Bentornati su Lo Spazio Disney!
Questo aprile è letteralmente volato: merito evidentemente della Pasqua e degli altri giorni festivi, con annessi ponti, che hanno contribuito ad alleggerire gli impegni lavorativi e a far scorrere più velocemente il tempo.
Spero che ve lo siate goduto, perché ora c’è da aspettare un po’ prima di avere un’altra convergenza astrale simile 😛
Aprile è stato anche il mese di Savix, la prima edizione del festival del fumetto di Savigliano (CN), svoltosi nel weekend del 22-23 e interamente dedicato al ricordo di Francesco Gerbaldo.
Ci tenevo moltissimo a partecipare e sono stato contento di averlo fatto, passando una bellissima e intensa giornata.
Ma bando alle ciance, tuffiamoci in quello che ci ha offerto il “Topo” nelle scorse quattro settimane: come scoprirete, rispetto allo scoppiettante marzo stavolta si è volato un po’ più bassi…
Aprile 2023: le storie da Topolino

La trovata di rendere ogni puntata una sorta di episodio pilota dell’ipotetica seconda stagione della serie di Paperina e Chiquita è al contempo la forza e la debolezza della storia: da una parte restituisce freschezza all’impianto narrativo, dall’altra la rende frammentaria. Nel complesso il risultato è però decisamente positivo, con il pregio di non riciclare i tormentoni dell’esordio (l’attore Flanella e i due sceneggiatori sono i disparte rispetto ad altri caratteristi, su cui spicca la caricatura del regista Christopher Nolan: da grande fan del cineasta, ho riso più volte alle gag e ai giochi di parole costruiti sul suo alter ego Pestifèr Nolent e la sua cinematografia) e di cercare nuove strade.
Ziche ai disegni ritrova lo smalto che effettivamente negli ultimi Che aria tira e in altre opere recenti come Love Quack sembrava appannato: stavolta il tratto torna invece fluido, morbido ed efficacemente sintetico, contribuendo in maniera sostanziale alla comicità di Siamo serie!

Lo stato senza mappa si trova un gradino sotto L’esilio dei Van Coot, per quanto mi riguarda: ma dal momento che in quel caso eravamo su vette altissime, vien da sé che la nuova avventura si pone comunque su livelli qualitativi piuttosto elevati. Il viaggio di Cornelius e dei suoi due amici alla scoperta dei giovani Stati Uniti d’America li mette a confronto con uno staterello “wannabe”, che ambisce a diventare parte dell’unione a tutti gli effetti con il segreto scopo di essere porto franco per tutti i delinquenti che volessero entrarci. La tensione narrativa e gli aspetti nell’ombra sono molto meno accentuati che nella storia di debutto, ma la sceneggiatura di Sisti è salda e sicura, oltre che storicamente accurata e documentata, e questo è un quid non da poco che regala consistenza all’impianto generale. I personaggi sono tutti scritti molto bene, inoltre, e anche se stringi-stringi siamo in fondo di fronte a una leggera variazione sul tema di una storia western, il ritmo rimane sempre alto e la storia sa appassionare.
Simona Capovilla si confronta qui con la sua prima sfida veramente impegnativa: raccogliere l’eredità del fenomenale lavoro svolto da Ivan Bigarella sulla prima storia! Pur non raggiungendo i risultati stratosferici del collega, l’artista si difende più che bene e offre un comparo grafico di tutto rispetto, piacevolmente morbido per le fisionomie dei personaggi e dettagliato per gli ambienti. Capovilla dimostra di avere la stoffa per far parte della promettente nuova generazione di disegnatori disneyani, e mi sa proprio che Cornelius come banco di prova porti bene, o sia in qualche modo sfidante e in grado di tirare fuori il meglio da chi vi si approccia.

Ma stavolta Andrea Castellan è tornato per fare sul serio: con l’invito e l’onere di ripescare una sua creatura, il villain Vito Doppioscherzo, l’autore si galvanizza e imbastisce una trama “allucinata” dove realtà e finzione si confondono in maniera conturbante e nella quale il thrilling e l’atmosfera ambigua la fanno da padroni.
Quasi inesistente la spiegazione della memoria riacquisita dal personaggio dopo i fatti narrati nella sua ultima comparsa con La neve spazzastoria, anche per l’esigenza di incastrare il tutto con la continuity del Classico Disney dedicato, ma questo non inficia minimamente sul godimento di un racconto davvero intrigante e riuscito, capace di sorprendere il lettore non tanto per la natura del plot, quanto per il modo in cui questo viene raccontato e presentato.
I disegni dello stesso Casty completano il quadro: facendo tesoro del lavoro svolto sulle storie di Macchia Nera scritte da Marco Nucci, l’artista inietta robuste dosi di inquietudine nelle sue matite pur mantenendo saldo lo stile “puccettoso” 😛 nell’aspetto dei personaggi, con risultati più che convincenti nelle sontuose scene finali. Il sodalizio con Michela Frare alle chine sembra dare ancora buoni risultati.

Al di là del tema e dell’avvenimento raccontato, devo soffermarmi subito sulla difficoltà di fruizione che ho provato verso questa avventura in tre parti: la scrittura appare infatti smorta e confusionaria, un mix che da un lato porta a cali di ritmo avvertibili sensibilmente e dall’altro un’esposizione poco fluida delle circostanze. Esco dalla lettura senza aver capito molto sull’episodio storico della spedizione toscana nelle Americhe e senza aver apprezzato nemmeno la parte puramente narrativa, fatta di blandissime trovate poco amalgamate tra loro e di una trama che non mi ha minimamente coinvolto.
Ahimè, anche i disegni di Picone hanno avuto la loro parte in questo giudizio: la crescita che stavo notando in questo disegnatore qui ha subito una brusca frenata, perché al di là dell’evidente volontà di sfruttare l’occasione per giocare con la griglia, sperimentare e lavorare anche sul character design dei personaggi, la resa finale appare povera e priva di mordente. Non comprendo inoltre quel pattern degli occhi chiusi a piè sospinto ^^’’
Sembra quasi che non si sia trovato a proprio agio in questa storia, o non sia riuscito a sentirla particolarmente sua.
Per dire, il lavoro su Le isole della cometa, di cui parlerò nel post del mese prossimo, è diametralmente opposto invece, con risultati encomiabili e al di sopra delle aspettative.

Noto con piacere che tale operazione è in crescita, almeno secondo i miei gusti: a una prima storia che non mi aveva per niente convinto ne è seguita una seconda decisamente migliore, per arrivare a questa che mi è piaciuta ancor di più. Ci si sposta da Topolino a Paperino e Zio Paperone e lo si fa con una bella caccia al tesoro: Artibani sfrutta uno degli stilemi per eccellenza del protagonista e li fa convivere brillantemente con la cultura della zona. E in effetti la nostra Italia possiede miriadi di leggende e miti che potrebbero stuzzicare la voglia di ricerca di Paperone, che nell’avventura ribadisce più volte che il motivo principale di questa sua indole non è tanto nel bene materiale che può eventualmente ottenere, quanto nel piacere stesso della quest e in quanto di nuovo può imparare nel corso della stessa.
Ho accettato di buon grado anche la deriva magica, con tanto di trasformazioni animalesche (anche perché mi hanno ricordato un po’ il film di DuckTales), che ha portato a spassosi siparietti comici.
Valido anche il lavoro del buon Pastro: una volta tanto si trova alle prese con una storia di stampo standard, che non sia un adattamento in costume, un’avventura retrò o una supereroica, e riesce a riconfermare la pulizia del proprio tratto, la cura nelle espressioni dei personaggi e la regia ponderata anche in tale contesto.

Stavolta tocca a Mr. Mouse takes a trip del 1940, che vedeva recitare Topolino, Pluto e Gambadilegno a bordo di un treno. Rispetto alla trama originaria l’idea di Artibani e Savini è quella di mescolare i ruoli che i tre personaggi avevano, creando inedite connessioni e risvolti simpatici. Spicca su tutto l’idea di vedere Pluto come imprevedibile controllore tecnologico, per il resto lo sviluppo narrativo si muove su binari piuttosto consoni, forse con qualche difficoltà a rendere efficacemente certe gag su carta.
Anche in quest’occasione è l’estetica a rappresentare il pezzo forte dell’operazione: Perissinotto si scatena e presenta il suo stile morbido e dinamico spingendo molto sulla sperimentazione, in particolare per quanto riguarda il modo di rappresentare l’ambientazione in cui si svolge l’avventura, e intervenendo anche sulla colorazione per dare al tutto un tono quasi pastelloso.

Ne parlo già, pur brevemente, perché il secondo episodio non arriverà immediatamente, diluendo la narrazione: in sostanza Zapotec viaggia con la macchina del tempo insieme a Pippo in epoca romana per risolvere un rompicapo, ma qualcosa va storto e tocca a Topolino intervenire… lo spunto è interessante e per ora di promozionale c’è davvero poco, mentre ho trovato un’avventura solida e piacevole, arricchita dal disegno sicuro e rodato di un buonissimo Perina. Attendo con sincera curiosità il proseguimento 😉

Il Pippo di Fontana funziona, è “pippesco” al punto giusto nel vivere una spasmodica ricerca del pezzo mancante dal puzzle inventato da un prozio. Lo svelamento del mistero è in realtà piuttosto telefonato, ma non rovina l’esperienza di lettura, che si avvale di altri due elementi a favore: i bei disegni di Leoni e la comparsa del cugino Posidippo, qui alla sua prima apparizione fuori dalla produzione di Roberto Moscato, cosa che mi ha fatto assai piacere perché testimonia il successo del comprimario.

Tra capricci dei calciatori, allenatori che provano a farsi licenziare per poter continuare comunque a farsi pagare fino alla fine naturale del contratto, rischi retrocessione e bilanci da far quadrare, Salvagnini parla di calcio come non si era mai fatto su Topolino, concentrandosi sugli elementi più prosaici e meno legati al gioco, ma che sono centrali nello sport reale. Lo fa in maniera per nulla pedante, ed essendo temi che spesso hanno risvolti effettivamente paradossali è anche facile riderci sopra, ma qualcosa nell’andamento e nel ritmo della sceneggiatura mi ha lasciato un po’ disorientato, come se fosse una sorta di Pillole di Pico allungato.
Insomma, non so dire se mi è piaciuta o no ^^’’ Ma sicuramente si tratta di un approccio inconsueto e tanto mi basta per ritenerla degna di nota.
Bene, credo di aver detto tutto.
Grazie come sempre a chi mi ha letto, e alla prossima!