Bentornati su Lo Spazio Disney!
Torno a parlare di Grandi Autori, il trimestrale che ad ogni uscita approfondisce un diverso artista Disney che ha fatto la storia del fumetto.
Si tratta del secondo albo della serie sotto la gestione di Alberto Brambilla (sempre in tandem con la curatrice Gaja Arrighini), il quale sembra confermare la volontà di pescare tra i nomi meno ovvi del panorama – che in fondo sono già stati trattati all’interno della collana dall’ottimo Davide Del Gusto – per presentare al pubblico nomi importanti e storici del Topolino italiano che però difficilmente vengono nominati quando si elencano gli autori più influenti.
Se la considerazione era solo parzialmente vera per Marco Rota, protagonista dello scorso numero ma che in fondo tra Zio Paperone e I Maestri Disney aveva già conosciuto una certa ribalta presso i lettori più appassionati, ha già maggior fondamento ora che la scelta cade su Sergio Asteriti.

Il Grandi Autori in questione si struttura non già in ordine cronologico ma bensì tematico, diviso in tre tronconi: la passione per il Mickey classico, i gialli e l’amore per il fantastico, con un paio di storie curate anche nel soggetto.
Una precisa scelta di campo già adottata nel numero precedente e che viene giustificata dagli articoli a corredo delle storie e dal percorso che Brambilla ha impostato; in quest’ottica, per quanto preferisca l’ordine temporale, apprezzo l’impianto perché riconosco una progettualità sensata ed esibita, che trovo sia la cosa più importante in prodotti di questo tipo.

Si tratta di un’avventura del 1983 su testi di Giorgio Ferrari che ricalca fedelmente il mood narrativo delle storie a strisce di Floyd Gottfredson, che tanto Asteriti amava; anche l’ambientazione è coerente con quel setting, dal momento che i protagonisti vengono ritratti in una realtà rurale e abbigliati come negli anni Trenta.
Il ritmo che bilancia gag e avventura funziona benissimo e l’approccio visivo del disegnatore dà una marcia in più al risultato finale.
Topolino e la magica lettura è invece un gioiellino del 1993 scritto dallo stesso Asteriti, che richiama esplicitamente la trama cavalleresca del vecchio libro illustrato – realmente pubblicato – Topolino alla corte di Re Artù, che Clarabella legge a Tip e Tap: è un nuovo pretesto per l’artista di utilizzare uno stile “antico” omaggiando così il Mickey Mouse delle origini. Anche la colorazione segue quelle atmosfere vintage, grazie a tavole che virano su una tonalità arancione in bicromia proprio come i vecchi “giornalini”, rendendo la storia davvero speciale.

Topolino e il mistero del solfeggio di Guido Martina in realtà non è certo una delle peggiori dello sceneggiatore, ma il ritmo è sfilacciato, si indugia troppo nella dabbenaggine di Pippo e la soluzione a cui si arriva appare un po’ “appesa”. Non aiutano purtroppo i disegni, che in questa fase sono ancora un po’ acerbi.
L’autore si riscatta con Topolino 1500 su testi di Angelo Palmas, celebrativa del relativo traguardo raggiunto dal pocket ma che in realtà narra semplicemente una trama nella quale il 1500 torna continuamente sotto varie forme.
Siamo nel bel mezzo degli anni Ottanta e il tratto di Asteriti appare pienamente formato: personalmente ritengo che sia questo il periodo dell’apice artistico del disegnatore.

Ahimè, siamo nel periodo più arzigogolato dello stile asteritiano, nel quale l’impronta piacevolmente barocca che l’ha sempre contraddistinto ha fatto il salto dello squalo diventando manierista quando non poco curata, lasciando che le morbidezze del segno travolgessero ogni vignetta dando un effetto “molle” a ogni cosa rappresentata.
Se nella prima, del 2003, “non tutto è ancora perduto” e, specialmente nella figura di Topolino, ci sono diversi momenti in cui Asteriti si difende ancora bene, la seconda è davvero difficilmente ricevibile, a meno di non vederla come pura avanguardia. Non a caso si tratta dell’ultimissima sua storia realizzata (2017), e in tal senso trova giustificazione la sua presenza nella raccolta. Ma mi chiedo – anche considerando che fu inserita qualche anno fa proprio nella Special Edition a cui facevo cenno – se non fosse meglio soprassedere e scegliere qualcos’altro in rappresentanza degli ultimi anni di attività del disegnatore.
A livello narrativo, Il regno delle due spade regge bene, con i suoi simpatici riferimenti al ciclo arturiano in senso ampio e a La spada nella roccia, con una comicità sbarazzina e funzionale e con quell’ennesimo rimando ai cartoon classici di Mickey Mouse; Lo straordinario mondo del Toc presenta invece una trama dove la logica narrativa sfugge – le regole del mondo magico introdotto non sono per nulla spiegate, così come il ruolo della signora che accoglie Tip e Tap – e che si risolve in quella eccessiva melensaggine fine a sé stessa che spesso e volentieri Macchetto inseriva in quegli anni nelle sue opere.

Ho trovato particolarmente interessante il testo introduttivo, che racconta un po’ di retroscena sulla formazione dell’autore e sulle sue esperienze prima di approdare su Topolino, e la presenza dei commenti rilasciati da Angelo Palmas, Augusto Macchetto, Davide Catenacci e Stefano Petruccelli all’interno delle successive introduzioni: sono inserti, questi ultimi, capaci di offrire nuove testimonianze di prima mano e perciò sicuramente curiose.
Per il resto ammetto però di aver trovato meno “sugo” in questi approfondimenti, rispetto al passato e anche solo al numero precedente, come se in fondo non ci fosse così tanto da dire… ma personalmente avrei gradito qualche osservazione in più sullo stile di disegno e la sua evoluzione, di cui si fa solo cenno a un certo punto ma senza scavare troppo a fondo.
Mi ha stupito inoltre che non venisse sottolineato il riferimento che Asteriti fa a Romano Scarpa ne Il mistero del solfeggio, quando dovendo raffigurare un antiquario decide di dargli le fattezze del Nataniele Ragnatele di Topolino e Bip Bip alle sorgenti mongole, che poteva fungere da ennesima dimostrazione dell’attenzione di Asteriti nei confronti del classico.
Infine non mi sarebbe dispiaciuta la presenza di qualche illustrazione natalizia a tempera in più, in una gallery anche solo di un paio di pagine in cui comprimerne una carrellata.
Nulla di drammatico o che vada a inficiare il risultato finale, beninteso, ma per quanto mi riguarda siamo un passetto indietro in confronto alle scorse uscite.
Il prossimo numero sarà dedicato nientemeno che a Floyd Gottfredson e pertanto, avendo già l’opera omnia costituita da Gli anni d’oro di Topolino, analogamente a quanto fatto l’anno scorso con il volumetto su Carl Barks non lo comprerò, ma continuerò in ogni caso a tenere d’occhio la testata 😉