Bentornati su Lo Spazio Disney!
Dopo il post sulle uscite di settembre, è tempo di dedicarmi alle storie pubblicate su Topolino nel corso del medesimo mese, concluso da appena cinque giorni.
Settembre 2021: le storie da Topolino
Mi piace aprire le danze riproponendo lo spot televisivo che pubblicizza il pocket in occasione della nuova stagione editoriale.
Lo inserisco perché per la prima volta, in un’occasione di réclame come questa, si mette l’accento sulle storie, in particolare sui progetti di punta in arrivo nei prossimi mesi, dando delle vere e proprie anteprime e cercando quindi di catturare l’attenzione del pubblico mettendo in primo piano il prodotto artistico, invece del gadget di turno o di elementi che dovrebbero essere di contorno ma che molto spesso vengono mediaticamente usati per “accalappiare” la gente.
Un primo passo in tal senso era stato fatto proprio un anno fa, con una pubblicità che valorizzava l’albo in sé e per sé, ma stavolta ci si muove in modo molto più deciso nel ricordare a tutti che la centralità di Topolino è data dai fumetti. Un manifesto dell’era Bertani, direi, e un’operazione che mi ha piacevolmente sorpreso, da appassionato. Come ha detto un mio amico: “Sarei impazzito dall’hype da ragazzino per un trailer così”, sensazione che condivido.
https://www.facebook.com/TopolinoMagazine/posts/10159465471508088

Inizialmente annunciata in un editoriale di Alex Bertani come la conclusione definitiva della serie, sembra aver ricevuto così tanto calore da parte dei lettori da determinare un ulteriore proseguimento, secondo le parole dell’autore sul suo profilo Facebook.
La dinamica è peculiare per le tempistiche con cui si è svolta, molto strette nel far cambiare destino al progetto, e anche perché ero rimasto in primis molto sorpreso di sapere che Paperbridge avrebbe già dovuto esaurirsi: l’impressione, al momento del varo di un anno fa, era infatti quella di essere di fronte a un’iniziativa che avrebbe dovuto avere lunga vita, magari non come Fantomius di cui è una sorta di spin-off, ma comunque non certo esaurirsi in due stagioni, di cui la seconda anche più breve della precedente. Del resto la carne al fuoco era tanta e difficilmente si sarebbe potuta risolvere degnamente in così poco spazio. Forse i tanti progetti paralleli dell’artista avevano portato a questa decisione… sia come sia, Paperbridge continua e personalmente ne sono lieto: le avventure del giovane Quackett sono interessanti perché Gervasio è bravo nel creare un’atmosfera di sicuro appeal. Lo stesso setting del college aiuta in tal senso, con i suoi segreti da svelare in notturna alternati alle lezioni diurne, e l’autore lo sfrutta per imbastire trame riuscite. 
Al netto di questo, è però il contorno che continua ad avvincermi: la tormentata e complessa relazione tra Quacky e Beth, il modo in cui viene costruita la psicologia di colui che diverrà il ladro gentiluomo, la sua amicizia con Tommy e le quest all’interno del college, che soprattutto nel secondo episodio mi hanno ricordato molto le vibes da Harry Potter, in particolare nei primi romanzi della serie.
I disegni dello stesso Gervasio sono efficaci negli sfondi, nelle ambientazioni, negli interni, offrendo vignette anche piuttosto ispirate; personalmente non ravviso però la stessa cura nei personaggi, che in alcuni casi assumono posture che non mi convincono granché o espressioni del viso un po’ troppo “fisse”. Anche questo suo Cuordipietra non mi piace particolarmente come aspetto. In altri casi però ho trovato anche figure papere piacevoli, in particolare quelle femminili (Beth, Belle).
Paperbridge è un progetto che ha grosso potenziale: gli ingredienti ci sono tutti, occorre però trovare il modo di amalgamarli al meglio, cosa che stavolta non è riuscita appieno. Specialmente questa deriva su Cuordipietra mi è apparsa un po’ fine a sé stessa ed estranea ai caratteri che la serie aveva mostrato nel 2020.

La coppia di sceneggiatori Artibani-Troisi, non certo alla loro prima collaborazione, dimostra di avere un’idea molto molto buona, nella sua semplicità, e di voler costruire attorno ad essa un impianto narrativo piuttosto curato e intelligente.
Ducktopia parte infatti come il “solito” fantasy, ne possiede tutti gli elementi canonici, che appaiono a metà tra la citazione e la parodia di certi topoi, tanto nel racconto quanto nei caratteri dei personaggi.
Il meccanismo è assolutamente voluto, non solo per portare una sorta di “adattamento” ben fatto e pedissequo di questi stilemi, ma anche in vista del ribaltamento di prospettiva che conosciamo nel cliffhanger del secondo episodio. Un colpo di teatro che poteva portare a un crollo del castello di carte così come a un’evoluzione sorprendente e ben giocata. Per quanto mi riguarda, ci troviamo pienamente in questa seconda situazione: l’esito di tale trovata – ripeto, molto semplice ma sviluppata egregiamente – è quello di rendere la saga qualcosa in più dell’ennesima declinazione fantasy del fumetto disneyano, ma una “porta sui mondi” decisamente stuzzicante.
La suddivisione in tre episodi funziona in base alla struttura di cui sopra, anche se devo muovere un appunto per quanto riguarda la scena di guerra della seconda puntata, assolutamente troppo frettolosa e quindi trattata in maniera riduttiva nell’economia della vicenda. Peccato.
Francesco D’Ippolito è qui in uno stato di grazia: si è impegnato tanto e si vede, il suo tratto – che già apprezzavo – tocca qui nuove vette, la cura nei dettagli si riscontra negli abiti e nell’aspetto dei personaggi, ma soprattutto nell’aspetto dei mostri (i draghi in particolare, con un disegno che sposa brillantemente l’estetica disneyana con quella di Bone e di Miyazaki) e nella costruzione delle tavole, dove la griglia viene sovente sovvertita in favore di vignette che si incardinano in maniere inedite, spesso sfruttando elementi interni agli stessi riquadri, o di splash page di sicuro effetto.
Un lavoro coi fiocchi che impreziosisce ulteriormente una storia maiuscola e pienamente soddisfacente.


Per ora ritengo che siamo di fronte a una storia “didattica” che fa di tutto per non far pesare di esserlo, e l’abilità di Sisti fa sì che l’intento sia raggiunto. Dante e la Divina Commedia, idea “commissionata” dalla redazione nell’ambito delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, non sono infatti uno scomodo perno attorno a cui deve ruotare la vicenda, ma sono semmai la molla che porta Zio Paperone a caccia di un ennesimo tesoro, culturale ma con possibili ritorni economici. Il fulcro del racconto diventa quindi la cerca che lo Zione, Paperino e Qui, Quo, Qua compiono in Italia insieme alla famiglia Quagliaroli, già introdotta da Bruno Enna in due saghe precedenti. La personalità di Paperone è ottima, il personaggio risulta vivo, vitale e caratterizzato in maniera azzeccata e piacevole, mentre la storia si concentra sulla missione, tra tappe e imprevisti. Certo, alcuni espedienti non funzionano come dovrebbero – i retrocchiali, bella idea che permette di visualizzare le città italiane al tempo di Dante, non sono forse sfruttati appieno come sarebbe logico fare in alcuni frangenti, e il misterioso avversario che mette i bastoni fra le ruote ai protagonisti è fin troppo facilmente intuibile – ma nel complesso l’impianto regge e la lettura scorre bene. Forse solo il terzo episodio dà l’impressione di girare un po’ a vuoto, ma niente che comprometta il tutto.
Alessandro Perina, ormai un veterano, fa un ottimo lavoro sia con i personaggi – modellati sullo stile del Cavazzano primi anni 2000 – che sulle ambientazioni, restituendoci la bellezza dei luoghi del Bel Paese in cui i personaggi si muovono.
Il mese prossimo tirerò le fila del Centounesimo Canto alla luce dell’ultimo episodio.

La fantascienza pura fa capolino sul settimanale dopo diverso tempo (da Star Top, direi) e per l’occasione Gervasio torna a utilizzare il cast topolinese dopo molti anni di frequentazioni papere; il primo episodio è poco più di un’introduzione del setting e delle “nuove identità” dei personaggi noti, che occupa tre quarti della durata, ma c’è spazio anche per l’azione vera e propria sotto forma di un grosso meteorite che mette nei guai la stazione spaziale su cui Topolino Tomorrow è appena arrivato come nuovo comandante.
L’idea in sé e come viene sviluppata sono in realtà la quintessenza dei cliché fantascientifici spaziali, ma essendo il tutto un grosso omaggio a quel tipo di narrativa posso vedere la cosa attraverso la lente del rimando voluto. In fondo quello che conta è il modo in cui le cose vengono raccontate e l’autore gestisce bene quei passaggi, determinanti per la caratterizzazione di questo Mickey. Anzi, il modo in cui il protagonista appare è forse l’elemento più interessante della saga, finora, perché ci viene mostrato come malinconico e insicuro, per quanto pronto a sfoderare impeto e capacità di decisione nei momenti critici. Non da meno il mistero sotteso a questa base e all’incarico assegnato a Topolino dagli alti vertici, che appare effettivamente stuzzicante.
Insomma, la serie mi ha preso e salgo felicemente a bordo della Sole Nero 🙂

Topolino, le origini – Casa dolce casa di Danilo Deninotti e Carlo Limido (n. 3436) si pone sulla scia recente di questa tanto vituperata serie. Osteggiata anche da me, beninteso, perché l’idea alla base continua a rimanere sbagliata, goffa e ridondante per quanto mi riguarda, ma perlomeno rispetto agli esordi (quando anche le singole sceneggiature mi apparivano noiose e poco coinvolgenti) sembra che ora si sia trovata la quadra almeno sul modo di scrivere le trame verticali. Niente reboot dei primi incontri con comprimari di lusso e niente sviluppi sconclusionati, ma una storia che si regge sulle sua gambe e che, pur non essendo niente di particolarmente memorabile e al netto del “peccato originale” che si porta dietro, ha una sua ragion d’essere per quanto riguarda l’evoluzione dei rapporti tra i personaggi e non mi ha fatto venire voglia di lanciare il “Topo” fuori dalla finestra 😛 è già qualcosa, direi!
Il merito è anche di Limido: il suo tratto mi piace molto fin dagli anni Novanta e trovo che mantenga intatte anche oggi la freschezza e la dinamicità che lo hanno sempre contraddistinto.

Pippo e la polka del fachiro di Rudy Salvagnini e Blasco Pisapia (n. 3432) è un’adorabile breve nella quale Salvagnini diverte e intrattiene con un’idea surreale ma a suo modo poetica. Il tratto classico di Pisapia si dimostra l’ideale per rappresentare la levità della sceneggiatura, e l’ho trovato migliore rispetto alle sue precedenti prove con i Topi, sui quali non mi ha mai convinto.

Non mi ha entusiasmato nemmeno Zio Paperone e il tesoro del golfo di Parma di Alessandro Sisti e Giampaolo Soldati (n. 3435). Sisti è un signor sceneggiatore e compensa con certi dialoghi e con la caratterizzazione sempre azzeccata della famiglia dei Paperi una trama che mi ha detto ben poco e che al contrario del Centounesimo Canto sembra essere drammaticamente prigioniera dell’intento didattico (in questo caso parlare di Giuseppe Verdi). L’autore prova a imbastire una trama che sia indipendente dalla celebrazione del compositore, ma in realtà mi è apparsa un po’ piatta, con trovate narrative poco ispirate e con “equivoco dialettico” nella caccia al tesoro dello Zione che dovrebbe rimanere misterioso fino alla fine ma che mi è invece apparso palese nel suo verso significato fin dall’inizio. Anche sul concetto del golfo (mistico) del titolo si traccheggia forse un po’ troppo; capisco che possa essere un concetto meno immediato per i più giovani, ma c’era forse un altro modo per rivelarlo anche a loro senza “penalizzare” chi ne conosce invece il significato.
Soldati fa il suo, il risultato grafico non è eccellente ma nemmeno insufficiente.

In questo caso, anche mettendo da parte l’indulgenza verso l’origine di questo soggetto – nato dal vincitore di un corso in una scuola di fumetto – devo dire che il risultato appare tutto sommato decente. Diverte in effetti vedere Paperoga trasformato dalla magia di Amelia in una persona attenta e professionale, soprattutto quando una scintilla del suo solito carattere riesce comunque a fare capolino mandando all’aria i piani della fattucchiera. Certo è che alcune forzature non mancano (il comportamento di Paperone verso il nipote e verso Miss Paperett mi lascia perplesso, e anche il piano di Amelia non mi appare così lineare), ma al netto di alcuni scivoloni la storia è scorsa via leggera, innocua e per me indolore.
Infine Zio Paperone e la regina del mare di Gabriele Mazzoleni e Davide Cesarello (n. 3434) rappresenta la quota tradizionale e lo fa bene. Non sono, almeno in questa fase della mia vita, di quelli che lamentano una trama di stampo classico perché già vista. Il “già visto” – che ho criticato poc’anzi – lo condanno quando si limita a una stanca riproposizione di dinamiche stantie senza una reinterpretazione o comunque un po’ di verve, ma in questo caso la tipica sfida tra Paperone e Rockerduck, pur seguendo tutti gli stilemi del genere, mi ha intrattenuto bene. Sarà per la presenza dei soli Qui, Quo, Qua senza Paperino, sarà per l’ambientazione marittima e l’idea della gara di navigazione, sarà per i pericoli che i protagonisti conoscono e come li affrontano, fatto sta che ho avuto piacere nel trovare questa piccola storia semplice in coda al libretto che la contiene. Anche Cesarello mi ha convinto, nonostante sui Paperi non mi sia mai piaciuto troppo.
Ecco, queste le storie di settembre su cui secondo me valeva spendere qualche parola.
Come sempre, se volete potete dire la vostra nei commenti 😉
Alla prossima!
Ciao!