Il "Viaggio in Italia" di Mazzucchelli: le radici di Asterios Polyp

Il “Viaggio in Italia” di Mazzucchelli: le radici di Asterios Polyp

Asterios Polyp (2009) di David Mazzucchelli non è un adattamento letterario.
Si tratta della prima opera lunga come autore completo del disegnatore (numerosi invece i racconti, di cui abbiamo parlato qui), autore noto innanzitutto per due tappe importanti della riscrittura del supereroico operata da Frank Miller sceneggiatore: Devil: Born Again (1986) e Batman: Year One (1987), negli anni del Dark Knight (1986), dove Miller era autore completo. In seguito Mazzucchelli aveva abbandonato tale percorso, passando a un fumetto più autoriale e all’illustrazione, e adattando anche La città di vetro (1994) di Paul AusterAsterioso Polyp non è quindi un adattamento letterario: ma è indubbiamente una di quelle opere che, per molti, avvicinano il fumetto alla “alta letteratura”, che fanno dire, appunto, “è come un romanzo” (ambiguo complimento su cui gioca il titolo di questo blog).

In particolare, mi ha interessato il fatto che ci sia molto “letterario” di ambito mediterraneo, quindi anche italiano. Del resto, Mazzucchelli è indubbiamente un cognome di origine italiana: potrebbe aver inciso? Difficile dirlo: comunque Mazzucchelli è in realtà un cognome del nord, in particolare d’area lombarda (mentre la variante Mazzucco prevale in Veneto e Piemonte). Le origini letterario-classiche di Asterios Polyp sono evidenti a partire dal nome: Asterios è il nome del Minotauro, reso celebre nel contemporaneo dalla riscrittura del mito ad opera di Jorge Louis Borges ne La casa di Asterione (che tratta del tema dell’Uno e dei Centomila, con un rapporto anche con questo fumetto incentrato sul tema del Doppio). Polyp, come sarà chiarito all’interno del romanzo a fumetti, è “metà di Polyphemus“, di nuovo rimando al mito classico, all’Odissea di Omero, e al dimezzamento, e al dimezzamento della visione.

Poi, a un livello esteriore, comunque ripreso, Polyp rimanda al polipo (più che in senso proprio, al tema del cancro), e Asterios all’asteroide. Ma anche, etimologicamente: A-stereos, “non-doppio” (con rimando al Minotauro, che è unico) e “Poly-“, ovvero “plurale” (come il polipo, del resto, che ha molti tentacoli). Questa cura a stratificare significati, coerenti col tema prescelto, è quanto rende “letterario” (proprio mentre è strettamente visuale e fumettistico) questo fumetto. Perfino l’interno della copertina, che sembra solo una decorazione floreale (tipicamente “libresca”, quasi ottocentesca), ha senso: infatti i fiori effigiati sono uno diverso dall’altro, è un “giardino dei semplici” nel senso di giardino botanico, ove ogni fiore è in forma “symplex”, unica. Tutto lo sviluppo delle tavole e delle vignette rispecchia questo tema dell’uno, del duplice, del molteplice, con simmetrie significative che molti hanno esplorato (i due palazzi, le due finestre, simbolo della closure, che ritornano nel finale…). Su questi aspetti formali, centrali nell’opera, ci soffermeremo meno, anche se ne costituiscono forse il vero punto di forza.

Il mito classico: Omero e gli altri.

Nonostante prevalga una sperimentazione sulla forma,  il rimando al letterario e alla “cultura alta” è comunque chiaro, e in particolare il rimando a Ulisse e Omero. Polyp – come detto, nome che nasce da Polifemo, con tragica profezia del finale – insegna a Ithaca, reale università che però rimanda all’isola di Ulisse; qui deve respingere come sirene tentatrici le studentesse e le assistenti che lo venerano per la sua brillante intelligenza (altro tratto comune con Odisseo).  Hana emerge come la Penelope di Poylp, “fa la maglia mentre lui viaggia da Ithaca a New York”, che egli perde per colpa della sua guerra col viscido Ilium (il nome greco di Troia), e che dovrà riconquistare con un lungo viaggio fisico e spirituale, un’odissea, appunto.

Però il rimando al mito è polimorfo: Ilium, sta mettendo in scena il suo Orfeo Underground (gioco di parole che pare non voluto da parte del mediocre coreografo, dimostrando la sua ignoranza di cultura classica), e il mito di Orfeo verrà messo in scena da Polyp stesso in una scena onirica. Inoltre, se l’Odissea è un Ritorno, l’Orfeo è un mancato ritorno, e quindi più coerente con il finale paradossale ma coerente della narrazione. Ilium ha molte maschere, comunque, e in una precedente incarnazione aveva assunto anche il volto di Gilgamesh, il mito mesopotamico che fonda l’epica. Polyp, correttamente, lo associa alla mostruosa, poliforme Chimera, mentre lui stesso contiene rimandi a un altro mito ancora, al Minotauro.

L’Italia di Polyp

Il rimando al mito classico ha il suo fondamento nelle doppie origini greco-italiane di Polyp: non solo Grecia, ma anche Italia, quindi (perfino l’ironia un po’ di bassa lega sul nome della madre italiana (Aglia Olio: al limite, potrebbe essere Allia Olio) rimanda a una duplicità del cibo mediterraneo). La splash page che ci mostra Polyp trionfante è probabilmente ispirata all’arte di Giorgio De Chirico, che con il classico aveva un rapporto duale (nato in Grecia, ma figlio di un nobile siciliano, ingegnere ferroviario). Un simile ossimoro del “Modernismo dal volto umano” di Polyp, il libro di testo che segna la metà della sua vita (ha 50 anni nel 2000; il testo è del 1975).

Tutta la sua infanzia, che  è duale, e molto letteraria: nei testi che legge da bambino notiamo Il Principe e il Povero di Mark Twain, la Maschera di Ferro di Alexandre Dumas, ma anche Romolo e Remo, i gemelli fondatori di Roma. Non solo storie sul Doppio, ma  storie sul doppio in cui uno dei due doppi viene in qualche modo cancellato perché l’altro regni. La “cancellazione dell’Altro”, l’ossessione per il gemello morto, che diviene la maledizione di Polyp stesso.

Ignazio, il fratello morto (che è però voce narrante) potrebbe rimandare al Loyola, fondatore dei gesuiti, l’altro volto del mondo italiano per gli americani (la Roma dei Cesari, la Roma dei Papi), famigerato per la sua doppiezza e anch’esso scrittore, con un testo religioso-filosofico come Gli esercizi spirituali.

Notiamo che Hana spezza l’asfittico equilibrio (è Hana, non Hannah: che sarebbe palindromo) e completa il mondo di Polyp, anche con le sfumature: lui è solo forma – ogni sua curva tracciabile da un compasso – lei è “solo sfumatura”, anche graficamente. Hana, mantenendo una simmetria, è di origine giappo-tedesca, “un convegno dell’Asse” come scherza con amabile crudeltà Polyp, mettendo però implicitamente in evidenza che a completare la triade ci vorrebbe la “sua” Italia classica (il disastroso esito della Terza Roma sabauda: il fascismo). Tema soprattutto grafico dell’opera sono le diadi che diventano triadi, mostrando spesso uno “spazio vuoto” che Polyp censura: anche nel rimando alle origini italiche potrebbe avvenire questa censura.

Medioevo e Rinascimento italiani in Polyp

Il capitolo che si apre con una zanzara (altro tema ricorrente) rimanda a san Francesco d’Assisi, il santo patrono italico, che “non avrebbe fatto male a una mosca” (in inglese, zanzara è mosquito). Padre spirituale, ma anche letterario d’Italia, col suo Cantico delle creature. Più avanti, un capitolo si aprirà con uno dei dipinti del ciclo di Giotto ad Assisi, il fondamento della rinascenza dell’arte dugentesca (in parallelo alla rinascenza letteraria di Dante). Hana ammira Francesco in una concezione religiosa new age, sincretica, mentre Asterios ovviamente vede i santi come schizofrenici (di nuovo: la mente “scissa in due”, umano e divino, entrambi proiezioni dell’uomo); ammira però la religione come origine della storia dell’arte.

L’avvio della rottura dell’equilibrio inizia col racconto della visita agli Uffizi di Firenze, in un capitolo dove la perfetta simmetria a otto arti dell’Uno platonico ricalca la struttura della zanzara nel capitolo precedente (sei arti e due ali).

In una delle sue incarnazioni fantasmatiche, il fratello Ignazio è un architetto di successo, che lavora realmente in cantieri internazionali, anche a Milano, che appare visualmente citata anche per il suo Duomo in una costellazione di edifici simmetrici: è nel capitolo in cui, per la prima e unica volta, Polyp costruisce a sua volta qualcosa, un’umile ma perfetta casa sull’albero. Forse Mazzucchelli in fondo sapeva delle sue origini lombarde, e le ha collegate al mito classico-rinascimentale?

Conclusioni

L’elemento cruciale di trasformazione di Polyp, l’incontro con Ursula Major, sembra infine l’apparente confronto con il “basso”, con il low-cult: ma è anche l’incontro con l’astrologia classica (Ursula Major, l’Orsa Maggiore, che rivela a Polyp come è “quasi un Gemelli, ma in realtà un Cancro”: profezia cupa e significativa testualmente – un “polipo” è un cancro), un principio che la nuova affittuaria di Polyp usa ovviamente al livello ingenuo, ma è un livello della “molteplicità” che il razionalista Polyp ha trascurato, nel suo parimenti ingenuo e altezzoso dualismo tranchant. E, anche qui, il sapere astrologico rimanda al mondo classico, che ne faceva un fondamento di ogni arte, dalla musica: anche Ilium vorrebbe, velleitariamente, “raggiungere la musica delle sfere” col suo mediocre balletto, anche se sarà Hana a raggiungerlo, col suo lavoro sui solidi platonici.

Non credo che in questo Mazzucchelli abbia citato l’Italia, per una volta (richiederebbe una cultura umanistica più specialistica di quella, pur apprezzabile, che dimostra), ma al segno del Gemelli apparteneva anche Dante – non citato altrimenti nell’opera – che indubbiamente condivide con Polyp l’archetipo universale dell’esilio, della discesa agli inferi, della ricerca della donna amata, e perfino un naso aquilino e prominente.

Nel capitolo “Le astrazioni”, troviamo infine un esplicito rimando a Dionisiaco e Apollineo di Nietzche, ampliati anche dalla citazione del Narciso e Boccadoro di Herman Hesse e – ancora una volta, l’Italia – del Visconte Dimezzato di Italo Calvino. Più piccoli, vengono ripresi altri romanzi: i Dumas e Twain già letti nell’infanzia, La caduta di casa Usher di Edgar Allan Poe e The secret sharer di Joseph Conrad, i cui titoli vengono occultati per offrire un gioco più difficile al lettore attento (notare che non rimandano al tema del doppio – la corrispondenza è più sottile, legata al tema della decadenza, e con un riferimento più colto, mentre le altre opere citate sono tutte famosi archetipi).

Insomma, Mazzucchelli intesse un testo fumettistico denso, consapevole, passibile innanzitutto di una prima lettura più tradizionale, dove l’opera senza essere banale è accessibile, come linguaggio, anche a un pubblico generale, senza sperimentalismi ostici o tecnicistici. Vi è però, in modo postmoderno, la possibilità di più riletture trasversali di secondo livello, dove questa del “viaggio in Italia” che ho condotto è in realtà solo uno di molti possibili, già condotte molto bene ad esempio qua.

Un fumetto “come un romanzo”, allora?
No. Soltanto fumetto, usato ad alti livelli delle potenzialità espressive del medium.