Fiume: l'ultima opera di Manlio Bonati

Fiume: l’ultima opera di Manlio Bonati

Fiume, sottotitolo L’epica impresa di Gabriele d’Annunzio e dei suoi uomini, è un fumetto indubbiamente interessante: anche, probabilmente, per il taglio adottato dallo sceneggiatore, Manlio Bonati, che assume una posizione, come vedremo, decisamente favorevole alla controversa figura del Vate (qui avevo parlato della sua ricezione in altre opere invece “critiche”).

Nato a Parma nel 1952, Bonati si era avvicinato al fumetto nel 1970, collaborando in particolare col Giornalino cattolico delle Edizioni Paoline, per cui realizza due serie sulla guerra civile americana, Fra due Bandiere (1985-1986) e Nuove Frontiere (1990), e una sul Risorgimento, Leo Battaglia (1993); tutte disegnate da Sergio Tarquinio. Pur continuando con altre collaborazioni, questo romanzo storico a fumetti rappresenta il suo vero, consistente ritorno al medium: e ne è anche l’ultima opera, essendo Bonati scomparso a 67 anni in questo 2019. La pubblicazione dell’opera, ovviamente, non avviene in una data casuale: il biennio 2019-2020 è quello del centenario dell’impresa fiumana, occasione congeniale per un rilancio di questa epopea.

L’idea dell’opera è di Carlo Sicuro, che firma anche l’introduzione dove riassume bene la prospettiva del volume, dichiaratamente favorevole all’impresa fiumana, e contro “l’intellighenzia radical-chic che con sufficienza ha frettolosamente liquidata l’impresa”. Un’intervista di Danilo Chiomento a Bonati aggiunge qualche indicazione in più: Bonati rivendica il suo curriculum di storico, che effettivamente vanta svariate collaborazioni, e l’ampia bibliografia, in effetti piuttosto vasta e dettagliata, specie per un fumetto, anche storico. Un modo forse anche per mettere le mani avanti su un lavoro storico ideologicamente certo non neutro, che ci si aspetta possa venir contestato non solo nel taglio assegnato all’argomento, ma anche rispetto ai contenuti stessi.

Interessante notare che Bonati chiarisce anche, tra le sue sceneggiature fumettistiche inedite, la presenza di un cospicuo lavoro su Garibaldi (e altre avventure di garibaldini, minori): quasi un raccordo tra il suo lavoro storico risorgimentale per il Giornalino e questa nuova opera. Se vogliamo completare il quadro, il lavoro sulla guerra civile americana – con una lettura “neutralista”, equidistante tra nordisti e sudisti, sul modello in fondo del più famoso film in materia, Via col vento – indagava un evento perfettamente coevo al risorgimento italico: il “quadro mondiale” moderno che si andava definendo, in parallelo al “quadro italiano”. Una prospettiva da indagare con più cura, ma che evidenzierebbe una interessante unitarietà nella produzione bonatiana.

Anche Bonati parla comunque di un’impresa fiumana “travisata” da rivalutare anche attraverso tale opera. La sua posizione sembra vicina a chi, come ad esempio – in vari gradi – Marcello Veneziani o Giordano Bruno Guerri, sottolinea la dimensione libertaria di D’Annunzio e dell’impresa fiumana (vedi ad esempio qui per una interessante sintesi delle due letture). In questa chiave, gli aspetti libertari della Carta del Carnaro e l’apprezzamento da parte di Lenin sono presentati, ad esempio, con favore nell’opera, e non sottaciuti. “Il libro non ha velleità politiche, ossia non è di destra e non è di sinistra”, dichiara Bonati in varie interviste online (vedi qui); e nel complesso è vero nel senso di un’opera non apertamente “nostalgica”. Ma mi pare corretto segnalare al lettore che traspare una netta simpatia per D’Annunzio, per l’impresa di Fiume e per l’inevitabile spirito bellicista che la permea (che non viene affatto dissimulato nel racconto, ma anzi raccontato con favorevole enfasi), che non sono certo valori “neutri”, al di là delle dichiarazioni di intenti.

Nell’introduzione Bonati accenna anche alla partecipazione al progetto, inizialmente, di Alessio Alberici, disegnatore parmense in seguito costretto ad abbandonare il progetto per “motivi personali”. I disegnatori coinvolti in seguito nell’opera sono quindi due: Mauro Vecchi, anch’egli Parmense, del 1963, con all’attivo numerose collaborazioni come Zut, Comic Art, Intrepido, Esp, Animals, realizza il capitolo due. Yldirim Orer, disegnatore turco (Istanbul, 1965) che, oltre a un vasto curriculum, è noto in particolare per il lavoro su Dago, con cui collabora dal 2004, divenendo poi copertinista ufficiale della serie, di cui realizza duecento copertine: egli si occupa dei capitoli uno, tre e quattro. Il segno dei due disegnatori è accomunato da un gusto classico, ricco di dettagli, piuttosto cupo nel bilanciamento dei neri anche tramite un simile uso di retinature per le mezzetinte. L’impatto complessivo risulta dunque armonico, e coerente con il gusto dei fumetti storici di Bonati (il segno di Tarquinio, ugualmente classico, era più morbido e meno scuro, in modo coerente a opere meno “sanguigne”di questa).

Notevole, infine, la cover di Gigi Cavenago, probabilmente il massimo copertinista italiano odierno col suo lavoro su Dylan Dog (e, prima, su Orfani), che opera una sintesi mirabile di d’Annunzio con la sua celebre impresa di Vienna (citata anche all’inizio dell’opera): i fogli lanciati sulla città nemica, come beffa bellica incruenta, diventano anche potenzialmente i fogli delle mille opere dannunziane che escono dalla mente del Vate. Un’interpretazione coerente con la nobilitazione e rivalutazione dell’impresa dannunziana.

Il primo capitolo, disegnato da Orer, si apre con una bella quadrupla di D’Annunzio chiuso tra una scritta latina che lo proclama “Vates et dux” di Fiume, a destra, e un “Marinetti ha sempre ragione”, a sinistra. Futurismo e classicismo che convergono a Fiume nell’anticipare le parole-chiave del fascismo mussoliniano: il tutto reso con l’indubbia efficacia grafica del solido mestiere di Bonati, qui al servizio di una storia cui crede particolarmente.

Si rievoca poi l’impresa viennese, citata in copertina: l’uso della gabbia italiana è gestito – qui e altrove – con efficacia da Bonati e dai disegnatori, rendendo la drammaticità delle scene d’azione ed evitando la staticità eccessiva di quelle di dialogo. Una griglia usata inoltre con una certa libertà compositiva, anche se tutto sommato d’impronta classica (più ancora che alla Bonelli, è evidente il ricordo del formato “ampio” del Giornalino, che consente tavole più ricche di dettagli data la maggior ampiezza di stampa).

Interessante (p.30, v) la connessione che D’Annunzio pone tra Fiume e Risorgimento: continuità effettivamente richiamata all’epoca, ma che qui acquisisce un senso anche “interno” alle opere di Bonati, che riprende quasi il discorso fumettistico interrotto nei ’90, come si era detto. Si introduce poi il personaggio di Guido Keller, cui Bonati dona un’indubbia centralità. La sua aggressiva guasconeria è indubbiamente ancor più efficace, in una concezione del fumetto classico d’azione propria di Bonati, a reggere buona parte dell’opera, ma si percepisce anche una scelta compiaciuta nei confronti della figura dell’Asso di Cuori (chissà se ci pensò Pratt ai tempi del suo “Asso di Picche” del 1947). Manifesta invece l’antipatia per Badoglio, che si occupa – come altri alti ufficiali dell’esercito – della questione (antipatia dichiarata anche nella sua intervista da Bonati, fra l’altro), che di nuovo rende evidente la scelta di campo su accennata. Similmente, con simile simpatia viene spiegata la storia del motto del “me ne frego” (p.39, e poi 56), l’uso dell’Eia Eia Alalà, e così via.

il secondo capitolo – quello di Vecchi come disegni – su Fiume sotto D’Annunzio sottolinea appunto la “libertà mai vista”, il “sessantotto di destra” direbbe Veneziani. Le frequenti scene sul D’Annunzio grande amatore sono fondate ma spurie (non riprendono, cioè, eventi documentati, anche se plausibili); molto interessanti le varie presenze, storiche, che il fumetto documenta: in particolare, il gran maestro Domizio Torrigiani, leader della massoneria italica di allora, che qui viene a farsi annullare il matrimonio per la facilità del divorzio; e Giovanni Comisso (letterato di livello dell’epoca, recentemente omaggiato anche da una traccia di analisi del testo ministeriale, di preparazione allo scritto di italiano alla maturità), poi collegato ai metafisici.

Al funerale di Luigi Siviero, primo caduto di Fiume, si nota la presenza della Duchessa d’Aosta, ramo cadetto che faceva sponda a D’Annunzio con grande irritazione di Vittorio Emanuele III (“Il duca d’Aosta vuole il mio trono!”), e notiamo il simbolo ermetico dell’Ourobouros come stemma di Fiume, unitamente all’Orsa Maggiore, mentre più avanti si celebra l’identificazione di D’Annunzio con San Sebastiano (tra l’altro, opera dannunziana del 1911, musicata da Debussy). Segue l’approvazione della carta del Carnaro, approvata anche da sindacalisti socialisti; viene in visita anche Marconi, “il mago degli spazi, dominatore delle energie cosmiche” (seguirà anche Toscanini), mentre Comisso e Keller fondano un loro gruppo esoterico-yoga con simboli la rosa e la svastika induista.

Ma con l’abile Giolitti (mio concittadino monregalese) D’Annunzio trova nuove difficoltà. Keller opera una sua personale riedizione, più compiaciutamente volgare, del volo goliardico su Vienna presentato all’inizio, ma le cose si complicano sempre più. Si allude alla possibilità di Luisa Baccara,l’amante dannunziana del momento, come spia giolittiana (92): fu la donna connessa anche al famigerato “volo dell’arcangelo”, più avanti. Mussolini inoltre appare presentato in una luce decisamente poco positiva (93), anch’egli qui evidenziato come traditore dell’impresa fiumana: e alla fine Fiume cade, in una battaglia resa con la già vista efficacia drammatica. L’ultimo breve capitolo chiude il capitolo su D’Annunzio dopo Fiume, in declino inesorabile dopo la fine della sua impresa. Completano il volume la ricca bibliografia illustrata, e le schede degli autori.

Insomma, un’opera certamente particolare, certamente curata e, per tali ragioni, a suo modo interessante. Un lavoro che si inserisce nel generale recupero di D’Annunzio da parte della “nuova destra”, che rivaluta il Vate non in connessione al fascismo, ma per il suo valore in sé, anche con venature “di sinistra”, in un quadro complessivamente, a volte, “rosso-bruno”. Insomma, in un momento in cui alcune star del fumetto sembrano poter essere i nuovi astri del progressismo (Zerocalcare su tutti: ma non solo), anche la cultura della “destra sociale” potrebbe aver trovato una propria significativa graphic novel.