Don Chisciotte e l'Inquisitore

Don Chisciotte e l’Inquisitore

L'inquisitore

L’inquisitore di Gianfranco Manfredi e Antonio Lucchi è il quinto speciale de Le Storie, la collana bonelliana dedicata ad avventure autoconclusive, spesso di ambientazione storica. Anche questo speciale – come sempre, a colori – non fa eccezione, e va a indagare la cupa Spagna del Seicento, un Siglo de Oro letterario che però prelude a un lento, graduale declino di una nazione rimasta prigioniera, appunto, dell’interpretazione più zelante e spietata del Sant’Uffizio dell’Inquisizione. Qui la recensione per LSB del nostro David Padovani, per chi fosse interessato ad approfondire l’albo.

A me hanno colpito molto i disegni pittorici di Antonio Lucchi, di grande bellezza e e adeguati all’ambientazione, per via di una certa influenza del chiaroscuro secentista (alla Caravaggio, per dire: ma non solo). Il protagonista appare quasi come una versione spagnoleggiante e dunque cattolica del Solomon Kane puritano di Robert Ervin Howard, contaminato con qualcosa di un altro inquisitore cattolico, Nicholas Eymerich, reale personaggio trecentesco riscritto da Valerio Evangelisti in un ciclo esoterico di grande fascino narrativo (adattato più volte anche a fumetti, tra l’altro). Rimandi letterari, per certi versi, più che fumettistici: ma non sarebbe forse sufficiente per giustificare queste righe in un blog che si occupa del rapporto tra letteratura e fumetti.

Tuttavia, c’è un punto perlomeno curioso. La storia procede infatti con efficacia nel solco del un cappa e spada venato di un fondo di esoterismo, fino a quando non irrompono nella storia i templari, nel Castillo de los Templarios di Ponferrada (citato anche da Paulo Coelho ne Il Cammino di Santiago)  che effettivamente vide la presenza dell’ordine fino al fatidico 1312. Il riferimento colpisce il lettore mediamente colto, in quanto l’ordine, come noto, è disciolto nel corso di un sommario e discusso processo, con pesanti accuse di adorazione del demone Baphomet. È vero che, lontano dalla Francia, i confratelli non vennero perseguitati così duramente, confluendo in ordini similari; e altrettanto vero che sulla scorta di questa sopravvivenza materiale di alcuni membri dell’ordine si costruì nel tempo un mito esoterico della sopravvivenza iniziatica dei templari, risorti poi nei Rosacroce secenteschi e nella Massoneria settecentesca. Tuttavia l’ordine ufficiale era sparito e non poteva in ogni caso prendere, come qui, il suo nome ufficiale.

Disegni di Lucchi

Manfredi –  sceneggiatore storico dell’attuale Bonelli per eccellenza, con all’attivo serie del calibro di Magico Vento, Volto Nascosto e Shangai Devil, ha comunque in seguito offerto una spiegazione ai lettori, sia in modo più breve su facebook che in modo più dettagliato su richiesta de Lo Spazio Bianco.

Il riferimento sarebbe in effetti a una sopravvivenza templare all’interno dell’Ordine di Santa Maria della Spada Bianca (la “Espada Blanca”), confraternita fondata nel 1574 spagnolo e imbevuta di ideali inquisitorii. La cosa non è stata dettagliata molto, cosa particolare per gli standard bonelliani, incentrati sulla massima chiarezza possibile; tuttavia potrebbe essere plausibile che i protagonisti, tutti degli “addetti ai lavori” dell’ambito inquisitorio, siano al corrente di una sopravvivenza dei templari e usino direttamente il nome vero dell’ordine invece che la sua mascheratura; un po’ come nel Pendolo di Foucault di Umberto Eco, dove non ci stupiamo se negli anni ’80 il protagonista Casaubon ci dice di essere seguito dai templari.

Manfredi però approfitta del chiarimento per avanzare una lettura interessante della sua opera, con un parallelo letterario che meritava di essere riportato, perché effettivamente brillante. Gli anni del suo fumetto sono infatti gli stessi del Don Chisciotte di Miguel De Cervantes, in cui la rinascenza degli “ideali cavallereschi” viene letta come sottolineatura che quegli ideali non sono più possibili nell’era degli stati assoluti moderni e della polvere da sparo.

San Pio V

Manfredi però richiama la tesi che l’opera in realtà satireggiasse una rinascenza “crociata” in effetti in atto nel ‘600, dopo il trionfo di Lepanto contro l’Islam (1571) e l’attuazione della controriforma di San Pio V (e di cui fa parte anche la nascita dei Rosa+Croce, come reazione in ambito protestante, dove si valorizza invece la valenza antipapista dei templari). Ciò renderebbe il Don Chisciotte un testo più cupo: tale rinascita infatti era venata di ostilità verso marranos e moriscos, falsi convertiti ebraici ed islamici, tema che appare apertamente anche nel fumetto in questione. Del resto, Cervantes aveva combattuto proprio a Lepanto, la “madre di tutte le battaglie” contro l’Islam, almeno nell’immaginario, e con questi temi non poté fare a meno di confrontarsi.

Insomma, l’incongruenza storica potrebbe essere quasi un “messaggio esoterico” rivolto al lettore, per istigarlo ad aguzzare l’ingegno e decifrare il senso polisemico del testo. Con un bizantinismo metaletterario potremmo addirittura pensare che L’inquisitore è il lettore stesso, che indaga il testo per capirne la vera natura: non a caso, Jorge Luis Borges – che di penisola iberica si intendeva – ha intitolato una sua raccolta di saggi critici Altre inquisizioni: quelle, appunto, del lettore/critico. Ed ecco che mentre chiudiamo l’articolo ci sovviene appunto di “altre inquisizioni” che potrebbero dialogare con quella manfrediana: La chimera di Vassalli, ad esempio, nel ‘600 italiano, a sua volta connessa a una riscrittura del ‘600 di Manzoni

Un albo quindi reso più interessante, in fondo, da questi sottotesti che siamo stati portati a indagare, e che testimoniano come un rapporto anche non diretto con la letteratura – per l’autore, e per il lettore – possa essere un modo per arricchire anche il fumetto popolare.