La Dottrina di Bilotta: risignificare V, da Platone al Futurismo

La Dottrina di Bilotta: risignificare V, da Platone al Futurismo

Mi sono approcciato di recente con grande interesse a La Dottrina, di cui avevo letto i primi due capitoli molto tempo fa, e che ora finalmente, dopo una storia travagliata, giunge a un’edizione definitiva in questo 2019.

Data l’attenzione di Bilotta ai simbolismi, non trovo casuale che l’opera nasca nel centenario della fondazione del partito fascista, nato nel (non troppo) lontano 1919.
L’opera infatti, anche grazie al magistrale lavoro di Carmine Di Giandomenico ai disegni, costituisce un implacabile affresco fumettistico sugli orrori del totalitarismo, che in Italia rimanda inevitabilmente al Regime (da noi) per eccellenza.

Inoltre, l’opera si pone – in modo consapevole e intenzionale – come riscrittura di V for Vendetta, a sua volta riscrittura di 1984. Dal dialogo con questi due testi, Bilotta e Di Giandomenico creano un capolavoro di piena dignità autonoma (e chi mi segue sa quanto sia parco nell’utilizzare questo termine).
Il 1984 di Orwell nasceva infatti, nel 1948, come riflessione duplice sul totalitarismo, con un Grande Fratello fusione di Hitler e Stalin, in una lotta tra totalitarismi che vede sì un’Oceania sotto il tallone del Soc-Ing, il Socialismo Inglese; ma anche la presenza di altri due totalitarismi, di cui quello in Estasia, legato al “Culto della Morte”, appare più “nero”.

Alan Moore, con un’operazione, presumo, che ha molto del suo penchant per il “magick”, operò una riscrittura in due sensi primari (con molti corollari, è chiaro):

1) Netta evoluzione del totalitarismo comunista in un possibile fascismo futuro (anche se il mondo a pezzi dopo una guerra atomica implica, probabilmente, il perdurare e l’incancrenirsi anche di totalitarismi socialisti ad Est).

2) Possibilità del rovesciamento del totalitarismo per tramite di un Eroe; anche se di quest’eroe viene mostrata tutta la paradossalità brechtiana (“Beato il popolo che non ha bisogno di eroi.”). V non è in fondo altro che un terrorista, seppure un terrorista “giustificato” dall’atrocità del regime; e sicuramente è comunque totalmente folle, sia pure di una follia a suo modo lucida.

Bilotta, se seguissimo questo schema (da cui si potrebbe ricavare un quadrato semiotico, con un po’ d’impegno) riprende l’elemento del totalitarismo fascista. E se quello di Moore è più un nazismo celtizzante e albionico, il suo è proprio un Fascismo futuribile, divenuto però totalitarismo perfetto, privato dei lacci storici della monarchia e della chiesa che lo rallentavano nella sua corsa all’orrore. 

Tuttavia, allo stesso tempo, torna pienamente a 1984 per la svolta finale, annullando l’ottimismo della volontà di Moore nel pessimismo orwelliano. 

Il tutto, però, avviene operando in modo mirabilmente specifico: se Orwell estrapolava dal totalitarismo anni ’40, primariamente sovietico; se Moore aggiornava agli anni ’80 tatcheriani, Bilotta pesca a piene mani dall’immaginario italico, e il risultato è quindi totalmente autonomo.

Il risultato, dunque, è oggi questo lingotto dorato col volto stereotipo dell’Eroe costruito a tavolino dal regime; elemento marginale e centrale a un tempo: inesistente nella realtà e quindi sullo sfondo della trama dell’opera, ma centrale nella ricostruzione dell’immaginario che seguirà alla pars destruens intenzionale che è qui narrata.

La prefazione di Bilotta in stile parolibera futurista sottolinea questa dimensione del fascismo, che verrà qui esaltata: la tensione verso la tecnologia, verso la guerra, verso la velocità, tutto nel fervore di una mistica scientemente delirante. “PAZZI, splendida parola d’oro massiccio”, come d’oro è il volume che ci guida alla scoperta di questo potenziale fascismo eterno.

Appare evidente che il magistrale lavoro di Bilotta non sarebbe stato possibile senza il supporto determinante, sotto il profilo visivo, di Carmine Di Giandomenico. Qui ci si soffermerà più sull’aspetto testuale per chiarezza di analisi (la disamina dei disegni meriterebbe un post autonomo, che si potrebbe anche fare ma esula un po’ dal tema di questo blog, incentrato sul rapporto tra letteratura e fumetto): ma, per dire, è fondante nello spiazzamento angoscioso del lettore il segno scavato con cui Di Giandomenico intarsia il volto di ogni personaggio, infiggendovi l’espressione sofferente che la maschera della Smorfia sintetizza, rendendoli tutti uguali in un atteggiamento che dev’essere di neutralità per ordine di regime, ma che riesce a mostrare comunque un senso tragico impressionante proprio per il suo essere forzatamente rattenuto. Il gioco di ripresa del futurismo, poi, passa innanzitutto per l’aspetto visivo, non tanto tramite singoli inserti ma per una compiuta metabolizzazione di quella galassia di segni, a partire forse dalla “Città che sale” di Umberto Boccioni. Qui però, per esigenze tematiche e di sintesi, seguiremo soprattutto la fitta trama insita nella scrittura di Bilotta.

 

Citazioni futuriste aprono dunque ogni capitolo, introdotto dalla grafica littoria che caratterizza già la cover.

La Smorfia, il V della Dottrina, ci appare fin da subito nell’acquitrino come macchia di Rorschach. Il piede che lo calpesta rimanda alla dichiarazione finale del totalitarismo a Winston Smith di Orwell: l’idea più propria del regime è “uno stivale che calpesta un volto… per sempre”.

Si prosegue in senso profondamente orwelliano, l’orrore del cubicolo (che coincide con la griglia fumettistica), la dominanza del Nocchiero, espresso dal simbolo del Timone che da un lato richiama la croce celtica del neonazismo, dall’altro evoca il Grande Timoniere Mao. Il tema della virtualità del reale, usato qui per schiacciare i sottoposti, ha valenza metaletteraria che si espliciterà in seguito.

Appaiono, nel procedere, due grandi privazioni, lasciate tra le righe: il divieto di esprimere emozioni facciali libere col volto (sostituite da espressioni obbligate, caricaturali) e il divieto dell’apprendimento delle parole, sostituite coi numeri. Due aspetti che rimandano alla Smorfia, che apparirà più avanti come personaggio autonomo. L’eliminazione della parola appare più radicale ancora di 1984, e sulla linea della riduzione a numero proprio del totalitarismo nazista del lager.

Allo stesso modo, c’è un costante rimando alla scuola come “istituzione totale”, alla Foucault: i Professori sono i controllori mascherati del sistema, una scuola invasiva educa a un totale controllo mentale, e più volte ritornano nel testo rimandi indiretti ai fumetti come letture “per scolari” (su cui torneremo).

Il primo intervento della Smorfia (31), non a caso, è apertamente ricalcato sull’avvio di V for Vendetta: sottolineando ancor più di quanto fa, a suo modo, anche Moore, come i metodi del rivoluzionario siano speculari a quelli del fascista: ritorna la pozzanghera iniziale, in cui viene schiacciato il miliziano del regime, perpetuando il meccanismo oppressivo (e a sua volta, la pozzanghera con la simmetria del volto/maschera rimanda a Watchmen di Moore e allo psicotico personaggio di Rorschach).

Anche gli inserti della Terapia Perelà (un intermezzo “alla Watchmen”, di nuovo) riprendono Il Codice di Perelà, romanzo ritenuto il migliore di Palazzeschi, composto nel 1911 all’interno del movimento futurista che, come abbiamo già visto, è giustamente fondante, per Bilotta, nel fascismo (specie nella sua proiezione a-storica e potenzialmente futuribile, che il fumetto evoca).

Perelà è un uomo “di fumo” (rimando che qui può divenire un riferimento al fumetto), formato da tre donne, “Pena, Rete e Lama” da cui deriva il suo nome. Perelà attraversa impassibile l’ascesa alla corte regale cui giunge, e la successiva caduta, in un percorso che ha una potenziale eco cristologica (egli ha del resto 33 anni).

Qui in Bilotta, però, la terapia Perelà si rivela una agghiacciante educazione al credo totalitario, reso più inquietante dal perfetto meccanismo di didattica infantile in cui è espresso. Si utilizzano infatti – con disegni di Rubino riadattati – i classici protofumetti italiani privati del balloon e ridotti a “storielle illustrate” con testi in rima (qui in prosa, ma ugualmente bamboleggianti).

In particolare, mi pare che qui gli autori riprendano “Il collegio La Delizia”, una delle opere più interessanti di Rubino, in quanto – partito come descrizione di un puro, comico paese dei Balocchi – lo sviluppo delle storie (creando una paradossale continuity, assente nel fumetto dell’epoca…) mette in crisi questo modello tramite un allievo che si oppone al bengodi mostrandone implicitamente gli elementi educativamente “totalitari”, l’obbligo forzato al divertimento e alla fannullonaggine più distruttivi di un’educazione repressiva tradizionale.

L’infrazione di Tonio e Tea rimanda di nuovo a 1984, dove Winston mette in crisi la sua timorosa obbedienza al regime per amore; egli tenta, ma non riesce più a raccontare Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, così come la piena neolingua neutralizzava la poesia in 1984 (Winston la cerca nei ricordi dei vecchi, ma non riesce più ad assaporarla).

Anche l’apparizione pubblica della Smorfia rimanda a V for Vendetta, con un simile discorso libertario (p.58), e il rapporto Nocchiero / Primate rimanda a quello tra leader e Creedy in V for Vendetta (con la differenza che il Nocchiero, come pure il Grande Fratello di Orwell, non si vede ed è una funzione più che un uomo, mentre in Moore è un omiciattolo su cui davvero il regime si appoggia, con errore fatale).

Il falso eroe che viene creato è di nuovo dalle parti di Orwell: quello è il lavoro di Winston. Il fatto che questo falso eroe sia in copertina del volume aggiunge un ulteriore layer disturbante: anche io, pare dire Bilotta, creo “falsi eroi” funzionali al regime. I paradosso di ogni prodotto “libertario” di massa  inserito per in un sistema che, pur non totalitario, è cybernetico, nel senso di ossessionato dal controllo. “Matrix”, preceduto dall’avvertenza che la pirateria informatica è un reato grave quanto rapinare una macchina, per fare un esempio. Con questa cover, Bilotta però mette in crisi questa dimensione dell’intrattenimento popolare.

La rivelazione di metà albo nel quinto capitolo fornisce una nuova potenziale chiave di lettura in grado di risignificare il testo: non è solo la rivelazione di V a Evey, o quella che riceve Winston quando legge il manuale segreto di Goldstein (il presunto nemico del regime orwelliano). Infatti in quel caso il lettore sa e condivide il messaggio “rivelatorio”, che è tale solo per quel mondo distopico: qui invece la spiegazione risignifica il testo al lettore, che può rileggerlo per scovarvi più dettagliate corrispondenze. Naturalmente, è pienamente coerente con il tema della Smorfia, nelle perfette fearful simmethries di Bilotta.

Il capitolo sei così nega il numero, simboleggiando l’uscita dal simbolismo totalitario. Questa negazione diviene anche metaletteraria nel capitolo sette (o meglio S, nel prosieguo di questa denegazione del numero), sia con tecniche tipiche di questo gioco di specchi (appaiono gli autori, i personaggi riflettono su cosa sia un fumetto…) sia con un discorso rivelatore che sottolinea la potenza dei comics nel loro essere al contempo parola e immagine, coinvolgendo entrambi gli emisferi della mente.

Il colpo di scena finale non è tale per chi avesse colto il costante restauro di 1984 sotto le apparenti citazioni di V. Il finale è infatti nel medesimo segno di Orwell, e il rimando a Platone e del suo mito della Caverna è la citazione più ancestrale e più seminale. Nel settimo libro della Repubblica (e qui siamo nel settimo libro del romanzo a fumetti…), Platone infatti cita il mito della caverna per indagare il tema dell’educazione, che è il fulcro anche del romanzo di Bilotta (anche la rivoluzione è vista come “ricreazione”, con termine volutamente duplice: intervallo o rigenerazione). Qui la lettura del filosofo viene “rovesciata”, mostrando una lettura totalitaria del pensiero platonico, affine del resto a una corrente esistente che vuole nell’ideale della Repubblica dei Filosofi il modello del totalitarismo.

Insomma, un’opera raffinatamente stratificata, e – come spesso in Bilotta – profondamente letteraria, nel suo rapportarsi a due grandi classici letterari – Orwell da un lato, il futurismo italiano dall’altro – per riscrivere e risignificare uno dei grandi capolavori del fumetto moderno come V for Vendetta.

Numerose altre letture si potrebbero dare dell’opera, ma su questo blog incentrato sui rapporti tra letteratura e fumetto ci basta averne evidenziato questa dimensione.

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Un grazie a Chiara Cvetaeva per l’illuminante conversazione sulla Dottrina, da cui sono stati ripresi alcuni spunti. La Chiara-analisi è leggibile qui:

http://fumettiavventurarecensioni.blogspot.com/2019/05/la-dottrina-di-alessandro-bilotta-e.html