Frank Spirito, tra citazionismo e pulp

Frank Spirito, tra citazionismo e pulp

È apparso sul secondo numero di Molotov Magazine di Independent Legions, “Dark Killers”, il numero zero di un nuovo fumetto di questa casa editrice. Si tratta di “Frank Spirito”, personaggio creato dallo scrittore e sceneggiatore Alessandro Manzetti e dal disegnatore Stefano Cardoselli (il lettering è di Alessio Stucci). Il primo numero, “L’alba dei posseduti” (tra Romero e Sclavi…) è previsto per l’aprile del 2021, e qui c’è una esaustiva presentazione da parte della casa editrice.

Siamo nella New York contemporanea, e la vicenda inizia subito in medias res con una possessione diabolica molto particolare. I violenti contrasti chiaroscurali di Stefano Cardoselli appaiono particolarmente indicati nell’effigiare quest’horror che ben presto mostrerà anche le sue sfumature pulp. L’intervento della polizia secondo i canoni del police procedural hard boiled, non sortisce particolare effetto, finché arrivano i nostri, e la vicenda prosegue in una prima avventura introduttiva che ci porta in un noir esoterico non privo di una certa ironia postmoderna.

 

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Lo sceneggiatore, lo scrittore Alessandro Manzetti (qui il suo sito), è tra i principali autori italiani del fantastico, e come già nei suoi romanzi e nelle graphic novel da lui firmate troviamo un intricato mash up di riferimenti culturali, che shakerano alto e basso in un divertito cocktail narrativo. Esperimenti che sono già apparsi, appunto, nei romanzi a fumetti dedicati agli adattamenti lovecraftiani (di cui ho scritto qua e qua), e nella sua Kiki, protagonista di una serie di romanzi ora anche divenuti fumetto, che riparte da molteplici stimoli del gothico ottocentesco.

 

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Tra citazioni di Gatsby, gli Slayer, il conte di Montecristo di Dumas, spicca in questo Frank Spirito il rimando a un Marsellus e un Wolf che ricordano decisamente il Tarantino di Pulp Fiction, riferimento importante per entrambi gli autori (Cardoselli, con testi di commento di Manzetti, ne ha anche realizzato un interessante art book). Tarantino è infatti probabilmente il più vistoso teorico del mash up, con una grande influenza sul cinema ma anche sul fumetto dagli anni ’90 in poi. Probabilmente, il massimo punto di incontro sta nel Sin City cinemico del suo grande amico Robert Rodriguez (affiancato da Tarantino stesso) con Frank Miller – la cui estetica di un netto contrasto bicromatico ha indubbiamente un’eco nel lavoro di Cardoselli, anche se il segno che quest’ultimo adotta è volutamente più sporco e nervoso, a fronte degli equilibri geometrici perfetti di Miller. Forse perfino quel “Frank” nel nome del personaggio riverbera un ricordo dell’autore della “Città del Peccato”, l’ex Basin City che ha ormai perso la sua prima sillaba. Del resto, anche in questa città marcia fino al midollo è ben presente il tema della corruzione del sacro, con il mostruoso vescovo Roark e le sue innominabili perversioni (no, non quelle che immaginate).

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Lo spirito di Frank Miller nel bianco e nero epocale di Sin City.

L’occultista Ravenley è un gustoso calembour di Crowley, sostituendo il Corvo (di Poe? Un Corvo nero era già evocato prima in un nome in codice) nel nome dell’occultista più celebre di tutti i tempi, mentre “Sangue di trenta denari” ci rievoca il “Giuda ballerino” di sclaviana memoria (esclamazione abbastanza forte, perché richiama l’impiccagione del sommo traditore che penzola dalla sua forca di suicida, ma che all’epoca in Bonelli passò). Il protagonista è però un esorcista a suo modo regolare, anche se ovviamente sui generis e decisamente pulp: non un cacciatore di demoni solitario secondo una lunga tradizione, da Outcast di Kirkman al Rourke di Memola, fino al recente Samuel Stern della Bugs Comics e, in modo più occasionale, il John Constantine di Hellblazer (che a un “semplice” esorcista freelance è ridotto nel film “Constantine” con Keanu Reeves). Benché, ovviamente, anche questi eroi fumettistici abbiano spesso un supporto clericale, o come spalla fissa o come aiutante occasionale.
Qui però lo scontro è più diretto, sul modello – riadattato al pulp-horror – del grande classico letterario e cinematografico de “L’esorcista”, il vero testo-base delle varie rielaborazioni successive del mito (qui con una significativa reinterpretazione).

 

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Più ancora che il film (1973) di William Friedkin, che usa magistralmente la pellicola a colori per rendere vivido, materico, palpabile l’orrore della possessione, pensiamo alla forza della pura parola del romanzo originario (1971) di William P. Blatty, che firma comunque anche la sceneggiatura cinematografica. Il successo, segnato da quattro sequel/prequel e una serie tv, ha la sua radice in quel resoconto veristico ma al tempo stesso estremo, tratto in modo quasi neorealistico da un reale fatto di cronaca del 1949 (così come a un fatto reale è ispirato L’Esorcismo di Emily Rose, curiosamente un fatto di poco successivo al film originario, nel 1976). Forse “Legion” risuona nel nome della casa editrice? Difficile a dirsi, comunque il valore di modello dell’opera, per ogni esorcismo letterario futuro, è innegabile.

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Il taglio assunto da Manzetti e Cardoselli, sia nei testi e nella narrazione cinicamente scanzonata, che gioca abilmente sulle convenzioni di genere per appassionare il lettore e intrattenerlo ma sempre senza prendersi troppo sul serio; sia nel disegno, caricaturale, iper-deformed, eppure efficacissimo nel rendere le forsennate espressioni degli indemoniati e gli atteggiamenti archetipi da “scuola dei duri” dei protagonisi di questo supernatural-noir.Come facile immaginare, il protagonista riuscirà, seppur a fatica, ad aver la meglio del mostruoso Marchese infernale che infesta la casa di Dio: ma la sua apparizione apre gli scenari a una nuova guerra infera, che ovviamente promette di essere sviluppata nei prossimi capitoli della serie. Non ci resta che attendere, fino al prossimo demone.