Castelli-Roi, L'Apocalisse non può attendere

Castelli-Roi, L’Apocalisse non può attendere

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L’Apocalisse è uno dei grandi testi religiosi e letterari di tutti i tempi. Come annota lo stesso Castelli nella postfazione a questa sua opera, relativamente pochi sono gli adattamenti a fumetti fedeli.

Innumerevoli sono, ovviamente, le apocalissi spurie messe in scena nel fumetto fantastico o fantascientifico (proprio in Bonelli, su Dylan Dog, sta andando in scena una fine del mondo, con la chiusura del Ciclo della Meteora): ma gli adattamenti fedeli sono rari, anche perché il fumetto religioso solitamente omette di adattare questo ultimo capitolo del testo biblico. La ragione tutto sommato è comprensibile: in un periodo, quello post-concilio Vaticano II (1958-1963), in cui la religione si è profondamente “laicizzata”, l’immaginario dell’Apocalisse è troppo fantastico, troppo problematico per essere rappresentato. Al contrario, ovviamente, la tradizione dell’arte sacra ha sempre guardato, nei secoli precedenti, con un fascino senza pari alla materia apocalittica: e anche questo è ben ricostruito nella ricchissima postfazione, che offre un sintetico excursus sulle evoluzioni dell’Apocalisse nelle Bibliae Pauperum affrescate o a stampa, che – spesso – si pongono del resto come “arte sequenziale” che anticipa il fumetto moderno.

E così la prima grandiosa Apocalisse del fumetto, questa, proviene dalla cultura laica. Ma anche Castelli non sembra privo di una certa, sacrosanta, deferenza verso un testo di questa scala. Appare evidente la sua volontà, nell’ampia prefazione, di fornire al lettore tutte le giuste coordinate per apprezzare questa riduzione, dove l’autore ammette tagli significativi, e rimanda a una preliminare lettura integrale del testo per apprezzarlo meglio.

Può sembrare una finezza, ma è un aspetto molto importante. L’adattamento fumettistico – anche in una casa di fumetto popolare per eccellenza, come la Bonelli – non è più presentato come sostituto dell’opera originale: ma, appunto, come sua interpretazione. Dopo un glossario accurato e una sintesi dei capitoli, irrompono i potenti disegni di Corrado Roi. L’autore, celebre per numerosi numeri classici di Dylan Dog e per l’onirica miniserie di Ut su testi di Paola Barbato, usa qui il suo elegante segno a mezzatinta perfetto per evocare un senso di irreale sospensione. Roi è magistrale, qui, e non solo per il tema fantastico affrontato, a lui congeniale. Il segno di Roi infatti pare evocare archetipi assoluti, che si stagliano su sfondi sapientemente essenziali, a far risaltare maggiormente la forza iconica delle figure da lui delineate: uno stile che è ideale per un’opera come l’Apocalisse, priva di veri personaggi ma affollata di simboli di grande pregnanza visiva.

Apocalisse

Colpisce anche – fin dalla seconda tavola – un montaggio raffinato e piuttosto ardito per il mondo bonelliano, con composizioni di tavola decisamente libere, in grado sovente di lasciare un ampio “spazio bianco” nella composizione del foglio. Uno stile che evoca bene l’eccezionalità non lineare del racconto apocalittico, che Castelli sceglie di rispettare in toto, prendendo così la strada più impervia ma più fedele al testo – e più potente, a scapito di una narrazione rarefatta, e perciò più ostica per il lettore meno attrezzato.

Castelli, sceneggiatore con un segno solitamente forte, brillante, immediatamente riconoscibile, qui sembra scegliere di “sparire nel testo”, rispettando il più possibile l’opera adattata. In questo modo, inoltre, il suo impeccabile adattamento consente a Roi di sprigionare appieno la potenza immaginifica del suo bianco e nero nell’evocare le titaniche figure che si susseguono in una terrificante, moderna sacra rappresentazione. La sua forza visiva ci pare, in quest’opera, giunta a uno dei suoi apici, anche grazie al confronto con un tema di tale ieraticità, e così seminale, mediato da un autore del calibro di Castelli, tra i massimi del fumetto italiano. In alcuni punti il segno di Roi, asciutto, parco di dettagli, sembra quasi corteggiare degli stilemi di astrazione (vedi, a titolo d’esempio, 23, iv-v). In generale, vengono alla mente quasi i fotogrammi di qualche grande classico dell’età del muto, come certe immagini di Metropolis di Fritz Lang, dove la profezia sul futuro contrasto sociale tra masse operaie e capitalisti si tingeva di atmosfere bibliche e babeliche.

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L’unica variazione introdotta da Castelli, per spezzare in alcuni punti il testo biblico, è l’inserto di una dimensione narrativa più vicina alle sue corde, inserendo l’incontro tra l’apocalittico e le figure sapienziali che l’hanno indagato. Si comincia con Isaac Newton, per proseguire con Aleister Crowley, qui visto nella luce del suo incontro con Symonds. L’autoproclamata Bestia 666 aveva infatti una sterminata cultura biblica. Gli derivava dalla sua formazione evangelica nell’infanzia, ovviamente da lui rovesciata poi negli scopi in età adulta.

Un ultimo stacco avviene sotto l’egida più rassicurante di Jorge Luis Borges, altro grande esperto e cultore della letteratura apocalittica; e una volta concluso infine fedelmente il testo, Castelli si concede un colpo di coda finale, inserendo magistralmente una notazione complottistica sul senso perduto del 666. La rivelazione non è nuova, e coerente con varie ipotesi avanzate dal cospirazionismo online: sono i passaggi più vicini allo stile dello sceneggiatore padre di Martin Mystere, con le sue raffinate evocazioni di storie alternative. Ma qui sta la maestria dei due autori: per mezzo della loro d’arte quello che sarebbe un finale “telefonato” acquisisce una sua grandiosità grazie all’accurata padronanza dei tempi drammatici del fumetto, unito al drammatico crescendo del segno di Roi che ci abbandona con una splash page praticamente astratta, a evocare la cosmica tempesta.

Un’opera, quindi, di eccezionale grandiosità, che segna un punto alto nel percorso di due autori già da tempo nel Pantheon del fumetto italiano. Una conferma, a suo modo, anche dell’evoluzione in corso in Bonelli, dalla scelta grandemente prevalente per il fumetto seriale e popolare a quella per il “romanzo a fumetti” pensato per il mercato librario. Una transizione che mantiene, comunque, il segno di un’alta qualità, come i due autori continuano, anche in questa nuova fase, a testimoniare.

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