Educare in modo piacevole: i Classics Illustrated.

Educare in modo piacevole: i Classics Illustrated.

 

Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si
preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza. Avevo dieci anni e volevo che i
miei mi abbonassero a un certo settimanale che pubblicava a fumetti i capolavori della letteratura.
Non per tirchieria, forse per sospetto nei confronti dei fumetti, mio padre tendeva a svicolare.
“Il fine di questa rivista,” sentenziai allora, citando l’insegna della serie, perché ero un ragazzo
scaltro e persuasivo, “è in fondo quello di educare in modo piacevole.” Mio padre, senza
alzare gli occhi dal suo giornale, disse: “Il fine del tuo giornale è il fine di tutti i giornali, e cioè
di vendere più copie che si può.”
Quel giorno incominciai a diventare incredulo.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, 1988.
Il narratore Casaubon si presenta al pubblico così.)

Per chi, come me, è interessato al rapporto tra letteratura e fumetto, soprattutto sotto la lente dell’adattamento, la serie Classics Illustrated è uno snodo ineludibile (ne abbiamo brevemente parlato, grazie a Marco D’Angelo, qui nei commenti). I “classici illustrati” sono una serie di fumetti sorta in USA nel 1941, durata fino al 1971 e composta di complessivi 169 opere. Wikipedia ha una pagina abbastanza documentata (vedi qui). Si tratta probabilmente del primo esperimento sistematico di adattamento fumettistico letterario.

I comic book risalgono già ai primi del ‘900 come raccolta di strisce, e come noto nel 1929 era iniziata la produzione di albi autonomi; ma fumetti avventurosi con narrazioni più lunghe iniziarono a imporsi solo verso la metà degli anni ’30, e il genere supereroico, che ne segna il successo, inizia nel 1938 con Superman. Questi “libri a fumetti” che riprendono grandi classici sono di poco successivi.  Non mancavano operazioni simili anche in Italia, dove Bonelli adattava grandi capolavori della letteratura: ma qui era più un fare di necessità virtù, dato lo scarso margine di manovra offerto dalla censura fascista; quella americana, invece, era una operazione all’interno di un libero mercato, e data la longevità anche di un suo certo successo.

 

L’impostazione prevalente di questi albi appare in linea di massima tra l’ingenuo e il furbesco al tempo stesso. Ingenua, se notiamo come il formato del comic book avventuroso viene adattato tale e quale ai grandi capolavori della letteratura, senza porsi troppo il problema di un adeguamento del linguaggio: ma la cosa può essere anche un’astuzia commerciale. Sotto l’apparente adeguamento di un classico (cosa che può spingere il genitore all’acquisto, magari), si cerca di offrire comunque al giovane lettore una storia che possa accattivarlo.

La scelta di opere: il criterio nazionale. L’ovvia preminenza anglosassone.

La scelta di opere è molto interessante. Si inizia con un autore francese, l’Alexandre Dumas dei Tre Moschettieri, autore che sarà molto presente; solo secondo titolo l’Ivanhoe di Walter Scott, il pilastro del romanticismo inglese (che ispirò anche il nostro Manzoni), e solo al terzo un grande classico americano come L’ultimo dei mohicani di Fenimore Cooper.

Al numero cinque troviamo un classico del livello di Moby Dick di Herman Melville, dove il meccanismo banalizzante della rilettura appare evidente fin dall’ingenuità tutta action della cover (è il meccanismo su cui ironizza Sykoriak, di cui abbiamo parlato in un precedente post). A dire il vero la copertina di consueto è la parte più sopra le righe, mentre il fumetto si sviluppa in modo solitamente più ordinario.

La collana prosegue in una alternanza di opere anglosassoni e francesi, con una predilezione – naturalmente – per quanto può fornire spunto a una rilettura avventurosa, da evidenziare soprattutto nella copertina. Una rara eccezione – per la loro autorevolezza – sono ad esempio le Mille e una notte, con una cover oltretutto sempre popolare, ma meno “ingenua”, consapevole almeno in parte di certe volute dell’orientalismo europeo, quello liberty di Beardsley.

La Spagna arriva poco dopo, al numero undici, ovviamente col Don Chisciotte di Cervantes. Notare l’ingenuità (o la voluta falsificazione) della copertina, che potrebbe illudere il lettore meno smaliziato che il Cavaliere dalla Trista Figura stia caricando un gigante spettrale ma realmente esistente – mentre invece è solo la proiezione della sua follia.

 

Nonostante l’aria “nobilitante” conferita dalla letteratura, anche i Classics cadranno sotto la scure censoria del più grande supervillain del mondo dei comics: lo spettabile dottor Frederick Wertham, autore di Seduction of the innocent (1954), il testo-base di ogni crociata contro i fumetti.

Un ragazzino che legge il Robinson Crusoe di Daniel Defoe a fumetti non sarebbe più motivato a leggere l’opera originaria, obietta il nostro. Qui si aprirebbe una discussione infinita: Wertham è ovviamente tranchant, senza argomentare oltre ai singoli casi personali dei suoi giovani pazienti. Al caso personale, ognuno di noi potrebbe opporre decine di casi personali opposti: ma in linea di principio è vero che è ingenuo (o opportunistica pubblicità rivolta agli educatori) pensare che l’adattamento a fumetti sia, per tutti, una sorta di automatica maieutica verso l’opera in sé. Vero piuttosto il contrario: se l’adattamento è buono, non lo si può apprezzare appieno senza conoscere l’opera originale. Va detto che spesso questi albi si concludevano con l’esortazione a proseguire con la lettura dell’originale “presso la vostra biblioteca scolastica”, aggiungendo anche una sintetica scheda di lettura sull’autore e sull’opera. Il loro – magari opportunistico – intento dichiarato era dunque quello propedeutico alla letteratura scritta, al contrario di come li liquida Wertham, senza particolari argomenti.

Una seconda obiezione di Wertham è che, ad esempio, il Jekyll di Robert Louis Stevenson offre la scusa per un sensazionalismo di bassa lega sotto la mascheratura del classico. Qui Wertham non ha torto, in sé: ma a parte che non c’è nulla di male, la matrice horror che lui condanna con indignazione è perfettamente presente nel testo originario. Lo stesso valga per un’opera come I misteri di Parigi di Eugene Sue, da lui condannata per una vignetta di bondage: anche qui, quanto di violento c’è nel fumetto ha una base nell’opera letteraria.

In certi casi, come Great Expectations di Charles Dickens,  non ha del tutto torto (in questo) mad doc Wertham: la cover è oggettivamente falsante nella sua promessa di pura violenza. Lo stesso vale, secondo Wertham, per il Tom Sawyer di Mark Twain e per il Giulio Cesare di Shakespeare, in modo meno convincente.

 

L’adattamento de La capanna dello zio Tom della Beecher Stowe è invece condannato da Wertham perché mostra visivamente i neri in modo grottesco, mentre il testo avrebbe una valenza umanizzante ed emancipativa (questo è plausibile, anche se lo stesso testo della Stowe non è privo di ambiguità, e molto poco amato oggi dalla comunità afroamericana). Il Silas Marner di George Eliot è invece, semplicemente, un pessimo adattamento secondo Wertham (cosa in sé possibile, anzi, è l’obiezione più plausibile verso questa operazione nel complesso).

Insomma, Wertham dedica molto spazio ai Classic Comics: si intuisce che è necessario, per lui, togliere ogni possibile giustificazione ai fumetti (vedi qui gli estratti citati sinteticamente, in un ampio studio in inglese su Wertham). L’unico fumetto buono è il fumetto morto.

La prima opera italiana che appare nel lungo elenco è Il milione di Marco Polo: la letteratura italiana sconta l’assenza di una grande tradizione di romanzo ottocentesco, a differenza del mondo anglosassone e francese.

L’altra opera è la Vita di Benvenuto Cellini: se Marco Polo è l’avventuroso medioevo, Cellini è il Rinascimento secondo gli americani, ricco di intrighi e dello strapotere dell’inquisizione. Se vogliamo, l’età romana era apparsa nel Cesare shakespeariano, ne Gli ultimi giorni di Pompei di Edward Bulwer-Lytton, nel Ben Hur di Lew Wallace (sono gli anni del peplum al cinema, del resto). Manca solo il Quo Vadis del polacco Henry Sienkewitz (non il celeberrimo e omonimo disegnatore Bill, che ha adattato un magistrale Moby Dick), che è presente con With fire and sword.

Nella collana per l’infanzia, Classics Illustrated Junior, non può mancare il nostro Pinocchio di Carlo Lorenzini detto il Collodi (e, ovviamente, nelle fiabe per bambini d’età minore appare anche il danese Hans Christian Andersen, e il greco Esopo).

Il mondo classico appare anche tramite Iliade e Odissea di Omero, mentre la letteratura tedesca appare col Guglielmo Tell di Fredrick Schiller e il Faust di Goethe. Sono rappresentati anche i russi, con Taras Bulba di Nikolai Gogol (col titolo The Cossack Chief), le memorie del conquistador spagnolo Bernal Diaz Del Castillo, La storia del Messico, vanno a “coprire” anche il vicino messicano. Qui, comunque, è possibile consultare una lista completa di questi adattamenti, mentre qui è presente un’ampia selezione di questi fumetti, per chi voglia farsi una maggiore idea.

 

La scelta di opere: il criterio di genere. La prevalenza – non esclusiva – del maschile.

Come detto, la scelta di autori punta a selezionare autori di avventura adattabili facilmente – o con qualche forzatura, che non preoccupa molto l’editore – al pubblico dei comic books avventurosi. Al limite si può fare un’eccezione per grandi classici, che servono ad una “nobilitazione” del fumetto, per renderlo più vendibile ai genitori. Del resto, i classici sono facilmente semplificabili a una grandiosa narrazione avventurosa, semplificandone o talora distruggendone la complessità.

Appaiono quindi poche autrici nelle opere da trasporre, difficilmente inseribili in tale schema. La prima, al numero 15, del 1943, è Harriet Beecher Stowe con il suo La capanna dello Zio Tom, opera abolizionista della schiavitù ma con un taglio paternalista di cui, come detto, si serve anche Wertham per una condanna.

Segue al 26 nel 1945 Mary Shelley col suo Frankenstein, pilastro gotico della fantascienza (specialmente, forse, nelle paranoie di un’America all’ombra del nucleare). Al numero 39 troviamo però anche un romanzo “femminile” (negli stereotipi allora vigenti) come Jane Eyre di Charlotte Bronte. Segue al 55 Mary Anne Evans, ma ovviamente con lo pseudonimo maschile George Eliot: è l’opera dedicata al tessitore Silas Marner, pilastro del realismo inglese. Cime Tempestose di Emily Bronte al 59 è subito seguito da Black Beauty di Anna Sewell, quindi Jane Porter con The Scottish chiefs, al 67Questo è di nuovo un romanzo ricco d’azione: narra le vicende del capo scozzese William Wallace, che apparirà (molto, molto romanzato) nel celebre “Braveheart” con Mel Gibson. Interessante notare che l’opera di Jane Porter è del 1810: un romanzo storico che predata il Waverley (1814) di Walter Scott, ritenuto il capostipite del genere. Al n.86 troviamo Under Two Flags di Ouida (altro pseudonimo, prima autrice non anglosassone, ma di origine francese). Poi più niente, fino all’ultimo numero. Su 170 uscite, dunque, sei opere al femminile su otto si concentrano in una quarantina di posizioni. Pare un tentativo – cauto ed esplorativo – di estendere questa modalità di romanzo a fumetti a un pubblico “femminile”, o comunque più maturo, interessato anche a storie che non siano di pura azione. Il tentativo forse non va a buon fine, perché viene presto abbandonato.

In ogni caso, con gli anni ’60 il modello dei Comics Illustrated entra in crisi: la televisione forma una concorrenza troppo forte. La collana viene abbandonata, anche se singoli adattamenti sopravvivono (divenendo col tempo più critici) e anche l’opzione, non più così fortunata, di nuove serie dedicate all’adattamento.

Adattamenti ingenui, abbiamo detto, operazione commerciale senza troppe problematiche intellettuali. Eppure, in qualche modo, anche la grande collana che per prima ha implicato che il fumetto fosse in grado di trattare qualsiasi opera, anche la più elevate. Fallendo, forse; ma anche irritando l’arcinemico Wertham, che intuiva come in quest’operazione vi fosse qualcosa di più pericoloso ancora di ambigui superuomini e delinquenziali crime comics: la legittimazione del fumetto, il grimaldello per scardinare le porte a doppia mandata della cultura alta. E se oggi qui da noi Gipi e Zerocalcare insidiano le vette del Premio Strega, qualcosa è partito, forse, anche da qui.