Chi recensisce i recensori?

Premessa: le recensioni che più hanno contribuito a influenzare le mie letture, orientare le mie scelte e di conseguenza a cambiarmi la vita dicevano più o meno tutte così “questo fumetto è bellissimo leggilo”. Non una parola di più o di meno.

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Statler e Waldorf i due più celebri critici del Muppet Show

Grazie all’Internet 2.0 mi capita spesso, e ultimamente molto più frequentemente, di imbattermi in commenti e giudizi sul mondo della critica fumettistica nostrana e della sua valenza, si discute sulla competenza di chi scrive recensioni ed articoli, di linee editoriali e via dicendo…
Per questo volevo proporre questo spunto di riflessione, non tanto per “dire la mia” (perché diciamocelo: chissenefrega) o perché mi senta in grado di dispensare lezioni a destra e a manca quanto per capire un po’ meglio quello che ci si aspetta da uno come me che vuole solo dire alla gente: “questo fumetto è bellissimo leggilo”.
[Ovviamente la riflessione è al netto delle risposte stizzite di certi autori che mal digeriscono le critiche negative e anche dei commenti dei supermegafan (o supermegahaters) che tendono ad essere poco obiettivi.]

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da “Dork!” di Evan Dorkin

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da “Dork!” di Evan Dorkin

Il punto nodale della discussione sembra quindi essere quello della competenza: è strano che se ne dibatta tanto perché credo che essere competenti nel proprio lavoro, anche se lo si fa per passione e non si becca una lira, sia un requisito scontato. Mi pare chiaro che chi voglia proporre una recensione di un fumetto debba quantomeno conoscere un minimo il linguaggio stesso, come “funziona” e qual è il background storico-culturale dell’albo che si appresta a recensire. Secondo molti è indispensabile avere anche una formazione più tecnica, conoscere le basi della scrittura creativa, del disegno ed anche del metodo critico.
Comprendo questo punto di vista, ne sono stato a lungo fervido sostenitore e tuttora lo condivido in parte ma ha il grande difetto di non tenere conto di almeno un fattore in campo: il lettore di fumetti.

Il 90% dei lettori infatti queste competenze non le ha e non le vuole avere. Compra un fumetto, lo legge e dice “bello” oppure “brutto” e basta. Perché? Boh? Perché gli piace. Perché “de gustibus”. Perché sì.
Per cui tutti i nostri articoli fatti di “significante e significato”, di regia della tavola, di dotti rimandi ad Apocalittici e integrati a cosa servono? Probabilmente solo a sentirci più fighi.

Quindi tutta questa competenza è inutile?
No. Come detto sopra la competenza è indispensabile per fare il proprio lavoro in qualunque campo, a maggior ragione in uno in cui il peso giudizio soggettivo è così preponderante.
A questo punto dovrei aprire una parentesi sul ruolo della critica.

Qual è lo scopo di una recensione? A chi ci rivolgiamo?

  • Prima ipotesi: la critica è uno strumento di analisi e si rivolge a quel 10% che ha gli strumenti per comprendere le nostre lunghe dissertazioni.
  • Seconda ipotesi: la critica è uno strumento di divulgazione che si rivolge a quel 90% di cui sopra cercando di offrire chiavi di lettura e dati oggettivi al servizio di chi il fumetto l’ha letto o lo leggerà.

(NB: tra questi due estremi si collocano miliardi di sfumature e metodi personali ma diciamo che come macro-categorie vanno bene.)

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“The Critic” serie TV creata da Al Jean e Mike Reiss

Personalmente trovo la prima ipotesi un po’ inutile visto che quel 10% è composto perlopiù da autori e critici di fumetti e per citare Tarantino “Beh, non è ancora il momento di cominciare a farci i pompini a vicenda”.
Nel secondo caso invece direi che siamo di fronte ad un servizio nel quale la competenza è al servizio dell’intento comunicativo.
Ovviamente qualcuno inorridirà alla prospettiva di “recensioni for dummies” ma il nodo sta lì: quanto più semplifico il linguaggio tanto più raggiungo un pubblico potenzialmente più ampio.
“Semplificare il linguaggio” non vuol dire esprimersi come dei trogloditi, vuol solo dire veicolare un contenuto tramite la forma più accessibile a disposizione. L’hanno capito gli youtuber (a prescindere dalle considerazioni sul narcisismo di molti di loro) che evitano in toto la barriera della comunicazione scritta (che però poi uno si domanda quali e quanti fumetti possa leggere uno che preferisce vedere un video piuttosto che leggere ma vabbè), l’hanno capito le pagine Facebook come “Cup of Pino” o “Uncanny Comics” che fanno della sintesi, a scapito dell’analisi, la loro carta vincente. Senza scomodare studi e ricerche sui tempi di permanenza medi sulle pagine web basta dire che sintesi e chiarezza sono due concetti fondamentali… e quest’articolo è già troppo lungo!

Detto questo è mia personalissima opinione che ci sia però un “minimo sindacale” sotto il quale non si può andare. La sintesi estrema scade nell’inutile, recensioni quali “questo fumetto è bellissimo leggilo” valgono solo quando a farle è una persona che conosci bene e di cui ti fidi altrimenti è un grosso “meh!“.
Per cui si prova (ci provo) a raggiungere un accettabile compromesso tra analisi e divulgazione in modo che qualcuno possa dire: “ho letto quella recensione e ho deciso di acquistare Amazing Coso #37” perché, alla fin fine, se ho deciso di lavorare “aggratis” per un sito di informazione sui fumetti è solamente perché voglio condividere la mia passione. Certo, in questa maniera si rimorchia poco ma pazienza…

“Chi analizza testi a fumetti, testi letterari o testi di qualsiasi genere, dovrebbe sentirsi come l’antropologo o l’etnologo che studia le usanze e i comportamenti di una tribù lontana, e che lo fa, tra l’altro, perché ama e rispetta le persone che osserva… E’ il tentativo da parte di un appassionato di capire le ragioni della propria passione per un testo in modo da poterle comunicare ad altri” (Daniele Barbieri, “Il pensiero disegnato”)