Bentornati su Lo Spazio Disney!
Come avrete già intuito, alla fine non ho (ancora) rinunciato alla formula che da circa un paio d’anni avete imparato a conoscere, per commentare le principali storie pubblicate sugli ultimi numeri di Topolino. Contrariamente a quanto preannunciato un mese fa su queste pagine – anche se già lì non ero proprio convinto dell’idea – almeno per il momento continuo con la struttura a post omni-comprensivi: per un verso perché devo ancora capire come organizzare l’alternativa che avevo immaginato, per un altro perché questo febbraio ormai agli sgoccioli ci ha portato diverse storie interessanti e di un certo peso, per cui restringere il campo giusto a 2-3 teste di serie sarebbe stato difficile, oltre che ingiusto nei confronti delle illustri escluse.
Si va avanti così, allora, finché mi reggono le forze 😛
Al contrario, per le varie pubblicazioni ho invece avviato la rivoluzione, eliminando l’appuntamento che offriva una panoramica pseudo-completa delle uscite: dovreste averne già avuto conferma la scorsa settimana leggendo il pezzo dedicato al solo Grandi Classici del mese.
Ma ora, bando alle ciance, ché come si diceva di carne al fuoco ce n’è tanta!
Febbraio 2023: le storie da Topolino

La prima storia del progetto a non ispirarsi a un romanzo del grande scrittore segna forse il momento più felice della saga: Artibani infatti lancia la fantasia a briglia sciolta per creare un episodio ricchissimo di azione, dotato di un ritmo frenetico e ricco di svolte narrative, al contempo in grado di esplorare alcuni segreti fondanti sulla figura del protagonista, che appariva fin dall’inizio piuttosto enigmatico.
Personalmente la spiegazione offerta sull’identità di Pippo-Nemo non mi ha convinto al 100%: in parte perché mi sembra una soluzione poco originale e quindi un po’ “pigra”, e in parte perché la vedo come una contaminazione di generi che non mi pare incastrarsi bene con le atmosfere della serie e del materiale originale di partenza.
Ma queste sono considerazioni personali: a livello tecnico la sceneggiatura è scritta magistralmente e infatti si arriva a questa rivelazione con i giusti tempi e i giusti modi, preparando degnamente il terreno e gestendo bene il climax.
Fondamentale come sempre l’apporto del Pastro, che asseconda il gusto per l’avventura classica e la cifra steampunk e visionaria dell’amico Artibani con un tratto elegante e incisivo, perfetto per creare la giusta atmosfera e accompagnare i toni di una storia solida e importante. Alcune scene si aprono a idee e suggestioni veramente appaganti alla vista, rilanciando di molto la qualità del prodotto finito, anche grazie all’importante contributo ai colori di Irene Fornari.
Insomma, al netto di quell’idea lì, esco comunque soddisfatto dalla lettura e ne voglio ancora!

Ancora una volta Nucci dimostra di essere particolarmente in sintonia con il mood dei racconti che vedono al centro i giovani nerd di Paperopoli, usandoli come efficace contesto per sviluppare trame che guardano a fondo dentro ai personaggi, ragazzi e adulti.
È stato così in Vent’anni dopo, è stato così in Sipario ed è così ora, con una storia decisamente matura e di grande sensibilità, capace di concentrarsi con la giusta delicatezza sulla figura di Ray e sull’insicurezza che lo attanaglia, in particolare verso le sue qualità artistiche. L’autore è abile nel raccontare i turbamenti connessi a quella sensazione, gli sbalzi d’umore e il timore di non valere granché in un percorso di rivalutazione di sé stessi che riesce ad essere quasi per nulla retorico.
E Paperinik, in tutto questo, che c’entra? C’entra, c’entra, perché l’eroe funge qui da simbolo e ispirazione per Ray: non solo in qualità di protagonista del fumetto che il ragazzo realizza insieme a Qua, ma anche perché nel momento più buio sarà lui a sollevare il morale del giovane dandogli la forza e la carica necessarie.

Ottimo lavoro di Ermetti ai disegni: l’artista tocca qui vette finora non ancora raggiunte, il tratto si fa sempre più attento e morbido, i suoi personaggi sono vivi e dinamici e le vignette composte con grazia. Grande prova anche nel modificare il suo stile per simulare i disegni di Ray, trovando quindi una possibile chiave di lettura per immedesimarsi nel tratto di un wannabe fumettista alle primissime armi.

Le mie prime impressioni, come ricorderete, erano stato piuttosto positive, e anche a ciclo concluso riconfermo il mio apprezzamento per l’operazione. Fontana ha trovato il giusto modo per omaggiare senza sconvolgere il materiale classico di partenza, confezionando storielle senza particolari ambizioni che riescono nel loro intento di intrattenere e di far tirare il fiato tra una storia lunga e un episodio di una storia a puntate. Leggere, divertenti e simpatiche, queste avventure di stampo quotidiano sono state qualcosa di veramente piacevole, anche grazie ai fenomenali disegni di un Intini scatenatissimo e da mascella spalancata. Mi spiace invece rilevare come Ziche mi sia sembrata un po’ meno in forma, con un tratto più ingessato rispetto alla sua media. Restano buoni disegni anche i suoi, che rendono bene le dinamiche in scena, ma che non danno il massimo di quello che solitamente offrono.

Artibani, affezionato allo scapigliato alieno alla perenne ricerca della sua moneta-disco volante, ha fortemente voluto scrivere una storia che compisse il suo arco narrativo, rimasto aperto e in sospeso, volontà rafforzata dopo la scomparsa di Chendi un paio d’anni fa.
Lo fa in maniera delicata, guardando direttamente agli stilemi narrativi dello sceneggiatore ligure e costruendo una trama semplice ma movimentata, che in meno di 30 tavole fa viaggiare per il mondo Ok Quack e Paperino tra tante gag e molto divertimento.
Una storia che sembra effettivamente venire da un altro tempo, pur mantenendo alcune cifre stilistiche di Artibani: i dialoghi in primis, ma anche la figura della sorella Tsk-Tsk Quack che arriva sulla Terra per riportare a casa il fratellino racchiude diverse caratteristiche artibaniche.
Non mi sono innamorato in maniera assoluta di questa storia, se devo essere onesto, pur riconoscendone i pregi ed essendomi divertito a leggerla, forse anche per via dello scarso feeling che ho con Ok Quack: se l’aveste chiesto a me non avrei mai definito necessaria una storia che concludesse le vicende del personaggio, ma le abili mani dell’autore romano sono riuscite anche stavolta a convincermi.
Buoni i disegni di Facciotto, specialmente nel visualizzare i suggestivi panorami di terre lontane del nostro pianeta. Non mi ha convinto in ogni pagina, in realtà, alcune cose mi hanno fatto rimanere un po’ freddino, specialmente nel viso di Paperino, ma nel complesso non mi lamento.

La trama appare promettente, finora: un percorso di maturazione ambientato in un periodo storico molto particolare, interessante e poco esplorato nel fumetto Disney, e una storia di viaggio fatta di imprevisti e pericoli… Avete la mia attenzione, insomma 😉

Non è la prima prova da autore completo di Coppola, e nemmeno la prima volta alle prese con un giallo: ma, rispetto al dittico Il caso elastico / L’affare Pigam, che al netto del collegamento a sorpresa mostrava alcuni limiti, in quest’occasione il fumettista ha imbastito secondo me un intreccio solido e convincente. Spostandosi più nei territori del thriller che del giallo in senso stretto, Coppola mette in scena uno spunto piuttosto interessante e sufficientemente losco/misterioso per poi svilupparlo intelligentemente attorno a personaggi nuovi e funzionali che accompagnano Topolino.

Sul fronte dei disegni sono invece più combattuto: il tratto molto classico e pulito di Coppola da un lato si presta a una narrazione dall’impianto piuttosto tipico nella tradizione disneyana italiana, dall’altro forse rischia di avere meno mordente rispetto a stili più complessi o perlomeno tendenti al “noir”. C’è da dire però che le scene in notturna riescono a restituire le giuste vibes (anche grazie agli azzeccati colori di Putra Shah Bin Bin Abd Jalil), e che mi è piaciuto molto il character design del ragazzo e della tipa che aiuta Topolino.
Sono molto più critico sul modo di rappresentare alcuni oggetti di uso comune con una visione antica e superata: sì, sto pensando ai telefoni a disco (!) con cornette esageratamente grosse che si vedono nelle prime pagine e che ho trovato davvero innaturali in una storia ambientata nel 2023.

Rispetto ad altri esperimenti del genere, questo mi pare più accattivante come spunto di base e già questa avventura di esordio mi ha convinto: certo, ormai sto iniziando ad accusare l’abuso di Klondike, pare che non ci sia modo per approfondire il Vecchio Cilindro se non quello di focalizzarsi sui suoi anni da cercatore d’oro (e pensare che “ai miei tempi” era un argomento quasi tabù), però Bosco al di là dell’ambientazione scrive una storia solida, che coinvolge il lettore e restituisce un buon Paperone in alcune delle sue migliori qualità. Si tratta di un’opera molto basica, di per sé, ma che porta a casa onorevolmente il risultato senza l’esigenza di strafare, “semplicemente” raccontando qualcosa di interessante e ben scritto.
Cavazzano ai disegni è un po’ altalenante: i personaggi delle prime tavole sembrano soffrire un po’ di quell’aspetto eccessivamente rigido che li connotava in Fama di un paio di mesi fa, ma con il procedere delle tavole il segno si “scioglie” e le figure ne guadagnano in morbidezza. Resto invece ammirato, con tanto di occhi sgranati, di fronte ai magnifici panorami che il Maestro propone nelle sue vignette, che con dovizia di particolari mi hanno trasportato nei freddi e selvaggi scenari del passato di Zio Paperone tra foreste, alberi e fiumi. Meraviglia!

Il setting era effettivamente suggestivo, le dinamiche tra i personaggi molto buone e il Paperone che vi compare è ben caratterizzato. Peccato per il bisogno di inserire la parentesi con i malviventi, decisamente a muzzo e fuori luogo come già accadde per Nuovo Cinema Paperopoli: una scelta scellerata che va a minare l’equilibrio narrativo impostato fino a lì.
I disegni del minore dei fratelli Pastrovicchio sono eleganti: meno ricercati di quanto visto in Viaggio nella luna, si presentano comunque con una certa ambizione anche in una storia dai toni più dimessi come può essere questa, portando a casa un buon risultato.

In questo caso non ho assistito al disastro che prometteva un team-up tra Archimede e Dinamite Bla… ma l’abbiamo comunque sfiorato. Onestamente non comprendo le parole spese dal direttore per tale progetto, che dovrebbe farci comprendere nuovi lati di entrambi gli attori in gioco ma che in realtà non fa che riproporre le caratteristiche/stereotipi dei due accentuati per esigenze di contrasto tra le rispettive nature.
Si fa leggere, ma è tremendamente prevedibile e soprattutto non aggiunge nulla né ad Archi né al buzzurro: anzi, quel poco che viene cambiato nell’equazione, smussando il carattere arcigno di Dinamite alla luce dell’atteggiamento dell’inventore paperopolese, intacca in maniera negativa il campagnolo perché lo travisa in una delle sue (poche) caratteristiche fondanti.
Insomma, non proprio una storia memorabile. Va meglio sotto il profilo dei disegni, anche se non ravviso nulla di particolare da evidenziare: il tratto semplice di Cabella comunque ben si confà al tono della narrazione.


Questa caccia al regalo per Nonno Bassotto, con annesse figure barbine subite dal trio, è una storia per me insapore, che non mi ha detto molto né come trame in sé né sui personaggi coinvolti, e per giunta dotata di un finale anticlimatico.

Certo, la narrazione di Gagnor è improntata all’umorismo nei confronti del banditi, ma se la gioca in maniera molto più appropriata perché, nonostante sfrutti la dabbenaggine dei Bassotti per fargli subire diverse difficoltà comiche, non va a umiliarne le figure spogliandole di quel minimo di dignità. Impegnandoli in una missione di rilievo, ancorché paradossale, si fa loro un miglior servizio che metterli alla ricerca di un regalo per il nonno ma anche rispetto all’ennesimo tentativo di assalto al Deposito senza verve. E si mantiene comunque l’elemento di divertimento.
Molto buona, insomma, e ben servita dai disegni di un Tosolini piuttosto ispirato: i suoi Bassotti in particolare sono realizzati con il giusto piglio, “sformati” in maniera da apparire con una fisicità peculiare, soprattutto nella forma dei volti.

Anche De Lorenzi mi è sembrato qui piuttosto spento, rendendo l’opera anche esteticamente poco interessante.
Bene, credo di aver detto tutto.
Nelle prossime settimane, su queste pagine, vi aspettano un corposo approfondimento su un autore, la recensione del nuovo numero di Almanacco Topolino e un nuovo episodio della rubrica “In gabbia!”
Stay tuned!