Il fumetto da tre soldi.

Il fumetto da tre soldi.

 

 

Giorgio Strehler. Un fumetto da tre soldi (2018) è un fumetto sceneggiato da Davide Barzi e Claudio Riva, e disegnato da Alessandro Ambrosoni e Lucia Resta (che disegna i tre epiloghi; la cover invece è di Alberto Locatelli) per la BeccoGiallo. Una biografia a fumetti, nella linea che identifica tale casa editrice, che però si avvicina al tema del presente blog dato che va a toccare, come piuttosto evidente fin dal titolo, una contaminazione tra fumetto, teatro e letteratura. Si tratta, infatti, dell’autorevolissimo adattamento operato da Giorgio Strehler sulla prima grande opera di Bertolt Brecht, L’opera da tre soldi (1928).

Il volume si avvale di una prefazione  di Alberto Benedetto, Direttore di produzione del Piccolo Teatro di Milano, e di molti contributi di testimoni e protagonisti di quella fondante stagione del teatro europeo; ricchissime e minuziose anche le note finali dei due sceneggiatori, che rendono l’idea del corposo e filologico lavoro di documentazione.

A un primo livello, il fumetto – in continuità con la tradizione di BeccoGiallo – narra la vicenda (importantissima nella storia culturale ma non di così immediata presa popolare) con un efficace piglio divulgativo. La splash page iniziale che introduce l’incontro tra Strehler e Brecht a Berlino, mettendo in rilievo il passaggio a Berlino Est separata dal filo spinato (il Muro venne dopo), sottolinea fin da subito il contesto, il mondo in due blocchi (e in particolare l’Est comunista, a cui indiscutibilmente Brecht apparteneva).

Nelle pagine che seguono possiamo notare l’uso di una griglia italiana piuttosto piana e lineare, sia pure senza rinunciare quando serve a soluzioni più moderne. La rilettura con l’aiuto delle note finali è utilissima a sottolineare i  riferimenti precisi e le sapide ironie della storia (il cimitero di Hegel che si vede dalla finestra dello studio di Brecht) di cui il testo è disseminato senza cadere nel didascalismo – lasciando, appunto, a queste note conclusive il compito di guidare una seconda lettura.

La scelta del segno di Ambrosoni e Resta è interessante: il tema alto e difficile farebbe pensare a un segno realistico medio di tipo bonelliano, se non a scelte da fumetto d’arte, mentre invece si è scelto un tratto sì raffinato, ma in entrambi i casi con tratti cartooneschi, che può essere una forma di alleggerimento del tema elevato e ostico, ma anche un modo di rivendicare la specificità cartoonistica, e quindi fumettistica, dell’opera. Non a caso il titolo di Fumetto da tre soldi che, se da un lato è una citazione precisa di Brecht, è anche una rivendicazione di un fumetto non dissimulato sotto la nobilitante etichetta – pur legittima – del graphic novel. Insomma: come Brecht ha ricuperato, nell’Opera da tre soldi, il cabaret per inserirvi un messaggio di precisa denuncia sociale, così gli autori paiono dichiarare di usare il fumetto nella sua interezza, unito l’elemento (che alcuni, oggi in netta diminuzione, vedrebbero come infantilizzante) del cartoon.

La piacevolezza del segno cartoonistico di Ambrosoni sta infine anche nella gestione di una elegante teatralità dei personaggi, che per certi versi crea quasi un subliminale contrasto (non saprei se, anche questo, calcolato) con la Epicità del teatro brechtiano – ben spiegata nel testo del fumetto.

A livello testuale, il confronto fumetto/teatro è richiamata dalla struttura in prologo, tre atti e (triplice) epilogo, che non è una arbitraria divisione ma si sforza di richiamare nella scansione delle vicende la tipica tripartizione teatrale. Un confronto che non sembra tentare di farsi una “sfida al teatro” diretta, come in alcune delle vette del fumetto mondiale è avvenuto (basti pensare al tipo di tavola usato da Gianni De Luca per il suo Shakespeare, per citare una mia – e, fortunatamente, non solo mia – fissazione) ma, almeno a un primo livello, mettersi al servizio della mediazione del fatto teatrale verso un pubblico potenzialmente più ampio.

Non mancano tuttavia alcune soluzioni particolari, che proprio per la loro rarità e la scelta calibrata dell’inserimento nel testo risultano molto efficaci emotivamente (in particolare per il lettore che ami il fumetto con un po’ di devozione), quali soprattutto le due belle tavole in cui la Griglia fumettistica italiana, adornata di sipario, viene identificata col palcoscenico. Oppure, a un livello interno al testo, l’apparizione di Bonaventura con tanto di battute in ottonari, che rimarca quell’incontro primigenio tra teatro e fumetto italiano avvenuto nell’opera di Sergio Tofano (autore di una stagione che sarebbe importante ristudiare costantemente con attenzione). Sempre su questo piano, magistrale (anche nell’esecuzione visiva di Lucia Resta) l’arlecchinata a colori finale, che nella chiusa goldoniana – un congedo tutto sommato abbastanza convenzionale dalla commedia dell’arte in poi – diviene anche il congedo degli autori del testo.

Il tutto naturalmente – è questo l’elemento di interesse – sia giocando nelle pieghe della Storia senza prendersi quasi libertà (ed evitando quell’effetto banalizzante di certa fiction storica, dove gli anni ’50 – per esempio – divengono un affollato bistrot dove tutti incontrano e conoscono tutti), sia mantenendo come detto – si direbbe orgogliosamente – lo specifico fumettistico. Il “fumetto da tre soldi” è, come il cabaret, perfettamente idoneo a narrare i grandi drammi umani nell’età moderna.

Interessante anche il rimando metafumettistico che Barzi inserisce su un’altra sua opera, l’imponente ciclo di adattamenti guareschiani, di cui cita tramite la tv il racconto “Il campione”. Non si può non ricordare che Guareschi fu coinvolto nel 1950 – da direttore del Candido – in una combattuta causa con Strelher, dato che il condirettore Giovanni Mosca aveva criticato i finanziamenti statali ricevuti dal Piccolo in una inchiesta del 1948. L’inchiesta portò all’allontanamento di Mosca dalla rivista, lasciando il solo Guareschi alla direzione (dove sarebbe poi incappato negli strali giudiziari congiunti di Einaudi e De Gasperi: ma questa è un’altra, nota, storia).

Anche verso Brecht, più sullo sfondo, Guareschi mostra una certa insofferenza: non so se vi siano altre citazioni, ma in una recensione televisiva del suo TeleCorrierino delle famiglie (1965) dichiara il suo scoramento perché Milva ha smesso di leggere i fumetti e si è data a Brecht e altri Autori con la maiuscola (e, naturalmente, “di sinistra”).

 

Due piccole curiosità, ma che dimostrano ancora una volta un meritorio eclettismo di Barzi, che riesce a conciliare lo studio appassionato di Giovannino Guareschi, Giorgio Gaber e Bertolt Brecht (che di fumettistico hanno, curiosamente, le iniziali allitteranti, come Mickey Mouse o Dylan Dog).

Il rimando all’Opera da tre soldi non è tuttavia nuovo nel fumetto: a parte possibili altre edizioni meno note, quest’opera di Brecht viene richiamata da Alan Moore all’interno del suo ciclo della Lega dei Gentiluomini Straordinari, e più precisamente nella puntata dedicata al ‘900. Come noto, in questo ciclo Moore rielabora le grandi figure archetipe della letteratura popolare rileggendole tramite la chiave del fumetto supereroico, partendo dai grandi dell’Ottocento ma giungendo fino ai giorni nostri. In questo modo, Pirate Jenny incontra il Nautilus di Capitano Nemo (il pastiche è la regola del gioco mooriano) un quello che è l’avvio dell’albo 1910. Ovviamente, come sempre in Moore, non è una citazione a caso, ma – anche qui – un modo di ribadire che il lavoro che Brecht fa sul popolare, reinventandolo, è simile a quello che intende mettere in scena lui stesso.

Ma questo lavoro ha radici più profonde e rimanda addirittura all’opera che segna il successo di Moore, il celeberrimo V for VendettaSenza una citazione diretta, il capitolo Vaudeville che si apre con il “feroce cabaret” della futura dittatura fascista che va in pezzi, accompagnata al piano da V scatenato (che è, naturalmente, l’artefice dell’avvio di tale dissoluzione). Quindi, di nuovo, un cabaret dal significato “politico”, come fortemente politico è tutto il fumetto in questione (nella scia delle grandi distopie letterarie inglesi, da Brave New World a 1984).

Insomma, il rapporto tra il teatro e i comics è più stretto di quanto immaginiamo, e questo nuovo fumetto biografico di Strehler può rappresentarne un nuovo interessante tassello italiano.