Bentornati su Lo Spazio Disney!
Un giugno faticosissimo, per quanto mi riguarda! Oltre alle incombenze pratiche e burocratiche legate all’ingresso nella nuova casa, per l’inizio della convivenza a cui accennavo nello scorso post, una serie di altre circostanze – peraltro non proprio liete, anzi – hanno vessato questo mese in maniera particolare, aumentando i pensieri, il peso emotivo e tutta una serie di conseguenze da gestire.
Era da molto tempo che non mi capitavano settimane così piene e gravi.
A latere, tra l’altro, all’interno de Lo Spazio Bianco abbiamo dato il via proprio con l’inizio di giugno a un rinnovamento interno del sito per infondergli nuovo slancio e maggiore coinvolgimento interno, con una serie di input che spero daranno presto i loro frutti in maniera visibile anche dall’esterno. Inutile dire che ho potuto fare poco la mia parte, stante quanto detto sopra, ma per quello che mi è stato possibile ho cercato di seguire gli sviluppi.
Per quanto riguarda la casa, comunque, non mi sono ancora trasferito ma manca poco: con le utenze allacciate e le pareti quasi ridipinte, mancano giusto le pulizie di fino e il trasloco di un po’ di roba (sì, anche dei fumetti 😛 o perlomeno di una buona parte della mia collezione) e potremo entrare!
In tutto ciò, il mio spazietto per leggere Topolino sono comunque riuscito a ritagliarmelo anche questo mese, e in qualche maniera riesco pure a pubblicare le mie impressioni sulle storie uscite!
Giugno 2025: le storie da Topolino

La seconda prova da autore completo di Pastro junior regge abbastanza bene il confronto con quel roboante esordio del 2023, che tanto mi aveva conquistato ai tempi; in realtà siamo forse un paio di gradini sotto, narrativamente parlando, perché in particolare l’idea di un raggio che “instupidisca” le persone mi è parso un po’ fuori luogo in un contesto che si fregia di una certa aderenza scientifica – pur sempre fantastica – per la trama.
Inoltre il villain Gamma, con il suo isterismo perfino accentuato rispetto a quanto visto in precedenza, in alcuni momenti sembra un po’ passare il segno e ricorda per certi versi – anche esteticamente – un avversario che non sfigurerebbe in un manga. Pastrovicchio lo carica effettivamente molto, a volte direi troppo, negli atteggiamenti, nella cattiveria e nella follia, un approccio non comune nel fumetto Disney che in alcuni casi travalica forse il limite: è un antagonista sicuramente complesso e stratificato, il che è chiaramente un plus, ma tutti quegli urli quando viene sopraffatto dalla sua parte malvagia e dall’energia oscura che gli scorre dentro sono quantomeno disturbanti e fanno uscire un po’ il personaggio dalle atmosfere disneyane. Anche l’esoscheletro in cui si rifugia l’intelligenza artificiale Ghimel ha un aspetto piuttosto inquietante, in un senso anche non necessario.
Resta comunque interessante il suo rapporto con il Dottor Enigm, mentore di un tempo che ora odia non avendo avallato le sue teorie e le sue intenzioni.

Anche Topolino viene gestito piuttosto bene: sono evidenti le ispirazioni dell’artista alle strisce avventurose curate da Floyd Gottfredson e a certi intrecci di Romano Scarpa. Dai due autori Pastrovicchio riprende quella parte più seriosa e thriller che eleva il protagonista non tanto a un duro, quanto a una persona che si rende conto della gravità della situazione in cui è finita e reagisce di conseguenza. Purtroppo tralascia pressoché completamente il lato umoristico, essenziale in qualunque opera Disney.

Insomma, qui si vuol fare concorrenza spietata al fratellone! XD
Aiutato anche dalla colorazione di Manuel Giarolli veramente da urlo, Alessandro ci dà dentro con un’intensità e una potenza mai espresse con tale forza e il risultato sono pagine esplosive!
Se narrativamente siamo un passetto indietro rispetto al Fattore Gamma, esteticamente siamo invece andati oltre.

Vito compie infatti un’operazione di riscoperta ciminiana, dopo essersi concentrato a lungo su atmosfere prevalentemente barksiane con la serie Pianeta Paperone e con altre avventure che avevano una chiara impronta derivata dall’Uomo dei Paperi.
Ma anche Rodolfo Cimino è stato un punto di riferimento fondamentale, per lui come per tantissimi altri sceneggiatori e per un’infinità di lettori: quando su queste pagine dico, ormai sempre più spesso, che il genere della caccia al tesoro paperoniana è da anni in via di estinzione, è proprio alle cacce al tesoro ciminiane in particolare che penso e sono quelle che rimpiango maggiormente.
Lo sceneggiatore campano rimedia ora con un’avventura semplice ma efficace, certamente debitoria di tanti stilemi impostati dallo storico autore: il mezzo di locomozione assurdo ma inerente all’argomento della storia, il popolo sperduto ma saggio, l’arruolamento coatto dei nipoti, qualcosa di mitologico e antico che può generare ricchezza e perfino un malanno buffo e impossibile dal quale Paperone è affetto a causa delle sue abitudini danarifere.
Ma tutto questo non è meramente uno sterile ricalco di quel tipo di racconti: Vito si appropria di quegli elementi, li reimpasta con altri suoi riferimenti, li tratta con rispetto ma al contempo li rilancia quel tanto che basta a dimostrare che non sono balocchi per nerd attempati, bensì modalità ancora vive di scrivere il fumetto Disney e, in particolare, una storia di Zio Paperone.
C’è il divertimento dovuto alle situazioni e ai dialoghi, c’è l’avventura, c’è la morale finale e… sì, c’è anche il “per mille gonnellini scozzesi” direttamente da DuckTales, a riprova che l’autore ha condensato la sua idea di paperonità a 360° in questa prova, pur guardando in maniera particolare a Cimino per l’occasione.
Non solo, Stabile ha recuperato perfino Camillino, il simpatico automa del Deposito utilizzato proprio da Cimino in diverse avventure degli anni Novanta! Adoro! XD
Mi sono divertito e ho ritrovato un mood che non percepivo da tempo nella produzione attuale (checché ne dica il direttore sul suo editoriale ^^’’ ): se confrontiamo I leggerissimi fluttuafrutti con la recente Zio Paperone sull’isola del lupo mannaro di Marco Nucci, si può notare secondo me una differenza di metodo determinante, che non rende necessariamente uno dei due racconti migliore dell’altro ma che mostra da una parte un approccio postmoderno e dall’altra qualcosa che, pur non puzzando di vecchio, rimane più fedele a una formula codificata nel tempo.
Mi piacerebbe ritrovare un po’ più di entrambe le vie, in futuro.
Soldati non è tra i miei disegnatori preferiti, chi legge abitualmente questi articoli lo sa: devo dire però che in questo caso fa un lavoro più che dignitoso, sicuramente in linea con il tipo di sceneggiatura che va a illustrare. Accompagna in buona sostanza con semplicità una vicenda che non richiedeva molti altri effetti e che quindi riesce a far “riposare” gli occhi; in alcune vignette, poi, lavora con particolare attenzione su sguardi e volto di Zio Paperone, dando una marcia in più al tutto perché centra perfettamente i sentimenti e i pensieri che attraversano il personaggio in quel dato momento, contribuendo quindi in maniera vincente alla riuscita complessiva della prova.
Spero davvero che una storia come questa possa piacere anche ai lettori più giovani, che riescano a farsi trascinare da questo avventuriero attempato ma pieno di energie che, per ogni tesoro cercato ai quattro angoli del globo, ricava una lezione di vita spesso più importante dell’oro.
E spero quindi che ci sia in futuro la possibilità di rivedere altre avventure di questo stampo.

La particolarità sta nel fatto che rappresenta l’esordio di Giada Perissinotto in qualità di autrice completa: la disegnatrice firma infatti anche la sceneggiatura – con un aiuto di Chiara Comotti per alcuni dialoghi – di una graphic novel molto sentita, nella quale la donna – prima ancora dell’artista – sembra riversare molto di sé nella protagonista, riuscendo in questo modo a darle carattere e tridimensionalità come raramente accaduto in passato.
Certo, al di là dello stereotipo della Paperina piatta fidanzata di Paperino, quando non addirittura civettuola, tossica e vessatrice, nei decenni non sono mancate interpretazioni maggiormente felici e positive per la papera: basti pensare a una parte della produzione inedita per il mensile Minni & Co., a tante storie firmate da Silvia Ziche, a diverse prove di Claudia Salvatori, al prezioso contributo di Caterina Mognato – che le aveva regalato anche una professione nel mondo della pubblicità con il ciclo Paperspot – e alle (pur sparute) incursioni di Teresa Radice sul personaggio.
Guarda caso, tutte sceneggiatrici: non perché un uomo non possa scrivere in maniera efficace, realistica e rispettosa di una donna, ma sicuramente è un dato interessante da rilevare. L’applicazione di un punto di vista e di un’esperienza prettamente femminili possono essere in grado di costruire una figura narrativamente diversa, che segue percorsi inediti rispetto ai tanti già battuti e impostati per lei.
Questa è un po’ l’impressione che ho avuto nel leggere Dream big, Daisy: la capacità di guardare il mondo con gli occhi del personaggio, mettendosi nei suoi panni e provando a muoverla in maniera laterale.
Il rapporto complice con le nipotine, fatto di uno scambio alla pari nel supporto e nei consigli, l’inserimento di Paperina in un ambito professionale che la realizzi come individuo, l’atteggiamento verso la collega/rivale, il concetto classico del Diario mutato in una lista di cose da fare prima di diventare grande, compilata da bambina… tanti elementi che sembrano essere un mero contorno, ma sono il cuore di tutta l’operazione.

Beninteso, per essere il debutto dell’autrice alla scrittura sono difetti comprensibili e nel complesso il lavoro risulta promosso: anzi, come esordio è assolutamente promettente, in particolare per la capacità di mettere su carta determinate sensazioni senza che appaiano fuori posto o smielate, oltre che per la caratterizzazione di Paperina. Si nota anche un buon utilizzo degli altri personaggi in scena, segno che in tutti questi anni di militanza disneyana l’artista ha assorbito con successo il succo di questo particolare cast.
Se in futuro riuscirà a lavorare maggiormente su una scrittura più unitaria e complessa, il fumetto Disney potrebbe aver acquisito una nuova voce molto interessante e promettente… e vista la scarsa quantità di sceneggiatrici attualmente in forza al settimanale, non sarebbe affatto male!
Per quanto riguarda i disegni, Perissinotto ha fatto un lavoro magistrale, nel quale ha sublimato buona parte del suo percorso recente in tavole davvero sentite, dove si avverte la necessità della disegnatrice di superarsi: mentre i fratelli Pastrovicchio puntano in maniera naturale su illustrazioni roboanti, per Giada caricare al massimo la propria arte significa far emergere dalle pagine emozioni e sentimenti, nonché una dolcezza di fondo che rende tutto piacevolmente etereo, complici gli azzeccati colori di Agnese Eterno che si mantengono tenui e pastellosi.
Il character design di Paperina e di Ely, Emy, Evy è adorabile, rotondo e morbido al punto giusto per sottolinearne la femminilità e con un occhio di riguardo alle teste; apprezzabilissima inoltre l’estrema attenzione per l’abbigliamento della protagonista, che cambia abito con una frequenza impressionante sfoggiando outfit sempre curati e calzanti con il contesto. Che sia una tuta da casa, un vestito da ufficio, qualcosa di sportivo oppure da sera, Paperina acquista spessore anche attraverso questa scelta, per nulla superficiale o mero accessorio ma utile specchio dell’anima.
La griglia è irregolare, ma in maniera differente da quanto accade in avventure action: qui il confine tra vignette diviene sfumato grazie alla colorazione, i riquadri acquistano bordi tondeggianti e la loro composizione sulla pagina è armonica, atta non a colpire il lettore ma a farlo muovere con grazia tra un momento e l’altro.
Un’estetica affascinante che coccola il lettore e che ovviamente gioca un ruolo fondamentale nell’apprezzamento della storia.

A fronte di ciò, comunque, abbiamo come sempre un buonissimo comparto grafico, molto fresco e moderno, del quale beneficia ovviamente in particolare la protagonista, che risplende nelle vignette tra una buona attenzione ai dettagli del volto e dell’abbigliamento.

Da una parte mantiene stabilmente le caratteristiche del personaggio nelle prime tavole, mostrandolo pasticcione e orgoglioso come non mai, dall’altra per motivi narrativi ce lo racconta in una versione opposta.
L’identità fittizia di Orson, assunta dopo un incidente nel laboratorio di Archimede, ci mostra una potenziale versione alternativa di Bum Bum: compassata, viziata, rispettata e di successo, mentre gli amici di sempre Paperino e Archi cercano di riportarlo in sé. Ma è realtà o fantasia? Non tutto è come sembra e Mastantuono è molto agile a giocare con un meccanismo alla Inception che, nel fumetto Disney, ha spesso usato Nucci. In questo caso il senso di disorientamento riesce anche meglio, però, vuoi per il tocco del Masta, vuoi per l’importanza della figura del protagonista in questo intreccio.
Come in altre avventure del filone, anche in questo caso c’è una piccola morale che si può intravedere in controluce, che non suona né forzata né pedante.
Menzione particolare al Paperino dispettoso e gratuitamente provocatorio nei confronti dell’amico, e quindi mantenendo comunque quel necessario tocco di affetto, e ai disegni che funzionano egregiamente e lavorano molto bene specialmente su Bum Bum quando appare negli inediti panni di affarista vincente… ma non felice.

Queste mie parole non siano viste come un’opinione di sufficienza, però: se un tale approccio poteva effettivamente diventare stantio con una frequenza periodica molto alta, ritrovarlo di tanto in tanto come accade da tempo non disturba e ricorda comunque le fondamenta di questo tipo di narrazione disneyana, piuttosto semplice ma non per questo da snobbare.
Nella fattispecie Deninotti non ha certo scritto una storia memorabile, stiamo parlando di un’avventura nella quale Paperino sogna di trovare mitologici tesori e Zio Paperone trova il modo di approfittarne per reperire i medesimi tesori nella realtà… ma nella sua semplicità il meccanismo funziona, è piacevole, si fa leggere in maniera scorrevole e assurge in tal modo al suo compito, aggiungendosi a un’infinità di racconti simili per future ristampe in vari vattelapesca da edicola.
E va benissimo così.
Anche la scelta di De Lorenzi risulta ottimale per il contesto: un tratto snello, solare, immediato che serve benissimo la sceneggiatura e accompagna adeguatamente i dialoghi e gli scambi tra i personaggi.

È sicuramente lo spirito alle spalle di Nemici pubblici, che sfrutta un po’ la struttura utilizzata diversi anni fa con Paperino e l’incombenza natalizia / Topolino e lo smisurato mistero di Natale / Topolino, Paperino e la smisurata e misteriosa incombenza di Natale per far incontrare gli universi di Paperopoli e Topolinia: un primo episodio ambientato da una parte, un secondo dall’altra e il terzo in cui si tirano le fila del crossover.

Se invece il succo del discorso di Alex Bertani è quello dell’idea di spostare i Bassotti a Topolinia e Gambadilegno a Paperopoli, dimostrando che possono tornare ad essere criminali temibili una volta inseriti in un nuovo contesto nel quale i loro avversari risultano meno avvezzi ai loro modus operandi, posso concordare maggiormente: rimane uno spunto tutto sommato semplice, ma è anche vero che è una mossa pressoché mai giocata con questo approccio.
In ogni caso, togliendo dall’avventura gli strati di elogi, non posso lamentarmi: l’intreccio è ritmato, i personaggi sono ben gestiti e Faraci infila alcuni dialoghi comicissimi da par suo che ho trovato scanzonati e irresistibili, bilanciati da sequenze più genuinamente d’azione senza che le due anime della storia stridano.
Il terzo episodio non svacca ma anzi mette in scena la più logica delle soluzioni senza per questo suonare scontata o telefonata, ma semplicemente naturale. Segnalo un buon utilizzo di Topolino e di Paperone, quest’ultimo peraltro protagonista di una sequenza su un escavatore che cita evidentemente la barksiana Paperino e la scavatrice e che ho molto apprezzato per la discrezione dell’omaggio.
Rimango invece perplesso dai riferimenti a Paperinik presenti nel secondo episodio, che sembravano dover preludere a un intervento dell’eroe – la classica pistole di Cechov – e invece sono rimasti appesi.

Anche sui Paperi noto difformità rispetto a quanto visto per esempio sul PK dell’anno scorso; Paperone funziona abbastanza ma ci sono varie vignette dove – ad esempio – la forma del becco si fa strana o dove il corpo sembra un po’ compresso… tra i secondari, infine, ho avuto difficoltà a processare il suo Basettoni e il suo Battista, quasi aderissero a dei modelli alternativi.
Quello che ne esce meglio alla fine è Topolino, che pure in alcuni passaggi appare con la testa un po’ sottoproporzionata… una versione che però non mi è nuova, essendo quella sfoggiata l’anno scorso nella doppietta Topolino e i 2 volti della vendetta / Topolino e l’albero della verità, ma che continua a sembrarmi un pochino strana, troppo giovanile… in questo caso però la resa mi soddisfa e quindi me la faccio andare bene anche se un po’ distante dalla norma.
Resta comunque nel complesso un lavoro distante da quello che mi aspetto e che regolarmente ottengo dalle storie illustrate da Lorenzo, e non capisco se il motivo sia da addurre a una scadenza di consegna particolarmente stretta o a un lavoro di ricerca diverso dal solito messo in campo per l’occasione.

Scherzo, naturalmente, ma è innegabile che i puristi, gli appassionati, i tradizionalisti… i vecchidemmé, per citare sempre il buon Fisbio, non hanno avuto parole dolci per l’esordio di Pera Toons – fenomeno di vendite da diversi anni con i suoi libri editi da Tunué – su Topolino.
L’operazione potrebbe ricordare quella avvenuta sotto la direzione De Poli con l’acquisizione di Sio: i due fumettisti sono accomunati dall’essere molto conosciuti e amati dai più piccoli, e in tal senso permettere loro di cimentarsi con i personaggi Disney rappresenta un tentativo di richiamare quella fascia di target che per vari motivi si è allontanata da Topolino ma segue questi nuovi autori dall’approccio… come dire… postmoderno? Diciamo così, anche se non è proprio il termine adatto.
Entrambi hanno trovato in qualche modo la formula per catturare l’attenzione dei bambini e in tal senso non è sbagliato che il settimanale provi a vedere se la loro fama possa trainare il giornale.
Sia come sia, con Simone Albrigi alla fine si trattò di una parentesi tutto sommato breve… solo il tempo ci saprà dire quanto durerà il sodalizio con Pera Toons.
Certamente l’approccio è diverso: mentre Sio si occupò di scrivere vere e proprio storie, la new entry esordisce con una rubrica a fumetti di un paio di pagine, nella quale cerca di divulgare concetti sull’argomento di turno in maniera divertente e dissacrante, tramite i giochi di parole “sciocchini” e le freddure che hanno reso celebre il fumettista. Si esordisce con l’I.A. e come host ecco Archimede ed Edi reimmaginati dalla matita di Pera Toons, quindi estremamente stilizzati e bidimensionali.
Che dire? Non è la mia tazza di tè, ed è giusto che non lo sia; onestamente, temevo comunque peggio avendo letto diverse vignette dei suoi libri ed essendo uscito sbigottito dall’esperienza. Certo, rimane qualcosa di completamente avulso da quello che mi aspetto io, però devo ammettere che non mi sono messo le mani nei capelli né ho avuto l’impulso di tirare il giornale fuori dalla finestra. Le gag, per quanto puerili, erano perlomeno calzanti con i personaggi scelti e con il tema dell’intelligenza artificiale. Sullo stile di disegno ci sarebbe da parlare, ma è la sua cifra stilistica e pertanto sarebbe sbagliato aspettarsi qualcosa di più o di diverso.
Ho deciso insomma che la cosa non mi disturba: spero che l’iniziativa riporti effettivamente “a casa” alcuni giovani transfughi che, chissà, magari apprezzeranno anche qualcosa del resto del menù offerto. È sicuramente la speranza della redazione, quella di accalappiare un po’ di ragazzini con Pera Toons e puntare al fatto che gli piaccia anche il resto dell’offerta disneyana.

Non può che farmi piacere, non solo per la conoscenza diretta che vi è tra me e lui ma soprattutto perché il lavoro che sta facendo con i personaggi Disney mi piace molto.
Questo approfondimento di Pluto, in particolare, è stuzzicante perché da una parte guarda direttamente alla sua storica serie di cortometraggi animati e dall’altra è mero pretesto per raccontare gli altri personaggi – in questi due casi Topolino e Pippo – da un punto di vista diverso, quello appunto canino.
È un buon modo per variare certe dinamiche, ipotizzando che per certi versi gli animali possano essere più saggi degli esseri umani (o antropomorfi che siano 😛 ) in alcuni comportamenti: il litigio per futili motivi tra Mickey e Goofy ne è sicuramente un esempio calzante.
Simpatica anche la storia della passeggiata con Pippo: in questo caso lo sceneggiatore ha scelto una strada più poetica, mettendo semplicemente in scena una comunissima uscita cittadina di Pluto, stavolta al guinzaglio del nostro Goofy. Gli affettuosi pensieri del cane nei confronti dell’amico, i momenti di silenzio e la capacità di mostrare come anche qualcosa di estremamente comune possa diventare pretesto per un raccontino e per annesse riflessioni sono i punti di forza di quello che è forse l’episodio migliore della serie finora.
Surroz ai disegni continua a fare un ottimo lavoro di accompagnamento delle sceneggiature, sfoggiando un tratto sinuoso e fresco che si presta bene alle vicende narrate da Pelosi.
In particolare il suo lavoro spicca proprio in A spasso con Pippo, visto che la sceneggiatura richiedeva una certa intensità e precisione nel rappresentare i vari momenti della storia, spesso muti e nei quali quindi l’occhio del lettore si fa ancora più attento nei confronti del disegno: devo dire che l’artista supera la prova, offrendo vignette curate e carezzevoli, nonché una splash page davvero significativa per inquadratura e regia.

In questo caso, il primo piano del museo di Topolinia si ripete uguale per tutto il palazzo, sia salendo che scendendo, incastrando Topolino e Pippo in una specie di loop dal quale sembrano non poter più uscire.
Un’idea semplice, in fondo, ottima per una storia di media lunghezza e “cucinata” nella maniera migliore per angustiare; ahimè, la soluzione mi è apparsa un pochino deludente e non all’altezza di quanto costruito fino a lì, ma tutto sommato posso dirmi soddisfatto.
Picone ai disegni ibrida il suo tratto con uno stile “sporco” che convince solo fino a un certo punto, in particolare per quanto riguarda i due protagonisti, ma in alcuni casi si salva con espressioni azzeccate sui loro volti.

Lo sceneggiatore lombardo si riappropria ora del genere con l’adattamento del mito di Bellerofonte e devo dire che, rispetto a cose simili lette in passato, in questo caso il risultato è più che dignitoso. Mi sono addirittura genuinamente divertito per alcune battute e soprattutto per la caratterizzazione data a Pegaso che, libero dagli stilemi di caratterizzazione in cui il cast regolare è spesso ingabbiato nella scrittura di Gagnor, ha alcuni exploit davvero riusciti.
Limido ai disegni dà sicuramente una grossa mano alla resa finale, illustrando con le consuete grazia e perizia le varie scene.
Paperinik e il raggio car-can, di Roberto Gagnor e Ottavio Panaro (n. 3631), è una breve in cui Gagnor immagina gli effetti della classica caramella car-can condensati in un raggio dalla portata… eccessiva! Simpatico divertissement, è sicuramente un modo a me più congeniale di raccontare il lato leggero di Paperinik, che sicuramente mantiene il suo senso di esistere, ma che forse in avventure lunghe come la recente Paperinik contro il terribile Prolissus mostra a un certo punto la corda. Parentesi di poche pagine come questa secondo me invece funzionano.
Panaro ai disegni non è esattamente la mia tazza di tè, ma anche lui in questo contesto risulta comunque adatto.

Buon lavoro anche di Percoco: sui Topi avevo apprezzato di più i disegni di questo esordiente, ma sicuramente ha dimostrato di essere un’ottima matita anche con i Paperi, nei quali ravvedo influenze da Perina a da Palazzi. Le tavole risultano pertanto armoniose e piacevoli, adattissime a una trama come questa.

Lo scherzone a Paperoga è carino, ma il finale depotenzia un po’ il tutto… anche se la pecca principale della storia non è certo la sceneggiatura, quanto i disegni di un Rota decisamente poco in palla. Negli ultimi anni ho già avuto modo di osservare quanto il maestro accusi non brilli, presumibilmente per comprensibili motivi anagrafici, e che anche le chine del figlio Stefano non sempre riescano a migliorare il risultato, ma penso che non si fosse ancora visto un esito così disastroso: inchiostrazione tremolante, disegni acquosi, un Paperoga seriamente irriconoscibile tra becco e testa, un Archimede bolso… mi spiace dover rilevare in maniera così diretta questi limiti, ma purtroppo non riesco a salvare quasi nulla, se non qualche posa di Paperino: proprio il protagonista è sicuramente la figura che ne esce meglio, mantenendo una certa piacevolezza visiva nel corpo e nella recitazione. Un’estetica che generalmente rimane però un po’ claudicante e questo azzoppa inevitabilmente la storia nel suo complesso.

Donald Duck stavolta viene chiamato a interpretare Iron Man, in una vicenda senza infamia e senza lode… a dir la verità è forse uno dei più insipidi di questi What If: la vicenda di origini del supereroe in armatura viene cucita addosso a Paperino non senza inventiva nell’adattamento delle situazioni – il giardino incolto di Archimede invece della giungla l’ho trovata una soluzione simpatica, per esempio – ma con un andamento un po’ piatto, quasi da compitino, che mi ha interessato poco facendomi concludere la lettura più per inerzia che altro.
Lo stimolo a proseguire viene anche dai disegni di Soffritti, che invece è riuscito a dare movimento, brio e fluidità a una trama un po’ claudicante: la direzione estetica presa dall’artista è forse leggermente differente rispetto a quella dei colleghi che l’hanno preceduto, ma il risultato è alquanto felice anche nelle scene più “rischiose”, vale a dire quelle nelle quali il protagonista avrebbe dovuto vestire il costume di Iron Man adattato a foggia anatrina. Non posso dire di essere completamente convinto dell’esito, ma ammetto che il disegnatore è riuscito a trovare una quadra portando a casa il risultato 😉
Su Minnhi e il pozzo del destino, di Sergio Cabella e Roberto Vian (n. 3631), non mi esprimo ancora: è uscita solo la prima parte di tre e pertanto rimando ogni considerazione al futuro… allo stato attuale non so dire se riuscirò a rispettare l’appuntamento con il post di luglio, ma in quell’occasione o in un’altra penso che avrò modo di commentare la storia nel suo complesso.
Bene, direi che per questo mese è tutto.
Alla prossima, anche se non so assicurare quando sarà!
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