Il Dylan Dog di Bram Stoker: "Gotico Inglese"

Il Dylan Dog di Bram Stoker: “Gotico Inglese”

Il recente Color Fest di Dylan Dog, il numero 28 della serie, intitolato Gotico inglese e uscito l’8 febbraio 2019, costituisce un caso interessante nell’ambito dei rapporti tra fumetto e letteratura. L’opera omaggiata, come si può intuire fin dalla bella cover di Nicola Mari, è il Dracula di Bram Stoker, che sul finire dell’Ottocento (1897, per la precisione) codifica il sotto-genere della vampire stories avviato da Polidori col suo Il vampiro, nel 1819 (opera nata, tra l’altro, all’interno della sfida letteraria in cui nacque anche il Frankenstein di Mary Shelley).

Non siamo nell’ambito di un adattamento letterario vero e proprio, naturalmente: ma, secondo la consolidata tradizione del citazionismo sclaviano, il mito vampirico viene riscritto e adattato al personaggio. Tuttavia in questo caso c’è una importante, e interessante, variazione sul tema. Sclavi, con Vampiri, aveva infatti adeguato il mito vampirico al mondo contemporaneo, facendone in sostanza metafore dell’élite capitalistica (in una sua chiave parallela ad Essi vivono di Carpenter e agli zombies romeriani). Molti altri autori avevano trattato invece il tema vampirico in modo meno allegorico, tra cui Pasquale Ruju e Nicola Mari in Il marchio del vampiro (n.181) e altrove.

Qui, invece, ci troviamo di fronte a una inedita trasposizione di Dylan Dog in età vittoriana, nel 1890: cosa che gli consente di misurarsi col “vero Dracula” stokeriano, nella sua ambientazione più propria. Si tratta di una novità quasi assoluta: un esperimento più cauto, in tal senso, era venuto ne Il museo del crimine di Gualdoni, con una “cornice” nel mondo moderno di Dylan e squarci su suoi “antenati” sette-ottocenteschi (vedi quanto ne scrissi qui) e anche sul Color n.10, in forma “breve”, si era tentato l’esperimento di un Dylan nel passato, in un’ottica però più vicina alla paradossale “If story”.

L’esperimento di quest’albo è tuttavia più radicale e non specificamente collegato a tale precedente. Innovativa per il Color Fest anche la scansione: non più tante storie brevi – come nella creazione di Gualdoni curatore, mantenuta in parte sotto Recchioni – o, come si è fatto di recente, una singola storia lunga: ma due storie “medie” che vengono però a costituire una sorta di primo e secondo tempo dell’albo.

La prima storia è di Giulio Antonio Gualtieri, coi disegni di Stefano Landini e i colori di Alessia Pastorello, ed è dedicata a un momento specifico e – benché perfettamente canonico – più insolito del romanzo: il viaggio in nave che porta Dracula dalla patria fino a Londra, che ha eletto nuovo territorio di caccia. Si tratta di un passaggio che, in ogni caso, ha assunto molta forza nell’interpretazione filmica: sia quella, seminale, di Murnau, nel 1922, sia nel Nosferatu a colori con Klaus Kinski, per la regia di Werner Herzog (1979), per citare solo due dei tanti film dedicati al personaggio.

Appare quindi anche interessante la scelta di declinare tale rilettura del mito sul Color Fest e non sulla regolare o altrove: l’espressionismo tedesco di Murnau, infatti, si lega a una magistrale interpretazione del bianco e nero, che l’horror bonelliano di Dylan Dog – ed epigoni – ha spesso sfruttato, trasformando il limite della monocromia in un punto di forza espressivo.

Qui, invece, la scelta è per il colore. L’ambito del Color Fest, inoltre, che sotto Recchioni ha guadagnato la specifica di ambito più “sperimentale”, consente di mettere in campo senza problemi un segno con sintesi raffinate come quelle di Stefano Landini, integrato dai colori di Alessia Pastorello (che si occupa anche della seconda storia).

In questa prima avventura marinaresca la scelta cromatica va nel segno di toni seppiati, a volte cupi, a volte più luminosi, che conferiscono alla tavola un sapore vagamente antichizzato. Risaltano così maggiormente le note di rosso, associate a Dylan Dog – inevitabilmente: la camicia che identifica il personaggio – e al suo antagonista, con un logico richiamo all’elemento del sangue.

Il montaggio di tavola segue spesso la griglia tradizionale, ma la alterna più di frequente con tavole smarginate dal sapore “americano”. Molto frequenti sono anche tavole in cui le sei vignette tradizionali hanno però uno sviluppo “verticale”, con due strisce orizzontali di tre vignette ciascuna. Una scelta che si adatta bene alla dimensione “verticale” del dinamismo della storia, col vampiro e i marinai che si affrontano sulle velature del veliero. In alcuni casi (p.38) si adotta anche una quadripartizione verticale della tavola, con efficace effetto drammatico nel rendere la concitazione del momento. Non mancano le splash page, smarginate, inclusa una bella “doppia” giocata nel momento più opportuno. I dialoghi di Dracula scritti su sfondo nero, con la ben calibrata entrata in scena del personaggio, hanno una indubbia resa espressiva.

Lo sceneggiatore Gualtieri, editor in chief della Cosmo (e non nuovo a Dylan, per cui ha co-firmato la prima metà dello storico crossover con Dampyr, assieme al curatore Recchioni) dimostra l’elegante padronanza del medium in una storia ricca di azione più che di detection, che sarà riservata alla seconda metà dell’albo. L’ambientazione navale si sposa bene con alcuni archetipi del personaggio, che ad un Galeone, come è noto, lega a filo doppio il proprio destino. Anche il contesto ottocentesco è ottimo per i vezzi del personaggio, come la stesura del diario, che qui viene bene utilizzata come filone conduttore.

Nella seconda metà, La grande pestilenza, Accatino sceneggia la parte più consueta della vicenda, quella in cui il diabolico conte si aggira per Londra, mentre qualche detective dell’occulto (Van Helsing e Harker, di cui Dylan è degno erede) lo insegue per sventarne la minaccia.

I disegni di Fabrizio Des Dorides scelgono un registro decisamente più cupo e sanguigno, che ben si presta al clima di questo drammatico “scontro finale”. Anche i colori della Pastorello si fanno più dark nelle loro scelte, con un dilagare del rosso sangue e un venefico verde assenzio che avvolge il tutto in una luce spettrale (con citazione della locandina dell’Esorcista in una potente splash page, dove tale figura si sovrappone a quella di Dylan, anch’egli in lotta contro una incarnazione del Maligno). Nella cupezza del dilagante nero delle chine il rosso sangue spicca in modo ancor più acceso.

Il montaggio è qui molto libero: vi è una continuità con la prima metà dell’albo nell’alternarsi di tavole con gabbia tradizionale ed altre più innovative, splash page (qui anche con margine), montaggi “americani” come p.60, griglie bonellianamente “irregolari” (p.61), tavole a taglio “verticale” (p.80), ma anche “orizzontale” (p.68). Al di là della riconoscibilità del diverso stile di sceneggiatura, però, si marca la maggiore densità della trama, con la parte investigativa, e quindi vi è una lieve maggior preminenza di una griglia classica.

Maggiormente presente anche un certo gusto per l’ironia metaletteraria sul personaggio: bellissimo il rimando a Stoker Road, o le schermaglie “citazioniste” tra il Dylan e il Bloch del passato. Pur nella abbondante presenza di azione, è soprattutto nei raffinati dialoghi che spicca il gusto “letterario” di Accatino, che pare quasi ricalcare un certo appropriato gusto alla Oscar Wilde negli aforismi vagamente dandystici di questo Dylan vittoriano. Buona e originale la decadentistica chiusura dell’albo, che annega efficacemente la storia nello strabordare rosseggiante di un tramonto.

Un esperimento, insomma, che pare destinato ad aprire la strada a un possibile sequel o altri esperimenti simili, nel caso che abbia successo, con Recchioni che in prefazione ipotizza anche un episodio con Frankenstein. E anche il prossimo Color Fest, tra l’altro, si rivela di stampo letterario, andando a riprendere uno dei più celebri, tardi romanzi di Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), con cui, alla soglia ormai degli anni ’80, si inaugurava anche da noi quel postmoderno che avrà poi nell’Umberto Eco del Nome della Rosa il suo più celebre cantore (e nel Dylan Dog di Sclavi il maggiore interprete fumettistico).