Il Dante filologico di Zuccarini e Carbonetti

Il Dante filologico di Zuccarini e Carbonetti

La Divina Commedia di Dante Alighieri – e in particolare l’Inferno – hanno da sempre affascinato il mondo del fumetto. In questo blog che si occupa del rapporto tra comics e letteratura non ho mancato di occuparmi dei vari adattamenti che si sono susseguiti nel tempo, in un post non certo esaustivo ma che può essere interessante per vedere la varietà di approccio (vedi qua).

Se ora torno sull’argomento è per render conto di un esperimento decisamente interessante, un nuovo approccio al testo dantesco realizzato dallo sceneggiatore Cristiano Zuccarini e dal disegnatore Ernesto Carbonetti: un lavoro confluito per ora nel volume L’inferno di Dante – Graphic Novel, edito dalle Edizioni Il Viandante (qui il link per ordinarlo, per chi fosse interessato), una prima tappa di un più vasto adattamento dantesco nell’intenzione degli autori.

L’aspetto interessante e innovativo del volume è l’adozione di una filologia assoluta nell’adattamento dantesco. Zuccarini, infatti, viene da una solida formazione umanistica: oltre a essere docente di letteratura italiana al liceo, viene appunto da una formazione di tipo filologico, che l’ha portato a un approccio particolarmente rigoroso, volto a mettere al primo posto la massima fedeltà possibile.

Questo rende, naturalmente, l’opera particolarmente indicata per un approccio didattico. Tuttavia, ciò non rende sufficientemente ragione della validità del progetto: l’aspetto, se vogliamo, più sorprendente è che tale adattamento rigoroso non appesantisce affatto il fumetto, ma anzi gli conferisce una particolare forza e spessore narrativo. Se il merito della rigorosa filologia va indubbiamente a Zuccarini, a Carbonetti va riconosciuto di saper rendere vivo, fumettisticamente parlando, il testo e le scene dantesche con un tratto di grande potenza epica, che interpreta efficacemente la grandiosità della Commedia.

Opere di Carbonetti

Carbonetti, del resto, ha alle sue spalle un solido curriculum nell’ambito della graphic novel (come, del resto correttamente, è definito anche questo adattamento dantesco), in particolare a tema musicale.

Si tratta di una operazione, dunque, coraggiosa e a mio avviso particolarmente riuscita. Ho voluto, dunque, intervistare i due autori per analizzare i vari aspetti di questo “adattamento integrale” e precisare così le scelte che si sono determinate nella scrittura e nel disegno. Prima di lasciare loro la parola, rimando anche alla bella pagina facebook legata al libro, dove si possono cogliere alcune anteprime e tavole dell’opera: https://www.facebook.com/LinfernodiDanteGraphicNovel

Dante

 

Intervista a Cristiano Zuccarini, sceneggiatore dell’opera

 

Come nasce questo progetto?

Vi sono ovviamente numerose versioni a fumetti della Divina Commedia, ma finora nessuna aveva scelto una vera operazione filologica al testo. L’adattamento di Go Nagai, ad esempio, pur senza infedeltà palesi, è fortemente interpretativa; in molti altri casi, si è scelta una linea “comica”, parodistica. Qui, invece, si è voluto procedere con una strettissima adesione al testo di Dante. Questo ha voluto essere il senso dell’operazione.

Dalla cover, appare la scelta di definirlo “graphic novel”, categoria oggi predominante nel fumetto librario. Non sarebbe, in realtà, forse, più un “poema a fumetti” (di buzzatiana memoria) piuttosto che un “romanzo a fumetti”?

Leggo fumetti dal 1989: mi sono avvicinato al medium col fumetto popolare bonelliano, Martin Mystere e Dylan Dog. Sono al corrente delle polemiche, anche recenti, sul tema, ma nel nostro caso la scelta di chiamarlo “graphic novel” nasce dal fatto che, effettivamente, lo è, e che è l’etichetta giusta per presentarlo. Ma non avrei alcun problema a definirlo fumetto, anzi!

Come è avvenuta la scelta dei canti? In linea di massima, si intuiscono essere quelli più celebri, ma c’è stato qualche ragionamento particolare nella selezione?

La realizzazione dell’inferno integrale avrebbe richiesto tempi molto lunghi e significativo impiego di risorse, quindi si è preferito uscire con una versione snella, più agile e immediatamente usufruibile, nonché dalla più semplice ed immediata distribuzione. Vi era inoltre la necessità di realizzare un libro che funzionasse bene sotto il profilo didattico: da qui, la scelta dei canti più noti e più visti in ambito scolastico. L’ideale sarebbe una ripresa integrale della Commedia, a cui sto lavorando: cosa che porterebbe a un’opera, nel complesso, di oltre 400 pagine, da dividersi in più volumi.

La figurazione della profezia del veltro, oppure di “colui che per viltade fece il gran rifiuto” decide di non sciogliere il nodo interpretativo nell’interpretazione visiva. Come nasce questa scelta interpretativa?

È una conseguenza della scelta di una fedeltà assoluta al testo. Ciò comporta il rifiuto di ogni interpretazione ulteriore degli autori rispetto a quanto scelto da Dante: laddove il testo dantesco lascia l’interpretazione aperta, abbiamo deciso di non “chiuderla” in nessun modo. Da qui la scelta su questi due snodi ed altri passaggi simili nell’opera. In certi punti invece abbiamo fatto attenzione a inserire rimandi precisi, spesso trascurati: Dante infatti è effigiato con una corda legata in vita nei canti che precedono il suo incontro con Gerione, quando getta la corda per evocare il mostro, simbolo della frode, che li guiderà nei livelli più bassi dell’inferno. E, dato che egli cita in questo caso di aver estratto la corda contro la lonza durante il suo incontro con le sue fiere, questo gesto è rappresentato in questo passaggio.

Da dove nasce l’idea di usare il termine “pusillanimi” per indicare gli ignavi?

Dante non usa in verità mai il termine nella sua opera, come espressamente detto nell’enciclopedia dantesca s.v. ignavi, si tratta con ogni probabilità di una incrostazione prodotta dalla critica dantesca successiva. Essi sono invece descritti come vili nel loro rifiuto di ogni scelta, e da qui può essere una buona sintesi quella di “pusillanimi”, che ha appunto tale significato, stando anche all’etimologia latina.

Quale edizione della Divina Commedia hai scelto come traccia per il presente adattamento?

Principalmente, seguo l’edizione Bosco-Reggio, integrata con quella recente della Zanichelli. In ogni caso, sui passaggi dubbi decido io.

Firenze appare più volte identificata con la cupola quattrocentesca del Brunelleschi, non ancora compiuta al tempo. Vuol essere un rimando alla valenza “profetica” delle rivelazioni dantesche?

Come molti aspetti della parte visiva, è una scelta del disegnatore. Diciamo che, trattandosi di una proiezione nel futuro confusa e non lineare, come sono sempre le profezie dei dannati degli inferi, questa scelta appare legittima.

Nel Canto VI – I Golosi: Cerbero, al pari delle tre fiere, appare con bocca e occhi fiammeggianti. Il parallelismo è voluto?

Cerbero in verità non sarebbe un cane, ma un demone: “caninamente latra”, nel senso che abbaia come un cane, e dunque non lo è. La scelta è stata caldeggiata dal disegnatore, ma nel complesso è ragionevole come rimando al Cerbero virgiliano. Se vogliamo, ad esempio, anche Caronte è effigiato col mantello, che in Dante non è citato, ma è presente in Virgilio.

A tratti, nella figurazione dei personaggi, sembra esservi un segno “supereroico”, nella muscolarità dei personaggi, nell’epicità delle scene. È un voluto richiamo al “grande genere” del fumetto?

Devo dire che per le scelte relative al disegno ho lasciato piena autonomia al disegnatore, Ernesto Carbonetti. Su quello che riguardava la filologia dell’adattamento, ha sempre dovuto prevalere la fedeltà a Dante, che io mi sono curato di garantire. Ma su quello che è interpretazione artistica ritengo sia giusto lasciare la massima libertà possibile all’autore dei disegni, che in questo caso è un artista di altissima qualità. Ci conoscevamo fin dall’età giovanile, ci siamo reincontrati in tempi recenti e sono rimasto colpito dalla potenza del suo tratto; così è nata l’idea di realizzare quest’opera. In effetti alcuni personaggi hanno solitamente una figurazione meno muscolare, ma nell’interpretazione di Virgilio e Caronte, ad esempio, sono stato concorde nel dare enfasi alla loro presenza corporea, classica, potente. Il modello di Dante, invece, è stato Adrien Brody, l’attore de “Il Pianista”.

Quali saranno gli eventuali futuri sviluppi – se ve ne sono – di questo progetto?

Come accennato prima, ipotizzo un edizione integrale dell’opera. Attualmente sto lavorando sul Purgatorio. L’inferno potrebbe essere pubblicato in forma integrale in tre volumi, i primi due di circa 110 pagine, più un terzo volume in due tomi da 100 pagine ciascuno, in modo di arrivare alle circa 430 totali previste. Anche il Purgatorio potrebbe essere diviso in più volumi, con l’antipurgatorio, il purgatorio vero e proprio, magari in due o tre tomi e l’Eden, ad esempio.

Alighieri

 

Intervista a Ernesto Carbonetti, disegnatore dell’opera.

 

La copertina del volume ha un impatto “onirico”, con Dante sovrapposto a sè stesso e uno sfondo con un turbinio indistinto di demoni. Come nasce questa scelta? (a margine: si riconosce, abbastanza chiaramente, un insetto stilizzato in basso a sinistra. Ha un significato?)

Volevo restituire un ambiente “colorato” ma allo stesso tempo che “incutisse timore”, (sfida non facile con cui mi sono dovuto conforntare per tutto l’albo), cosa per cui ad esempio, l’insetto, che pure c’è nell’episodio degli ignavi, poteva fungere benissimo. Potevo scegliere una strada più “dark”, ma non avremmo avuto quella “botta di colore” con quel carattere “pop” che ultimamente mi piace infondere alle cose che faccio.

Il montaggio della tavola è molto interessante, eclettico rispetto alla tradizione italiana anche “aggiornata”. Nell’impostazione grafica ricorda molto certe soluzioni della Vertigo, specie il Sandman di Neil Gaiman, anche per il gusto pittorico dei disegni, ma anche per la composizione estremamente mossa e ricca di inserti “preziosi” (cornicette medievaleggianti, cartigli). Come nasce questa scelta?

Semplicemente volevo essere poco ripetitivo, cosa a cui va ovviamente aggiunto il mio amore per i fumetti americani, e nello stesso tempo cercare di essere vagamente “artistico”…se ci sono riuscito o meno saranno i lettori a giudicare (spero). Inoltre ho cercato di dare una patina “antica” al lavoro, sporcando qua e là i disegni o aggiungendo gli orpelli a cui facevi riferimento.

 

Si possono leggere anche alcuni tratti “milleriani”, soprattutto il Miller di ‘300: scene in controluce (vedi ad es. P.65) come già in Sin City, corpi muscolosi, prevalenza di bianco, rosso e nero (ovviamente coerenti con Dante). Vi è una connessione o è una convergenza casuale?

Direi una bugia se affermassi il contrario, ma credo di amare di più il Miller cinematografico che quello fumettistico. La scelta geniale di Miller è stata quella, comunque, di semplificare il disegno guadagnando in leggibilità. Pensavo che questo artificio si potesse sposare bene con un fumetto che è molto basato sui dialoghi, per non annoiare il lettore con “millemila” particolari disegnati ad ogni vignetta.

La closure tra vignette sovente – come nel fumetto nipponico e orientale in genere – non fa progredire la narrazione, ma indaga un gioco di sguardi tra i personaggi, o la loro posizione in un momento icastico. Da dove deriva tale scelta?

Dovevo fornire al lettore le emozioni dei personaggi, per evitare che potessero essere evinte solo dal testo… mi hanno sempre ripetuto che un buon fumetto si legge anche senza baloon, e questa era l’occasione per provare a dimostrarlo (riuscirci è un altro discorso).

L’inquadratura dei personaggi risulta spesso potentemente angolata, con frequenti tagli inusuali, dal basso all’alto o viceversa, e comunque scaleni rispetto ai comuni tagli “hollywoodiani” recepiti dai fumetti anche italiani. È una scelta intenzionale o una semplice esigenza di varietà?

Diciamo che tutta l’opera è pervasa da una certa “epicità” che non poteva rimanere nel cassetto, per cui ho cercato di adeguarmi come non mai. Disegnare le persone dal basso o dall’alto, poi, è davvero interessante, mai scontato.

Molto bella la figurazione della Porta degli Inferi, che (una volta valicata) si apre su una sorta di corridoio di scritte, geroglifiche e di altro segno. Quale ne è la valenza simbolica?

In quella parte dell’Inferno, tra lamenti e grida, si sentono parlare varie lingue ed era molto difficile rendere la cosa coi baloon, per cui mi sono inventato una specie di percorso virtuale con “tutte le lingue del mondo”, una sorta di matrix dantesco.

A p.97 il montaggio ricorda De Luca, come anche prima, la narrazione di fatti storici tramite vetrate. È un rimando voluto?

Ho sempre pensato che una buona storia debba progredire in avanti, non ho mai amato molto i flashback, ma l’Inferno è l’apoteosi, il festival di tale espediente, per cui ho dovuto pensare a un trucchetto grafico che differisse dal resto della narrazione, come a fermare delle istantanee dipinte.

 

Non mi resta che ringraziare Cristiano Zuccarini ed Ernesto Carbonetti per la disponibilità dimostrata, e invitarvi ad addentrarvi nella selva oscura in questa sua nuova, potente e fedele interpretazione.