I grandi adattamenti di Dino Battaglia

I grandi adattamenti di Dino Battaglia

L’editoriale Cosmo ha di recente avviato la pubblicazione delle opere di Dino Battaglia (1923 – 1983) nella sua collana “I grandi maestri”. Una riedizione particolarmente preziosa, perché Battaglia è l’autore che, più di ogni altro nel fumetto italiano, ha legato la sua fortuna all’adattamento fumettistico di grandi classici della letteratura.

L’esordio, giovanissimo, avviene su Asso di Picche (1945), interessante tentativo di un fumetto “supereroico” italiano: ma quando Pratt ed altri lasciano l’Italia per l’Argentina, nel 1948, egli invece resta in patria e avvia il suo avvicinamento – inizialmente, non esclusivo – al tema dell’adattamento.

Tra le prime opere adattate spiccano, nel 1954, L’isola del tesoro e Peter Pan. Sono, questi, per quanto lavori pienamente professionali, ancora legati a uno stile non pienamente definito, e vicini – pur nell’alta resa tecnica – a quegli adattamenti che potremmo definire “ancillari”, tipici negli anni ’50: la filosofia di fondo è quella di una “semplificazione” del testo letterario in fumetto per presentarlo a un pubblico giovanile. È un tipo di operazione che contribuisce, per certi versi, a sdoganare il fumetto come educativo: ma l’impostazione “di servizio” ed esemplificativa condanna a una resa artistica di minor livello. Non a caso Fredric Wertham, che proprio in quegli anni conduce la sua crociata contro il fumetto (e quindi aborrisce la legittimazione che passa per i Classic Illustrated) si scaglia con veemenza contro queste opere evidenziandone la banalità: e pur strumentale nelle sue accuse, non ha del tutto torto.

Battaglia tuttavia prosegue con il suo studio sull’adattamento continuando a sceglierlo come campo principale di azione: e in questa veste va anche la sua collaborazione col Corriere dei Piccoli a partire dagli anni ’60, con adattamenti di fiabe e racconti cavallereschi.

Tra le opere più riuscite di questo periodo vi è l’adattamento de La freccia nera (1963), che sarà affrontato poi anche da Gianni De Luca, per il Giornalino.

Il segno si va sempre più avvicinando a quello personale della piena maturità artistica, ma l’autore è ancora limitato dalla griglia della testata, che lo costringe a una narrazione piuttosto “affollata” di vignette, oltre a imporre inevitabilmente altre scelte grafiche come la colorazione di alcune tavole o, comunque, la mezzatinta o la tricromia (con un cambio di scelte su questa stessa storia). Soprattutto l’ultima scelta rivela un certo equilibrio grafico.

Tuttavia, la piena maturità dell’adattamento fumettistico giunge in Battaglia con il suo Moby Dick (1967), uscito per Sgt Kirk, in cui per la prima volta si sviluppa appieno il suo approccio fortemente autoriale. In particolare, emerge con forza l’importanza dell’equilibrio di bianchi e neri nel fumetto di Battaglia, dove il bianco non è un puro “spazio vuoto”, ma è un elemento strutturale della narrazione e dell’equilibrio di pagina. Di pari passo, infatti, il montaggio si fa molto più libero, per consentire un miglior gioco tra i due opposti poli cromatici, tra yin e yang fumettistico (qui ne ha scritto Barbieri: http://www.fumettologica.it/2016/09/segni-bianchi-dino-battaglia-fumetti/).

Su Linus successivamente adatta Edgar Allan Poe (dal 1968), cui fanno seguito Lovecraft, Hoffmann, Stevenson e numerosi altri autori legati all’horror o perlomeno a un gusto gotico, di cui si è parlato qui:

Lovecraft e altre storie, Dino Battaglia vol. 4

Queste scelte portano all’idea – resiliente ancora oggi – di un Battaglia “maestro dell’orrore” che è invece solo una delle tante sfumature della sua ricerca segnica tramite un adattamento fortemente interpretativo.

In questo senso – ma, come singolo omaggio, è un riconoscimento doveroso e legittimo – va anche la ripresa di una vignetta del Golem riletto da Battaglia inserito in una delle prime avventure di Dylan Dog, Killer! (n.12 della serie regolare, anno 1987), dove appariva lo stesso mostro classico. Un omaggio che, stante l’importanza di Battaglia nell’adattamento orrorifico, vale come riconoscimento ben oltre quel singolo albo: e la fortuna di Dylan Dog come “fumetto d’orrore, fumetto d’autore” ha un suo debito con l’”orrore autoriale” istituito ormai con autorevolezza da Battaglia (ai tempi, da poco scomparso).

Ma, appunto, Battaglia non si ferma all’orrore, affrontando anche un autore come Guy de Maupassant (1976-1978) di recente portato dalla Cosmo in edicola. Come osserva Fabio Gadducci nella prefazione all’opera, vi è un ridursi dei neri, un montaggio di tavola sempre libero ma più regolare, e lo studio di autori ottocenteschi italiani e francesi, coevi all’ambientazione dei racconti (si citano Fattori e Alphonse de Neuville, stante la lettura critica di Mariadelaide Cuozzo).

Negli stessi anni, oltre alla vita di Francesco per il Messaggero dei Ragazzi (1974: e anche qui, il riferimento è a una biografia fortemente letteraria come I fioretti del santo, di poco successiva alla sua morte), c’è anche il Till Ulenspiegel (1975) per il Giornalino dei Paolini, dove l’autore torna al colore (tipico ormai della rivista), ma con un approccio anche qui profondamente autoriale, basato non più sui classici colori sgargianti, ma su tinte rugginose antichizzanti che si sposano perfettamente al gusto medioevale della narrazione.

L’opera anticipa uno degli ultimi grandi capolavori dell’autore, il Gargantua e Pantagruel (1979) realizzato sempre per il Giornalino, adattando l’opera eroicomica di Rabelais (1532).

La precoce scomparsa di Battaglia nel 1983 pone fine al corpus (comunque vastissimo) dei suoi adattamenti, che abbiamo qui trattato solo per sommi capi. Indubbiamente però a Dino Battaglia spetta il merito di essere stato tra i primi ad aver dimostrato come l’adattamento fumettistico potesse essere un genere con piena dignità autoriale, una interpretazione di opere anche non facili e non un puro adegualmento a un pubblico più giovanile.