ReNoir ha recentemente pubblicato due begli adattamenti dei romanzi di Sorj Chalandon ad opera di Pierre Alary, entrambi dedicati al tema del conflitto armato in Irlanda, come vedremo. I due autori sono nei rispettivi campi firme di alto livello, meno noti qui da noi in Italia. Può quindi meritare spendere qualche parola per presentarli.
Sorj Chalandon

Un giovane Chalandon negli anni ’70.
Sorj Chalandon, è un importante giornalista francese, che ha trattato temi di ampio respiro e impegno sociale con i suoi reportage, soprattutto esteri; temi che ha poi tradotto, nella seconda parte della sua carriera, anche in un ampio numero di romanzi. Nato il 16 maggio 1952 a Tunisi (allora protettorato francese), cresce a Lione dove si sposta con la famiglia. Dopo un infanzia segnata dalla violenza del padre, trova sollievo nella letteratura. A 17 anni si emancipa dalla famiglia e inizia a lavorare come giornalista, nel 1970. Vicino alla sinistra popolare post-’68, inizia a scrivere per “La Cause du peuple” e altri giornali impegnati, divenendo direttore dell’iconico “Liberation” nel 1973, la rivista della sinistra francese voluta, tra gli altri, da Sartre.
Passa anche agli esteri, per cui scrive i reportage che lo rendono famoso in Francia, negli anni ’80: è il primo giornalista occidentale a riportare il massacro di Hama in Siria, nel 1982. Celebre anche la sua attività di reportage sull’Irlanda del Nord, altro fronte molto caldo tra anni ’70 e ’80, e che costituiscono appunto l’argomento di questi romanzi e adattamenti. Il suo reportage sul processo al nazista Klaus Barbie (1988) gli vale il prestigioso Premio Londres. Collabora anche, dagli anni 2000, per “Le Canard enchaîné”, celebre rivista satirica francese.
Nel 2005 l’esordio letterario con l’autobiografico “Le petit Bonzi”. Nel 2008, il suo romanzo “Mon traître”, “Il mio traditore”, il primo di questi due adattamenti, è stato ispirato dalla sua storia personale: la sua amicizia con Denis Donaldson, vista attraverso un narratore parigino; tre anni dopo, la storia romanzata viene raccontata dall’angolazione del “traditore”, in “Ritorno a Killybegs”, che è il secondo di questi due adattamenti. Questo romanzo vinse il Grand Prix du roman de l’Académie française, nel 2011. Segue una vasta carriera con una ricca produzione romanzesca e premi anche di primo livello, come il Premio Goncourt (quello della sezione assegnata dai liceali francesi) nel 2013.
Pierre Alary

Pierre Alary
Pierre Alary, nato il 1° maggio 1970 a Parigi, è un fumettista francese che ha anche operato ampiamente nell’animazione. Ammiratore del fumettista Bernie Wrightson (il creatore di “Swamp Thing“, nel 1971), ne riprende lo stile fin dall’adolescenza. Nel 1991 è entrato nella prestigiosa École des Gobelins, dove ha seguito una formazione specializzata nel cinema d’animazione. Dopo il diploma, si unisce agli studi Disney di Montreuil, lavorando a film del calibro de Il gobbo di Notre Dame, Tarzan, Kuzco e altri. Parallelamente alla sua carriera nell’animazione, Alary iniziò una carriera nel fumetto nei primi anni ’90. Pubblicò le sue prime pagine nel collettivo Les Petits Rêveurs, sotto il patrocinio di Régis Loisel, prima di collaborare con varie riviste come Gotham o Golem. La sua graduale affermazione viene negli anni 2000, con serie come Sinbad, scritto da Christophe Arleston e Audrey Alwett. Un punto di svolta importante arriva nel 2013 con la creazione di Silas Corey, una serie storica scritta da Fabien Nury e pubblicata da Glénat, che ha ottenuto grande successo sia di critica che di pubblico. L’anno successivo, adattò il classico Moby Dick in fumetto (il Moby Dick di Melville, come ho avuto modo di scrivere su questo blog, in questo articolo, è quasi un banco di prova classico per molti fumettisti per il passaggio dal fumetto popolare alla letteratura disegnata), basato su una sceneggiatura di Olivier Jouvray, nella raccolta “Noctambule”.
ReNoir ha già pubblicato, di Avary, un notevole adattamento letterario, quello di Via col vento della Mitchell, di cui ho scritto qui e qui. Avary dimostra con queste due diverse prove (entrambe in doppio volume) la sua abilità di adattarsi ad autori molto diversi tra loro (benché accomunati dal taglio, in questo caso, del romanzo storico, ma con profonde differenze).
Nel 2018 giunge quindi questa collaborazione con Chalandon, che nella prefazione dei due volumi si dichiara molto soddisfatto della trasposizione, che appare in effetti di alta fattura.
Il Mio Traditore

Il primo dei due volumi, in ordine di realizzazione – sia come romanzo, sia come fumetto – è stato realizzato nel 2018 per l’editore parigino “Rue de Sevres”. La storia è particolarmente adatta, per certi versi, all’adattamento fumettistico. Il protagonista, il liutaio Antoine – un alter ego di Chalendon, come dichiara lui stesso in prefazione – prova una fascinazione per l’Irlanda, il movimento repubblicano irlandese, per l’IRA e quindi per Tyrone Meehan, eroe dell’indipendentismo irlandese che incontra fortuitamente nel 1977. Il protagonista narratore – con un frequente uso del voice over – diventa dunque il mediatore che consente anche al lettore di addentrarsi sempre più in una galassia pericolosa, non priva di dilemmi morali come ogni lotta armata, ma proprio per questo inevitabilmente affascinante.
Il segno di Avery, elogiato anche da Chalendon, è effettivamente molto efficace. Ci troviamo di fronte a una declinazione personale della ligne claire francese, con un segno che ha un giusto equilibrio tra dettaglio veristico e sintesi cartoonistica (a metà, diciamo, della base della celebre“Piramide di Scott McCloud” per catalogare gli stilemi del fumetto). Il fumetto è a colori, ma la scelta è per colori a mezzatinta, seppiati, che si adattano molto bene a una storia intrisa di malinconia e ricordo.
A titolo d’esempio del segno adottato, e come riprova del valore autobiografico della storia, riporto questa sequenza condivisa anche dall’editore ReNoir sui social, che fornisce una buona idea dello stile adottato:




L’incipit del 2006 porta quindi il protagonista a inseguire a ritroso – a rebours, dato che siamo in Francia – le rimembranze dell’inizio di quella storia che ci viene narrata (come spesso accade) dalla sua fine. Una storia ambientata in un periodo di lotte rabbiose che sappiamo ormai concluso (e, a grandi linee, anche come), e che quindi si giovano molto di un segno che sembra rappresentare un correlativo oggettivo delle cartoline ingiallite nella memoria (anche il tratto, pulito e accurato, è volutamente sufficientemente generico da evocare una certa sottile indeterminatezza dei ricordi).
La tavola ha una griglia alla francese, piuttoso mossa, anche se sempre in una disposizione ortogonale, senza vignette sghembe, e alterna immagini e testi, quelli degli interrogatori, una presenza sporadica, con pagine bianche con poche, dense e significative battute dell’interrogatorio di Tyrone, quasi come burocratiche poesie di Ungaretti che fanno trionfare, per una volta, uno spazio bianco testuale e non quello fumettistico.
Pur in questo prevalere di melanconici toni che direi “autunnali”, si nota una abile alternanza dei colori più caldi per le scene di interno, spesso momenti di distensione, socialità, musica e bevute tra amici, e le scene d’esterno, più legate a una luce buia, cupa, livida.
La storia procede con eleganza narrativa, secondo tappe ben oliate: del resto, il gioco narrativo di Chalandon è dichiarare fin dal titolo (e ribadire nella prima scena del 2006) il punto di questa storia, di questo incontro. Una scelta che serve a non giocare la storia su un effetto sorpresa, ma più sull’ineluttabilità di un fallimento esistenziale. Il lettore è così chiamato, fin da subito, a leggere le tavole cercando i segni di questa evoluzione, soprattutto nella accurata recitazione dei personaggi. Il fulcro è soprattutto, ovviamente, la maschera impenetrabile del volto durissimo di Tyrone, chiuso nel suo mistero.
Come da tradizione del romanzo storico, la trama principale è legata a personaggi immaginari, anche se è trasposta – con maggiore libertà concessa dall’immaginazione – la vicenda di Denis Donaldson, figura reale di traditore dell’IRA di cui Chalandon era divenuto amico (ignorandone il doppio gioco). Per quanto possa essere interessante leggere la storia originale per confrontare punti di incontro e differenze, la scelta è quella di una vicenda autonoma che, comunque, ripercorre i momenti topici dei Troubles irlandesi, con al centro soprattutto lo sciopero della fame di Bobby Sands (1981) e poi il graduale processo di pace fino alla scoperta del tradimento. La scelta di libertà dall’episodio storico reale consente un focus più accurato sulle dinamiche psicologiche del protagonista, lo shock della scoperta e la accettazione, in qualche modo, della complessità di una persona che era stata un idolo e, comunque, una persona importante nella sua vita.
Alcune pagine finali contengono un commento di Avery che spiega il procedimento di questo adattamento, e le indiscutibili difficoltà di trasposizione molto lontane dalla zona di confort dell’autore. Esemplare e molto interessante la copertina: abbandonata una scelta esteticamente molto bella ma troppo “impalpabile”, con solo una strada deserta sotto la pioggia a evocare il tradimento, si giunge alla scelta che abbiamo visto sopra dei due volti affiancati, col volto del traditore sfocato, a indicare, ovviamente, anche l’impossibilità di conoscere davvero l’Altro.
Ritorno a Killibegs

Il secondo romanzo – sia quello letterario, sia quello a fumetti – è il complemento necessario de “Il mio traditore”, narrando la storia dal punto di vista di Tyrone.
I due romanzi hanno una stretta interrelazione stilistica, quindi le considerazioni estetiche fatte per il primo valgono necessariamente anche per questo secondo: palette con colori grigi e terra, griglia francese molto libera, voice over del protagonista che narra la sua storia.
Torna il tema, centrale per Chalandon, ma non così presente nell’altro volume, di una infanzia sofferente come condizionamento per il futuro. Si ripercorre tutta la vita di Tyrone, il Traditore, alla ricerca del suo mistero, raccontando al contempo da un secondo punto di vista, più interno, quegli anni terribili di conflitto.
Nel complesso, anche questo secondo volume funziona bene: se proprio si vuole trovare un difetto, qui forse il voice over è un po’ più invadente che nel volume precedente, con lunghe sequenze legate solo, verbalmente, dai pensieri del protagonista.
Conclusioni
Questo nuovo duplice adattamento di Avary conferma la bravura dell’autore e offre al lettore una storia avvincente, impreziosita dalla bellezza del segno, di grande efficacia espressiva e comunicativa.
Sotto il profilo didattico che mi è caro, questo adattamento potrebbe essere indicato anche per un uso in classe, dato che permette di esplorare come il fumetto (e la letteratura) hanno affrontato uno snodo importante della storia del Novecento, cui merita di dare spazio, ovvero il lungo e complesso scontro anglo-irlandese. Un tema che si può trattare nella storia nel Novecento, ma a volte, volendo, anticipare nel contesto di terza superiore (negli attuali programmi), trattando delle guerre di religione europee tra cattolici e protestanti, di cui questo conflitto (con implicazioni nazionali specifiche, ovviamente) costituisce una ultima coda non del tutto sopita, eterna dimostrazione del “passato che non passa”.

Volendo, molte altre storie a fumetti (e, ovviamente, opere letterarie, e film) hanno trattato l’argomento, e potrebbero essere offerte come approfondimento ad allievi appassionati o interessati al fumetto. Per citare solo alcuni grandi classici, abbiamo “Concerto in O’ minore per arpa e nitroglicerina” del Corto Maltese di Hugo Pratt, L’avventura di Solange di Marco Tomatis e Cinzia Ghigliano, “Sinn Fein: rivolta irlandese”, e il famoso numero speciale per i dieci anni di Dylan Dog, “Finche morte non vi separi”, di Sclavi, Marcheselli e Brindisi.
Prendendo spunto dal titolo del primo volume, potremmo dire che, certamente, “il traduttore è un traditore”, secondo un noto motto letterario: perché inevitabilmente è impossibile una traduzione perfetta tra due lingue, e c’è sempre uno scarto in cui interviene l’interpretazione di chi traduce. Una osservazione ironica, dunque, che va a sottolineare, paradossalmente, l’importanza di questa figura che permette la mediazione tra diverse letterature e culture, e che va valorizzata maggiormente (intanto, precisandola: in questo volume, la traduzione è di Isabella Donato per entrambi i volumi). Lo stesso si potrebbe quindi adattare all’autore di una transcodifica tra medium diversi, come è qui il caso di Pierre Alary, che aggiunge la sua interpretazione visuale all’opera consentendole di arrivare a un pubblico più ampio.