Il ventiduesimo numero del Don Camillo a fumetti di ReNoir ha come copertina, realizzata da Elena Pianta, una delle storie più iconiche della serie, quella in cui il dinamico duo di Guareschi si sbarazza di un ingombrante carro armato, residuo della seconda guerra mondiale finito in casa di un militante comunista.
Mi pare si tratti del racconto più eclatante – nella serie – sulla tendenza a conservare nascoste armi del periodo bellico, e nonostante sia di quelli più roboanti e comici, non c’è nulla di inverosimile, dato che una vicenda analoga è stata scoperta davvero nel 2002, come ricostruisce la sempre precisissima scheda che accompagna il fumetto.
L’immagine di copertina è scelta perché quella più iconica delle storie dell’albo. Ma, in qualche modo, è la serie stessa a essere forse un “carro armato” per il modo in cui macina tavole senza dimostrare per ora segni evidenti di stanchezza. Probabilmente si tratta del più vasto ciclo unitario di adattamenti a fumetti di un singolo autore letterario almeno a livello italiano, ma penso che possa aspirare credibilmente a un record globale.
Non mi sovviene infatti un esempio paragonabile come dimensione nell’ambito del fumetto americano, franco-belga o giapponese, che sono gli altri principali ambiti fumettistici. E Guareschi offre ancora molto materiale su cui spaziare.
Il numero 22 di questa serie di adattamenti è dunque dedicato a racconti del 1952, in una fase ormai consolidata del personaggio. Non stupisce come al solito ritrovare, ben resa, l’alta qualità narrativa di Guareschi, che in una produzione sterminata offre spesso, come qui, gemme di valore.
Come al solito, il volume ha la prefazione di Alberto Guareschi, figlio dell’autore, e quella di un ospite di eccezione come, in questo caso, Alfredo Castelli, il padre del BVZM, il Buon Vecchio Zio Marty, Martin Mystère, l’archetipo dei detective del mistero bonelliani.
Castelli riesce come al solito a dare un punto di vista brillante, evidenziando in modo originale la vastità del successo guareschiano, anche ben oltre l’Italia, come uno dei massimi autori simboli della guerra fredda. Egli evidenzia inoltre come Guareschi sia stato – lo ignoravo – l’autore delle prime strip italiane uscite su un quotidiano, nel 1936, cosa che rimarca una sua rilevanza nel mondo fumettistico molto più significativa di quanto si attribuisca comunemente (oltre che per il suo romanzo satirico a fumetti, “Il dottor Mabuse”, pubblicato sul Bertoldo nel 1937).
“L’agrario”, che apre il volume, ha i disegni di Francesco Petronelli (alla sceneggiatura, come al solito, Davide Barzi su tutte le storie del numero). La storia, come le altre dell’albo, segue le scelte impostate fino a qui : una tavola “francese” con quattro strip piuttosto regolari, in un bianco e nero con retinature a dare le sfumature di grigio. Il segno è realistico, e Petronelli riesce bene a rendere la durezza dell’agrario del titolo.
Il sostantivo “agrario” è da leggersi, allora, con tono dispregiativo nell’immaginario comunista, a indicare un ricco possidente, mentre qui è invece un uomo testardo, attaccato alla terra, che ne viene privato in nome del progresso dagli agenti dell’ENI di Mattei – non dichiarata, ma evidente – dai modi spicci e dall’aspetto di “uomini in nero” (forse un richiamo agli antagonisti di Mystère, ripresi dai “men in black” del moderno folklore americano).
Petronelli rende bene la fisicità del durissimo lavoro dell’Agrario, mentre Barzi, come al solito, è abile nella transcodifica che fa mantenere alla storia la ruvida efficacia del racconto di Guareschi, tra le vette del suo “neorealismo di destra”. Guareschi costringe il lettore a provare una sorta di umana pietas per il protagonista, pur senza usare nessun trucco retorico per addolcirne la figura di contadino proprietario duro con sé e con gli altri, espressione di un attaccamento viscerale alla terra incomprensibile forse per chi non viene da quel mondo.
“Come porti i capelli bella bionda”, efficacemente disegnata da Andrea Popoli, è invece un racconto più leggero, espressione del Guareschi brillante, che regge la trama sul divertente colpo di scena finale. A margine, onore al merito all’editore e al curatore per mantenere la fedeltà al testo anche quando, come in questo caso, è piuttosto lontano dalla sensibilità moderna se non contestualizzato a dovere. Guareschi, come fa qui, usa infatti il tema della (pur solo rischiata) violenza domestica all’interno di una storia umoristica, in un modo che forse oggi non sarebbe accettabile, con la moglie che, dopo essersi ossigenata i capelli, teme la reazione furiosa del marito che gliel’ha sempre proibito.
De “Il Panzer”, la storia di copertina, disegnata da Tommaso Arzeno, abbiamo già detto. Arzeno, veterano della serie, fa come al solito un gran bel lavoro, con uno studio di espressione spassosissimo. Barzi ricorre qui ad alcune riuscite finezze di sceneggiatura, come la prima strip della storia o l’effetto della cannonata che sembra ripreso da certi “Bang” epocali di Frank Miller (del resto, come ricorda Cechov, se in una storia appare un carro armato, quello deve sparare). La colomba della pace è quella di un movimento pacifista a senso unico, per il disarmo unilaterale degli USA, a cui Guareschi guardava con una non ingiustificata diffidenza.
“Mal di cuore”, con i bei disegni di Francesco Bisaro, è una storia in cui le finezze di sceneggiatura non sono solo i soliti tocchi sapienti di Barzi su una struttura tradizionale, ma le danno un tono decisamente sperimentale. Ai personaggi veri si alternano quelli marionetteschi che essi manovrano, disegnati con uno stile caricaturale già altre volte usato sulle storie.
Diviso in scene, la storia mette al centro una famiglia piccolo-borghese, i cui continui, comici svenimenti (lo svenimento in scena, magari attaccandosi alle tende, è un classico del “drammone” ottocentesco, qui parodiato da Guareschi) si adattano bene al tono burattinesco della storia. La conclusione conferma un certo lunare “pirandellismo” dell’umorismo di Guareschi.
I veri Don Camillo e Peppone sono resi invece molto meno caricaturali del solito, per contrasto con le marionette che manovrano. In qualche modo, una bella metafora di tutta la loro saga: i due protagonisti lottano aspramente, all’apparenza, con le maschere che devono indossare, il “capo comunista”, il “capo della reazione” ; ma i due uomini che stanno dietro alle rispettive marionette sono amici, e orientati al bene comune del proprio paese sotto le apparenti divergenze. La riuscita vede a mio avviso un grande merito di Bisaro che, da par suo, non solo disegna molto bene ma maneggia fluidamente il complesso pluristilismo di questa storia.
“Ladri di Biciclette”, coi disegni di Alberto Ricci, conferma il “neorealismo di destra” di Guareschi che va a citare con identico titolo il più celebre – e precedente alla storia – film del movimento, rendendo vittima del furto una maestra di ferro che Peppone e Don Camillo devono aiutare con un’operazione resa complicatissima dalla dirittura morale della maestra stessa.
Dopo una storia più leggera, agrodolce è “Il dottorino”, con gli efficaci disegni di Francesco Mercoldi. La storia contiene un omaggio a Jannacci che, dottore anch’egli per formazione, viene a dare il volto al giovane medico del paese, dottorino timido ma in grado di tenere testa a modo suo al rozzo Badile, al tronfio Peppone e a un agrario, questo sì, di spietata avidità.
Come al solito, per chiudere con la mia consueta nota didattica, è un volume particolarmente adatto, se lo si ritiene, all’uso scolastico, per il quale il materiale della serie nel suo complesso è fin sovrabbondante: per quanto ritenga importante trattare Guareschi, chiaramente non se ne può leggere l’opera omnia in classe.
Questo volume ha però indubbiamente delle storie iconiche, e con un budget idealmente illimitato la collezione completa potrebbe essere un’acquisizione anche sensata per una biblioteca scolastica del fumetto. In fondo, Guareschi è autore che si collega ottimamente al programma di quinta, toccando anche argomenti storici di rilievo tra fascismo, comunismo, guerre mondiali e guerra fredda (ben contestualizzati da questi volumi).
Il suo modo di trattare tali temi, poi, è adeguato a ogni fascia d’età, con qualche caveat, come detto sopra, per alcune parti inevitabilmente invecchiate, ad esempio certo umorismo sul rapporto uomo/donna come detto prima. L’accessibilità di Guareschi, sia in originale, sia in questi adattamenti, lo rendono congeniale sia a medie che superiori (ma anche all’ultimo anno delle elementari, direi, con alcuni racconti), con il solito discorso della disponibilità dei film, pur meno fedeli, per un raffronto con l’innegabile iconicità di Cervi e Fernandel.
Nel complesso, dunque, ancora una volta un volume di buona qualità, come questa serie ci ha abituati.
