crea il massacro delle trincee; il farmaco dovrebbe cancellare le ossessioni, le amplifica).

Qui ci immergiamo comunque nella grande guerra, l’ossessione che condiziona anche lo scenario contemporaneo “di cornice”, e il racconto si fa più piano e lineare (salvo il discorso sulla diversa “difficoltà di dire” che appare a pagina 32, con le bozze delle lettere scartate da Mauro). Si giunge all’albero, mentre un ulteriore flashback (passiamo al seppia, da un bianco e nero azzurrato) ci conduce a un ballo di corte poco prima del 1908 (data del brevetto dell’ordigno di morte), dove un inventore germanico è stimolato a inventare la mitraglia dai seni arroganti di una frivola e crudele nobildonna (39,v). Comprendiamo il ruolo cruciale, nel dramma del personaggio, dell’albero, dove si consuma l’orrore al centro della vicenda: Luca viene ferito e Mauro si trova imprigionato con lui ai piedi dell’albero.

Il terzo capitolo, Editor, ha un nome comprensibile (ma un senso più complesso: indica un “editor” ormai mentale, interno), e pone la congiunzione delle due vicende: lo scrittore, dal sempre più fragile equilibrio mentale, scopre le lettere del nonno, che è Mauro, uno dei due combattenti dell’episodio precedente. In modo comunque non-lineare, ricostruiamo abbastanza chiaramente la vicenda: l’ossessione per la pubblicazione delle lettere (rifiutate dall’Editor, che diviene così il detto fantasma mentale per lo scrittore) segnano l’avvio di un declino psichico.

Notiamo che la moglie è colta pressoché sempre di spalle, o senza volto: segno della rottura ormai imminente della loro reazione, ma anche connessione con le altre due figure femminili “di spalle” importanti nel racconto: la nobildonna che ispira la mitragliatrice, in II, e la moglie di Mauro, che dobbiamo ancora incontrare in IV. In tutti e tre i casi, in modo molto diverso, ispireranno nella controparte maschile una reazione in vario modo distruttiva (l’inventore crea la mitraglia, Mauro uccide, lo scrittore impazzisce, sempre in funzione della donna/oggetto d’amore).

La riflessione sulle lacrime che nascono come lacrime di gioia dall’apparire dell’acqua (ma poi lo scrittore rifiuta quell’edulcorazione: sono le lacrime di dolore, non quelle di gioia che scavano il viso) ha anch’essa rimando ungarettiano, sia pure indiretto, nel continuo rapporto tra acqua e pianto (già pascoliana, come ne “La mia sera”). Il tema appare soprattutto in “Sono una creatura”:

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

Niente, il quarto capitolo, privo di disegno chiarificatore, comincia con bellissime tavole mute (i personaggi parlano, ma noi non li sentiamo: le voci sono sovrastate dal frastuono della battaglia o, ancor meglio, assordati come Mauro dal fragore, non sentiamo nulla per una sordità temporanea). “Era un poeta”, si estasia il personaggio dello scrittore, accentuando in questo la subliminale riflessione ungarettiana (Mauro scrive liriche semplici per limiti di una sua cultura di, probabilmente, solo scuole elementari, proprio mentre Ungaretti ricerca una pur criptica semplicità ed essenzialità delle sue poesie).

Il quinto capitolo non ha più nè titolo, nè disegno, volgendo direttamente verso l’impossibilità di dire (Francesco Flora, critico verso l’ermetismo, scriverà tra l’altro cose molto pregnanti sul rischio degli eccessi dell’asciugamento della parola ermetica). Il personaggio dello scrittore sembra forse aver ottenuto la libertà dalla clinica psichiatrica dov’è rinchiuso (e molto più dalla prigione mentale della propria discesa nella follia, rinforzata dal duplice abbandono di moglie e figlia), anche se non vi è certezza. Tavole mute di estenuante bellezza, da 106 a 110, ci conducono alla sequenza chiarificatrice del trauma moderno del protagonista; il vero finale è però la conclusione dell’episodio nella grande guerra, che spicca per un rovesciamento – parziale – del valore “ungarettiano”.

All’inizio, infatti, siamo portati a pensare che Mauro rappresenti una proiezione dell’ungarettiana Fratelli, per il suo fraterno non abbandonare il compagno di reggimento ferito. Tuttavia, all’avvicinarsi dell’esercito austriaco (le voci ingarbugliate perché incomprensibili, salvo il linguaggio universale di risate malvage) fa quello che deve fare per tornare alla moglie e al figlio. Questo nelle sue lettere sicuramente non c’è, è un non-detto che è il centro più autentico della sua “unastoria”, ma quello lo scrittore non lo può recuperare: la testimonianza letteraria (come, in altro senso, gli ricorda polemica la moglia: “tu non vai al mare, parli del mare” – e anche qui viene in mente Ungaretti, Cielo e mare, la lirica più famosa e più ermetica) è sempre fallace e mendace. Sembra quasi rovesciarsi una delle più celebri liriche ungarettiane (che potrebbe essere scritta da Mauro, se ben ci pensiamo: ma assumento significato totalmente diverso, dopo p.119).

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Nonostante il finale all’apparenza conciliatorio (il ritorno a casa, non scontato: sappiamo che la moglie ha già un figlio, e quindi un potenziale antenato di Landi) resta l’orrore della violenza sullo sfondo, la perdita dell’innocenza, il volto scavato dalla colpa e dal Dolore (ben rispecchiato dal “segno scavato” di cui Gipi è maestro). In Ungaretti l’Allegria di Naufragi offriva un momento di serenità nella devastazione della guerra: Gipi è per paradosso più duro (pur ammettendo la sua impossibilità di dire autenticamente, data la distanza dall’evento, come chiarisce la cornice dello “scrittore in crisi”): il polo positivo, l’Allegria, ovvero il ricordo del figlio e della donna amata, sono autentici e potenti ma diventano per paradosso la spinta ad uccidere di un uomo mite e buono, perdendo il valore di purezza assoluta. E anche la luce dell’albero diviene ambigua: momento salvifico, certo, ma non senza il prezzo della violenza. 

E del resto Ungaretti, grande di scala immensurabile, non è un cantore innocente: aderirà a suo modo al fascismo, si farà prefare da Mussolini, collaborerà al suo Popolo d’Italia (e lo sconterà non ottenendo il Nobel che premierà gli altrettanto grandi Montale e Quasimodo).

Insomma, Unastoria è un’opera potente, che si presterebbe anche, come credo di aver dimostrato, a un interessante raffronto col massimo cantore della nostra dolente Prima Guerra Mondiale.