Fattoria dell'animale / Un'analisi.

Fattoria dell’animale / Un’analisi.

“Disciplina, fratelli, disciplina ferrea, questa è oggi la parola d’ordine. Un passo falso, e saremo sopraffatti dal nemico. Non è stato forse Napoleone a salvarci? Volete voi che torni Jones? “ Certo, fratelli, voi non volete il ritorno di Jones!” (Clarinetto parla della minaccia di un ritorno del fattore)

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“Dubitiamo che questo sia il corretto punto di vista dal quale criticare la situazione politica al momento attuale.” Affermava T.S. Eliot nel rifiutare, nel 1945, il manoscritto originale di “Animal Farm”. Questa “Fattoria dell’animale”, che ovviamente riconosce il debito verso questa fiabesca, ma spietata satira dello stalinismo, apre l’introduzione con questa citazione. Un modo, lo ammettono di fatto gli stessi sceneggiatori Stefano Antonucci e Daniele Fabbri (i disegni sono di Maurizio Boscarol), per mettere le mani avanti, augurandosi – in conclusione – che tali parole siano corrette, e che la cupa profezia che loro avanzano in forma di favola oscura non si realizzi.

I due autori sono due nomi noti della satira politica in Italia: “Quando c’era LVI” (2016), satira sulla figura di Mussolini, aveva ottenuto una certa visibilità grazie ad un atto vandalico (che, naturalmente, aveva donato più risalto all’opera attaccata). Sono seguiti Il piccolo Führer, rivisitazione grottesca di Saint-Exupéry, e quindi, virando sulla satira religiosa, “Gesù – La Trilogia” e “V for Vangelo”, di satira religiosa, e infine “Il timido anticristo” (2018), per Feltrinelli, con cui si apre la collaborazione con Boscarol qui al secondo capitolo.

Si torna alla satira politica, e Antonucci e Fabbri tentano un’operazione indubbiamente interessante: adattare ai giorni nostri la metafora della Fattoria degli Animali. Come appare evidente fin dal maiale effigiato in copertina, l’obiettivo polemico è ovviamente Matteo Salvini, nelle parti del maiale Capitano, che in questa nuova versione prende il posto che spettava a Napoleon / Stalin nell’opera originaria. L’operazione, sia chiaro, è legittima, e il risultato è nel complesso gustoso: ma va anche detto che l’operazione cambia in modo abbastanza consistente. E non solo perché tra Salvin e Stalin c’è più che un cambio e spostamento consonantico.

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Infatti l’elemento che contraddistingue l’opera di George Orwell è la capacità di far aderire alla perfezione tutti gli elementi della metafora fiabesca all’evoluzione del comunismo sovietico dalla rivoluzione russa (1917) alla seconda guerra mondiale (1945). Orwell scrive in un tempo in cui Stalin, alleato determinante nella vittoria contro Hitler, è visto con una certa simpatia da popolo e intellettuali; ma egli ne ha conosciuto il cinismo stalinista fin dalla guerra di Spagna, di cui scrisse in “Omaggio alla Catalogna” (1938), e ritiene essenziale mettere in guardia contro di esso. Cambia quindi radicalmente il destinatario: Orwell vuol mettere in guardia la sinistra dalla sua fascinazione per un pericoloso reazionario; quest’opera invece “parla ai convertiti”, a un pubblico di sinistra che ha già in Salvini, oggi, il suo favorito bersaglio polemico, una volta rimasto orfano di Berlusconi.

La metafora orwelliana viene quindi adattata, in modo libero, all’ascesa al potere del Capitano. La storia in sé comunque funziona bene: il ritmo narrativo è serrato, e i disegni di Boscarol sono pienamente efficaci nel rendere un costante tono di sulfureo humour nero. Lo stile è ovviamente caricaturale, con un bianco e nero dal tratteggio nervoso; la linea è prevalentemente chiara, ma all’occasione sa spendere un bilanciamento dei neri decisamente cupo.

Quando, nel 1954, si era trasposto “Animal Farm” in un’animazione inglese, lo stile aveva richiamato quello disneyano, in modo abbastanza inevitabile; quello di Boscarol – al di là del segno ovviamente personale – ci fa venire in mente la Fattoria di Lupo Alberto di Silver, che dal 1973 è un luogo dell’immaginario per certi versi simmetrico a quello orwelliano. Una satira dell’efficientismo borghese, incarnato da Mosè, il cane pastore guardiano e capo della fattoria – mentre, in Orwell, Mosè era il corvaccio simbolo del clero ortodosso russo, servile guardiano spirituale prima degli zar e poi, dopo un interregno, dei nuovi padroni.

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La griglia, qui, è la classica gabbia italiana 2X3, con vignette ortogonali dai contorni smussati, spesso sostituita da qualche efficace splash page nei momenti clou della narrazione.

Un elemento di pregio è la struttura ambigua: se in Orwell la storia era come narrata dalla voce collettiva del villaggio di animali (un espediente ripreso, probabilmente non a caso, da naturalismo e verismo), qui a narrare la storia è il maiale Luc Maurice, trasparente icona di Luca Morisi. Già la prima sequenza introduttiva, a un buon osservatore, mette dei dubbi sulla narrazione, se esaminiamo con attenzione i dettagli. Nel prosieguo si rende immediatamente evidente la doppiezza propagandistica del narratore: le immagini spesso infatti mostrano una storia che egli edulcora o modifica totalmente con una prosa fluente e menzognera. L’uso delle fake news che modificano la percezione del reale tramite la “narrazione” imposta agli eventi: un fenomeno che Orwell, in effetti, è stato un pioniere ad analizzare, nella Fattoria e – in modo più sistematico ancora – in 1984.

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Maurice / Morisi viene insomma posto, per chi conosce l’opera originaria, come un correlativo di Clarinetto (Squeler) / Berja (anche se nella politica italiana era Diliberto, uno degli ultimi leader dei partitini comunisti, a orgogliosamente presentarsi come DiliBerja, in segno di indiscussa continuità con l’ideale. Vedi qui per una carrellata degli ironici nomignoli del gotha passato della politica italiana).

La trasposizione è curata, ma chi ha letto l’opera originaria coglie l’inevitabile asimmetria: là si satireggia una dittatura fattualmente dotata di potere assoluto, mostrata in modo analogico ma con perfetta corrispondenza al reale; qui si opera una sacrosanta satira al vetriolo su un politico potente ma, al momento, lontano dalle leve del governo: si può al limite dire di fare una voluta esasperazione “a mo’ di monito”, ma la corrispondenza è inevitabilmente imprecisa. Chiaramente, incidono anche i “tempi di lavorazione”: l’opera era probabilmente pensata con Salvini al governo (ma, comunque, non “uomo solo al comando”), prima della caotica transizione allo stato attuale. La metafora su Stalin, invece, sopravvive ben oltre al 1953: almeno fino al 1989 e al cambio di paradigma mondiale (e conserva, quindi, un interesse “storico” sul Secolo Breve di Hobsbawm, 1917-1989).

Divergenze parallele: un confronto tra Fattorie.

Il signor Ross (signor Rossi come “uomo comune italiano”, così come il fattore Jones era l’uomo comune della campagna inglese) rappresenta la Prima Repubblica. Il maiale “Senatore” rimanda ovviamente a Bossi, che qui instaura addirittura una dittatura in divisa militare: potremmo vederlo come crasi di Bossi e Berlusconi, come il vecchio Maggiore, in Orwell, lo era di Marx e Lenin. Il Mulino ha il valore delle Grandi Opere – più berlusconiane che salviniane – sempre promesse e mai realizzate. Il “parricidio rituale” è di nuovo una forzatura da fiaba nera, e trasforma il classico gioco congressuale e mediatico in una cospirazione che rimanda, per modus agendi, a quella che si presume attorno a Sindona – e, per alcuni complottisti, in modo molto più dubbio, attorno a Papa Luciani. I Cani potrebbero qui rimandare alla magistratura, in positivo (e non, in negativo, alla Ceka, come in Orwell); i Lupi – assenti in Orwell – paiono rimandare – nel discorso degli autori – alle accuse di liasons fasciste; i Gatti sono il giornalismo berlusconiano, ora fedele al nuovo padrone (in Orwell, il gatto simboleggia gli intellettuali libertari opportunisti, blandamente simpatizzanti con Stalin).

Conclusione.

La conclusione dell’opera è, curiosamente, intermedia tra l’opera originale di Orwell e il cartone animato del 1954. La prima ha una chiusura completamente cupa, con la vittoria senza limiti del modello istituito dal Comrade Napoleon / Stalin.  Nel cartoon, anche per di ragioni di propaganda antistaliniana (siamo nel pieno della guerra fredda), il sistema dell’Animalismo collassa alla fine per la ribellione dei sottoposti. Ne “La fattoria dell’animale” si sceglie una terza soluzione ancora, che non sveleremo: ma che potenzialmente dà una nota ancora diversa al racconto.

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Insomma, al di là della inevitabile forzatura della metafora, che trasforma una allegoria puntuale di Orwell in una “novella nera” con valenza di distopica profezia, la scrittura e il disegno, in perfetta sinergia, offrono un fumetto comunque di divertente lettura, in grado di soddisfare gli antisalviniani più battaglieri e di far arrabbiare, magari, i sostenitori più ferventi del leader leghista, regalando di nuovo all’opera degli autori una certa pubblicità.  In ogni modo, l’opera – anche grazie a questa struttura favolistica – si presta anche a una critica del populismo generale: certi meccanismi si possono apprezzare anche se non si tiene conto dello spunto satirico di partenza. L’uso delle fake news, l’identificazione di un capro espiatorio, e così via, sono elementi che si riscontrano anche in altri populismi (e, del resto, Salvini potrebbe avere più di un debito col modello trumpiano di Steve Bannon, come si sostiene ad esempio qui).

Chissà che, in un futuro ritorno ad Orwell applicato alla cronaca politica italiana (magari, chissà, su una Giorgia Meloni divenuta un giorno in grado di scalzare Salvini dalla leadership della destra), non si adotti fruttuosamente l’allegoria fantascientifica di  “1984”, che ancor meglio si presta ad anticipare l’era di fake news mediatiche e digitali.

Abbiamo parlato di:

Antonucci & Fabbri, disegni di Boscarol
La fattoria dell’animale
pag 128
euro 16,00
formato 16 x 24 cm – brossura
ISBN 978-88-07-55044-7

In libreria dal 5 marzo 2020