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Il “Topo” di dicembre 2023

4 Gennaio 2024
Facciamo una panoramica delle storie uscite sui “Topolino” di dicembre secondo il punto di vista del nostro Bramo!

Bentornati su Lo Spazio Disney, e di nuovo buon 2024!

L’ultimo mese dell’anno è stata una vera faticaccia, per quanto mi riguarda! Speravo in un’inversione di marcia rispetto a novembre, invece pure dicembre non ha affatto scherzato in quanto a problemi da risolvere, questioni da sistemare, rogne varie e super-lavoro, tanto che arrivo a fine 2023 piuttosto stremato! ^^’’
Per fortuna che nella settimana tra Natale e Capodanno ho potuto prendermi qualche giorno di relax, utile per ricaricare almeno un po’ le batterie.

C’è da dire che anche a Paperopoli e Topolinia non è stato un mese semplice, comunque.
Il direttore Alex Bertani, la redazione e lo sceneggiatore Marco Nucci hanno impostato una storyline molto particolare: Zio Paperone e la lampada bisestile ha condizionato, con la sua trama, tutte le altre storie dei tre numeri di Topolino in cui è stata serializzata, cancellando dall’esistenza e dalla memoria di tutti l’esistenza stessa del 25 dicembre e del Natale!
Esperimento piuttosto interessante, risultando la prova più compiuta di un approccio simpaticamente “unitario” e di continuity tra singole storie dopo i primi timidi tentativi dati dalla trama orizzontale che interessava le tre storie del numero natalizio del 2020, dalla massiccia nevicata provocata da Macchia Nera due anni fa e del pericolo narrato in Minaccia dallo spazio, dove le storielle ancillari erano però più che altro tie-in.

La particolarità dell’iniziativa – che personalmente ho gradito nel complesso, come trovata – mi ha spinto a modificare anche l’impostazione di questo articolo: con l’eccezione della Lampada bisestile e delle storie dell’ultimo numero del mese, la cardinalità dell’elenco è per i singoli albi di Topolino piuttosto che per le avventure contenute, essendo tutte facce di uno stesso dado.
Here we go!

Dicembre 2023: le storie da Topolino

Zio Paperone e la lampada bisestile, di Marco Nucci e Stefano Intini (nn. 3550-3551-3552), è l’avventura di dicembre per Topolino, colei che detta la linea editoriale del settimanale per buona parte del mese, anzi per la parte che conta, vale a dire quella che porta al Natale.
Come già detto, gli effetti della trama – che vedono in sostanza Paperone desiderare tramite l’artefatto magico del titolo che il Natale non sia mai esistito, portando a una realtà che non conosce 25 dicembre e Festa annessa – riverberano su tutte le storie dei primi due numeri del mese.
Nucci cala all’interno del contesto Disney uno spunto non certo inedito in assoluto, creando una realtà distopica nella quale Paperone non è mai diventato ricco, Rockerduck è il suo capo, Paperino e Paperina non sono fidanzati e la sua vecchia fiamma Doretta Doremì vive a Paperopoli, il tutto per una serie di eventi originariamente legati al Natale che, senza di esso, non si sono mai avverati.

Lo sceneggiatore gioca facile con il concetto di contesto alternativo, nel quale divertirsi a trovare le differenze rispetto allo scenario noto, e sfoggia nel miglior modo possibile la sua innata abilità di infondere atmosfera nelle proprie opere, a maggior ragione su trame contenutisticamente esili e non prive di dettagli sui quali è bene non riflettere troppo per non far “cadere l’illusione”.

I primi due episodi, in fondo, non fanno altro che descrivere la nuova Paperopoli, strappando qualche risata per alcune gag e battute riuscite… il vero colpo da maestro è nell’ultima puntata, dove la missione di Paperone – straordinariamente affiancato da Topolino – conosce punte di lirismo molto ben gestite, con pagine intense e anche ricche di scene action, fino al climax quasi drammatico nella sua modalità.
Ne risulta una storia apparentemente sbilanciata, ma che invece per qualche strana magia si mantiene abbastanza coerente nel suo ritmo, in particolare grazie alla gestione dei due cliffhanger.

Nota a margine per il mastermind della trama, un sinistro e misterioso personaggio già comparso in Topolino e l’incubo dell’isola di corallo e in Minni e la fiera delle ombre lunghe (all’interno del ciclo sui racconti del terrore di Lord Hatequack): il Dottor Piuma.
Non mi voglio dilungare al riguardo, visto che a breve pubblicherò un pezzo dedicato a questa figura, ma trovo che la sfida ingaggiata da Paperone con questo “grande burattinaio” sia stata ben gestita e all’altezza della caratura dello Zione, che nel confronto finale brilla immensamente nonostante il commerciante scompaia senza colpo ferire.

Stefano Intini ai disegni fa meraviglie: ha già lavorato diverse volte in coppia con Nucci ma è la prima volta che disegna una sua storia di questo tenore, cupa e dai toni vagamente inquietanti. L’artista dimostra la versatilità del suo tratto, dal momento che lo stile cartoonesco e “schizzato” che lo contraddistingue trova una sua chiave interpretativa perfetta anche all’interno di una trama che gioca con altre nuance.
Paperone e Topolino in particolare spiccano per un aspetto spigliato e sbarazzino, capace di mostrare ottimamente soprattutto il magnate anche quando è piegato dalle avversità e il volto quasi si scioglie nell’amarezza e nello sconforto.
Nel terzo episodio l’artista si scatena poi con le vedute del percorso montano flagellato dalla tempesta di neve e con le tavole della resa dei conti, dove l’estetica raggiunge picchi mostruosi per la capacità di immergere il lettore nella situazione e nel gorgo emotivo.

In sintesi, un’opera tutt’altro che perfetta ma in grado di centrare il bersaglio, di comunicare qualcosa e di fare un buon servizio al protagonista.

Topolino #3550, in conseguenza del primo episodio della Lampada bisestile, presenta un sommario distopico:

  • Paperina, ti presento Paperino, di Sergio Badino e Silvia Ziche, ci racconta di come il buon Donald sia segretamente innamorato di Paperina pur non avendo mai intessuto una relazione con lei. Cerca allora l’aiuto di Pico de Paperis per conquistarla ma con esiti disastrosi.
    Badino ritrova la verve e l’umorismo fulminante sfoggiato in Siamo serie!, forse proprio grazie alla rinnovata partnership con Silvia Ziche anche per questa storia: sta di fatto che promuovo l’operazione a pieni voti, ho riso tantissimo in più punti dell’albo ho trovato la situazione imbastita geniale nella sua particolarità, e visualizzata nel miglior modo possibile da Ziche.
  • Newton e Pico in viaggio nel sapere – 32 ne fa dicembre, di Giorgio Fontana e Donald Soffritti, è già un po’ meno ispirata, più per vincoli della serie che per qualità della storia in sé. Il team-up tra i due personaggi comunque funziona ancora alla grande e i disegni accurati di Soffritti fanno la loro parte, soprattutto regalandoci il suo ottimo Pico.
  • Paperoga in nero, di Gaja Arrighini e Enrico Faccini, continua i ribaltamenti di prospettiva sui personaggi. Stavolta tocca a Paperoga, del quale Arrighini ci narra a tradimento le origini dell’iconico maglione rosso, collegandolo a Babbo Natale e trasformando il cugino di Paperino – in conseguenza dell’assenza della Festa dicembrina – in una specie di emo che si crogiola nella propria depressione. Una soluzione interessante e ben gestita, con i disegni di Faccini che si rivelano calzanti su diversi livelli.
  • Topolino e il mondo senza Macchia, di Marco Nucci e Casty, si collega direttamente alla storia di apertura e diventa importante per il suo secondo episodio della settimana successiva. Anche Topolino, infatti, grazie al legame mentale instaurato con Macchia Nera, ricorda l’esistenza del Natale e deve confrontarsi con una realtà stravolta.
    Nucci fa sostanzialmente la stessa cosa che ha fatto a Paperopoli, il trucchetto funziona anche stavolta ma inizia a mostrare la corda. Mickey comunque buca lo schermo e le sue reazioni sono descritte in maniera coerente con il contesto, trasmettendo al lettore le giuste vibrazioni. Molto buono anche l’atteggiamento di Minni nei confronti del fidanzato.
    Il tratto di Casty in tal senso ben si confà alle atmosfere stranianti impostate, classico e senza la ricercatezza delle altre storie con Macchia, che in questo caso non erano necessarie. È un dramma quasi hitchcockiano e lo stile scarpiano è efficace.

Topolino #3551 prosegue il progetto impostato nel numero precedente, anche se in questo caso non tutto scorre in maniera altrettanto soddisfacente, e non solo per la perdita del senso di sorpresa:

  • Cornelius – Il giorno nel cuore, di Alessandro Sisti e Simona Capovilla, mostra definitivamente la corda per un progetto nato forte e che capitolo dopo capitolo ha conosciuto una depotenziazione progressiva che trova qui il suo picco: diciamo che da qui può solo riprendersi.
    In questo caso il problema è sia di qualità che di opportunità: la storia è scritta bene, con la solita perizia e attenzione ai particolari, ma il ciclo sta diventando ripetitivo nelle sfide che vengono poste dinanzi al protagonista, che pure gode di una buona caratterizzazione, bloccandolo in un loop ripetitivo.
    Inoltre qui l’inghippo sta nell’aver voluto includere l’episodio all’interno del progetto “no-Natale”: per quanto l’elemento non sia così invasivo nella parte centrale della narrazione, resta il fatto che si allude al 32 dicembre e si esplicita che Cornelius diventa stanziale facendo sì che sia un altro personaggio a fondare Paperopoli. Nell’ottica della serie, anche in vista di una sua eventuale raccolta in volumi, questo what if crea inevitabilmente dei problemi di continuità, a meno di non avere in un prossimo futuro una storia dalla trama identica ma ambientata nella nostra timeline… personalmente avrei tenuto fuori dall’operazione questa saga per evitare tale inconveniente.
    Simona Capovilla sta però dimostrando di prendere sempre più la mano col personaggio e con le ambientazioni, conseguendo il miglior risultato finora raggiunto sul ciclo, grazie anche a una colorazione particolarmente efficace.
  • Battista e l’amico fenomenale, di Tito Faraci e Federico Butticcè, mi ha divertito per quanto stiracchi un po’ le regole narrative imposte dal concept generale. Che ci sia un proto-Babbo Natale infatti non mi torna molto, così come le vaghe reminiscenze di Battista relative alla corretta linea temporale.
    Eppure sono trucchetti che funzionano perché, almeno nel mio caso, mi hanno strappato diversi sorrisi e qualche risata per il modo che ha Tito di giocare in questo setting.
    Ho adorato inoltre come lo sceneggiatore, nel giro di poche battute, abbia saputo delineare in maniera familiare una compagnia di amici che si ritrovano a fine giornata nel bar di fiducia.
    Butticcè contribuisce comunque molto alla riuscita complessiva della storia con uno stile morbido, piacevolissimo e in crescita.
  • L’ispettore Manetta e il rimbalzo giusto, di Tito Faraci e Giampaolo Soldati, è invece meno ispirata. Peccato, considerando cosa ha fatto lo sceneggiatore in passato con questo personaggio, eppure stavolta l’idea alla base non è per nulla forte e lo svolgimento da par suo si attesta su un tono piatto, quasi da pilota automatico.
    Soldati ai disegni non aiuta, il suo tratto non spicca e quindi non ha modo di esaltare una sceneggiatura già di per sé monocorde e che gira un po’ su sé stessa.
  • Gastone, Archimede e l’invenzione della fortuna, di Sergio Badino e Davide Cesarello, perde invece completamente il punto. Ma di brutto. Tanto Badino era stato in grado di azzeccare tutto con la storia di Paperino e Paperina, tanto qui va fuori binario mettendo in scena due versioni antitetiche di Archimede e Gastone, l’uno non geniale e l’altro ben lontano dall’essere il papero più fortunato del mondo. Il problema è che non si capisce perché mai l’inesistenza del Natale abbia portato a queste differenze, per nulla giustificate al contrario – per esempio – del Paperoga emo.
    Come se non bastasse il claudicante assunto di base, lo sviluppo prende una direzione piuttosto stramba, con altri due paperi che godono delle caratteristiche dei protagonisti e con un piano per rubare loro tali caratteristiche… sono uscito dalla lettura moooolto perplesso, e i disegni di Cesarello hanno acuito il mio spaesamento, giacché non ho mai trovato funzionale il suo tratto sui paperi. Anche in questo caso lo stile “eccessivo” e per me poco piacevole ha filtrato in maniera distorta una sceneggiatura già disastrata di suo, facendomi terminare il “Topo” in maniera non proprio egregia.

Topolino #3552 porta a termine l’intreccio nucciano e di conseguenza le storie contenute sono ambientate già nello status quo ripristinato.

  • Topolino, Minni e il soffio del Natale, di Marco Gervasio, Marco Nucci e Casty, è sostanzialmente un gialletto fiabesco che di natalizio ha in realtà ben poco e che ho trovato piuttosto moscio nel complesso. Non sono mai riuscito a farmi coinvolgere dalla trama o dal mistero, non c’è stato nessun tocco o spunto in grado di avvincermi e non ho ritrovato l’atmosfera di Natale, quindi per me è stata un big no.
    Anche i disegni di Casty hanno pagato dazio risultando piuttosto spenti e un po’ rigidi.
  • I Bassotti e la cena dei cattivi, di Bruno Enna e Corrado Mastantuono, è invece una boccata d’aria fresca: con semplicità lo sceneggiatore riesce a orchestrare un racconto leggero e divertente capace di parlare di temi natalizi in maniera laterale e originale senza perdere il nocciolo del significato. I Bassotti sono usati benone, i cammeo di alcuni illustri cattivi sono azzeccati e così la risoluzione finale. Mastantuono ai disegni non è da meno e presenta tavole caratterizzate dal suo stile umoristico e puntuale.

Paperinik e la minaccia del doppio Natale, di Francesco Artibani e Arild Midthun (n. 3552), è scollegata da tutti i discorsi precedenti, invece.
Mentre nelle due storie di cui sopra i riferimenti a quanto avvenuto ne La lampada bisestile erano presenti, qui si è del tutto sconnessi dalla continuity del settimanale in occasione di una storia guest molto speciale, e questo per via del disegnatore coinvolto.
Arild Midthun debutta infatti ai disegni di una storia made in Italy, dopo averlo visto in parecchie occasioni negli ultimi anni su Almanacco Topolino e sul pocket stesso con la traduzione di varie sue storie nordeuropee.
Fumettista di grande talento e sincero ammiratore dei grandi maestri disneyani, ha conosciuto dal vivo Francesco Artibani durante un viaggio a Roma e da lì è nata l’idea di realizzare direttamente per Topolino una storia insieme.

Il risultato è tiepidamente felice: in fondo si tratta di una classicissima storia natalizia dall’impronta vagamente egmontiana nel passo, nei personaggi coinvolti e nel modo in cui sono utilizzati, quindi con tutti i limiti del caso e nonostante traspaia ovviamente anche la scrittura dello sceneggiatore romano. Una sorta di esercizio di stile da parte sua, che ha portato a un ibrido di un certo interesse come “caso di studio” e alla storia più genuinamente natalizia del numero, complici soprattutto le tavole di Midthun che peraltro ha all’attivo una buona sequenza di fumetti Disney ambientati durante le Feste.

Il suo stile potrebbe risultare respingente per alcuni lettori, vista la distanza rispetto al modello italiano. Personalmente ritengo che l’artista abbia fatto un gran bel lavoro, al netto del dover prender le misure con la gabbia a tre strisce, cosa che in alcuni casi l’ha penalizzato costringendolo ad alcune soluzioni non proprio impeccabili. Inoltre ho trovato un po’ ingessato il suo Paperinik, soprattutto nel volto e nella gestione non proprio ottimale di mascherina e mantello.
In compenso Paperone, Amelia e Babbo Natale risaltano positivamente, raffigurati con perizia ed eleganza, e ci sono alcune quadruple magnifiche che colpiscono per la cura del dettaglio, per la maestosità dei paesaggi raffigurati e per le inquadrature scelte, tutti elementi che dimostrano la fertilità creativa nel gestire la gabbia.

K – Ritorno nel Klondike, di Luca Barbieri e Francesco D’Ippolito (n. 3553), rappresenta il secondo capitolo delle saga di Barbieri sul giovane Paperone. La continuità rispetto all’esordio del progetto è assicurata… dal comune intento di stravolgere la continuity barksiana 😛 Se qualche mese fa ci fu la forzatura di inserire Nonno Bassotto nel Klondike, stavolta la si fa se possibile ancora più grossa introducendo Cuordipietra Famedoro, che però Paperone asseriva di non aver mai sentito nominare all’inizio de Il torneo monetario. Non a caso, quando venne presentato nel sesto capitolo de La $aga di Paperon de’ Paperoni, Don Rosa usò l’accortezza di non far mai dire al villain il proprio nome di fronte al protagonista, così da preservare il “dettame” di Carl Barks.
Insomma, non nascondo che questa scelta mi lasci alquanto perplesso e ben poco positivo: non vedo il senso di inserire nel periodo della corsa all’oro tutti i nemici classici di Paperone senza criterio, solo per titillare la fascinazione dei lettori con meno letture e conoscenze sulle spalle. In quest’ottica mi sembra di tornare ai tonfi di Topolino – Le origini!

Se, pur con fatica, cerco di ignorare e isolare questo ingombrante scivolone e mi concentro sulla trama, sorrido un pelo di più, ma solo un pelo: la narrazione, come nella scorsa occasione, fila liscia, per quanto alla fine non sia che un rimasticamento di classicissimi topoi delle storie di frontiera. Si fa leggere, ma resta un retrogusto di già visto nel quale Paperone spicca e non spicca: è il protagonista e giganteggia su tutti, ma dall’altro lato non ravviso caratteristiche proprie e peculiari del futuro Zione. È un personaggio avventuroso come tanti, insomma, e forse il problema è semplicemente che lo sceneggiatore deve ancora prendere le misure con questa figura.
Anche il rapporto con Doretta, ormai drammaticamente (e temo irreversibilmente) sovraesposto rispetto al passato editoriale della coppia, risulta quasi artefatto nel modo in cui viene presentato.

Le vere gioie vengono dai disegni di Dippo: l’artista sta conoscendo una rinnovata primavera, tramite progetti di un certo peso nei timoni di Topolino, che si esemplifica in tavole ricche di trovate, di soluzioni interessanti e di idee atte a vivacizzare praticamente ogni pagina. Questo lavorone non si può però tradurre sempre in risultati vincenti: capita quindi – come già ravvisato in Ritorno a Ducktopia – che alcune vignette risultino meno chiare di quanto dovrebbero, che certe scelte di messa in scena non siano completamente chiare e che certe costruzioni della griglia rendano complessa la leggibilità.
Si tratta della stragrande minoranza delle tavole, beninteso, ma è un pattern che intravedo e che monitoro col timore che possa affermarsi nello stile dell’artista, attualmente in evidente e inesausta ricerca.
Nulla da dire invece sul modo di rappresentare i personaggi, Paperone in particolare: sono figure assolutamente piacevoli, plastiche e ricche di eleganza. Ottimo anche il lavoro sugli abiti e sulle ambientazioni, queste ultime da bocca aperta.

Orazio e il flagello Curiazio, di Francesco Vacca e Lucio Leoni (n. 3553), è una divertente storia urbana nella quale Vacca introduce un inedito cugino di Orazio, opposto speculare dell’aggiustatutto topolinese: laddove quest’ultimo ripara, il congiunto è un disastro ambulante che con la propria goffaggine distrugge inavvertitamente qualunque cosa sia nelle sue vicinanze.
Lo spunto ricalca sostanzialmente quanto operato negli ultimi due anni con la figura di Posidippo, cugino posato e metodico di Pippo che funziona proprio nella comica contrapposizione tra due caratteri completamente agli antipodi. Il parallelo spicca ancora di più considerando che quel ciclo e questa storia condividono lo stesso disegnatore!

Lo sceneggiatore dimostra di saper gestire uno spunto che poteva mostrare velocemente la corda; invece, pur senza inventare chissà quali svolte narrative, riesce a tenere desta l’attenzione del lettore tramite una trama semplice ma molto di cuore, che vince grazie al buon equilibrio tra la semplice quanto efficace comicità dei giganteschi pasticci di Curiazio e l’importanza dell’affetto familiare.
È già annunciata a stretto giro una seconda storia con questo nuovo personaggio, vedremo se il giochetto reggerà come sta accadendo per Posidippo o se mostrerà il fiatone… intanto mi godo i disegni di Leoni, ispirato come non mai e chiaramente divertito nell’illustrare le paradossali conseguenze rovinose della new entry.

Curiosità: già Casty utilizzò il nome Curiazio anni fa, in La marea dei secoli, per identificare la versione di Orazio presente nella timeline alternativa che si era creata in quell’occasione 😉

Chiudo il mio discorso con Qui, Quo, Qua e la giungla delle sorprese, di Sune Troelstrup e Giorgio Cavazzano (n. 3553), una egmontiana che fa il suo dovere, intrattenendo in maniera semplice e lineare rispolverando il concept delle cacce al tesoro di Zio Paperone con nipotini al seguito. Certo, Troelstrup lo fa forse in maniera fin troppo pedissequa, ingessata e senza guizzi, ricalcando più che rielaborando il classicissimo filone narrativo, ma complice il fatto che si tratta di una tipologia di storie ormai pressoché assente dalla scrittura italiana, ho accolto l’opera con maggior favore del previsto.
Cavazzano ha contribuito fortemente all’apprezzamento, comunque: non tutte le pagine funzionano egualmente, a dire il vero, e la versione “bambinizzata” di Paperino e Paperone non è molto convincente per aspetto e proporzioni, ma nel complesso si tratta di un lavoro decisamente maiuscolo e ricco di fascino, specialmente nelle vignette in cui l’ambientazione selvaggia della giungla la fa da padrona.

Credo di aver detto tutto.
Grazie come sempre a chi mi ha letto, e alla prossima!

Andrea Bramini

Andrea Bramini

(Codogno, 1988) Dopo avere frequentato un istituto tecnico ed essersi diplomato come perito informatico decide di iscriversi a Scienze Umane e Filosofiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore, dove a inizio 2011 si laurea con una tesi su "Watchmen". Ha lavorato per un'agenzia di pubbliche relazioni ed è attualmente impiegato in un ufficio.
Appassionato da sempre di fumetti e animazione Disney, ha presto ampliato i propri orizzonti imparando ad apprezzare il fumetto comico in generale, i supereroi americani, i graphic novel autoriali italiani ed internazionali e alcune serie Bonelli. Ha scritto di queste passioni su alcuni forum tematici ed è approdato su Lo Spazio Bianco nel 2011, entrando qualche anno dopo nel Consiglio direttivo.

2 Comments Commenta

  1. Ma perché bisogna scrivere questi articoli continuando a inserire parole inglesi che pur hanno esatti corrispondenti in italiano? Leggere questo tipo di articoli infarciti di inutili termini in inglese è oltremodo fastidioso

    • Gentile Franco, accolgo volentieri questo tuo commento. Limitare gli “inglesismi” a tutti i costi è uno dei consigli che il direttore stesso de Lo Spazio Bianco rinnova spesso, ma che spesso dimentico di seguire, specialmente sul blog che è zona franca dai confronti redazionali.
      Diciamo che in alcuni casi è probabile che usi parole inglesi come sinonimo onde evitare ripetizioni, altre volte per vezzo.
      Cercherò di fare attenzione a evitarne un abuso, ecco, salvo circostanze in cui invece ritenga che il ricorso a un termine inglese possa essere utile.
      Per intanto, mi spiace che a causa di ciò la lettura del pezzo ti sia risultata fastidiosa.
      Spero avrai comunque la bontà di tornare da queste parti in futuro 🙂

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