
Così va la vita, forse anche la storia, sicuramente la vita di redazione qui a Lo Spazio Bianco (aka lospaziobianco.it).
Ricordi di vecchio collaboratore: primi anni 2000, la redazione era quasi interamente maschile e le discussioni ruotavano accanite e sanguigne attorno al fumetto. Intorno al 2010 è accaduto qualcosa di memorabile: sono arrivate le ragazze (e continuano ad arrivare: oggi sono oltre il 40% della redazione). ((Consentitemi la sineddoche “ragazze” per “genere femminile”. Per i maschi: uso “ragazze” nel senso in cui Jennifer Spark è la “ragazza del XX secolo” – nessuna questione anagrafica.))
E qui salta fuori il punto: scoprimmo che le ragazze NON leggono fumetto. Ce lo scrivono le nostre collaboratrici quando si presentano in redazione, me lo hanno confessato amiche e colleghe, lettrici curiose.
Le ragazze non leggono fumetto, leggono graphic novel.
Si tratti di Sandman o de L’elenco telefonico degli accolli: non li chiamano fumetti, li chiamano “graphic novel”. (Ricordatevelo, cari maschi appassionati, quando provate ad attaccare bottone con una lei che avete visto con un volume in mano: non è un fumetto, è una graphic novel).
E questa è la vera ragione, il vero senso, la vera visione alla base della promozione di questa denominazione (“graphic novel”, per chi si fosse distratto): qualunque statistica conferma e ribadisce che il genere femminile legge ben di più di quello maschile. Superare la barriera di genere significa aprire un mercato assai più vasto dell’attuale (manga? no, dai, di quelli parliamo un’altra volta).
“Fumetto” è un termine irrimediabilmente bollato come “per maschi”; di peggio forse solo le riviste “per soli uomini”, che facilmente permutano in “per uomini soli”. E la stessa deriva semantica ha trascinato anche il termine “fumetto”, particolarmente in un certo immaginario che non aveva la parola per quello che oggi chiameremmo “nerd” od “otaku” (ma dei manga parleremo un’altra volta). I nomi sono importanti, le parole sono importanti (altrimenti, perché sottolineare che “in principio era la parola”?).
E quelle che leggono manga, insisterete voi? Va bene: parliamone ora.
Anche perché ci aiutano a porre un’ulteriore questione. Le ragazze che leggono manga sono una folla e, a differenza di quelle che comunque leggono produzioni occidentali, frequentano assiduamente il seriale. È un dato di fatto che indica chiaramente come non ci sia nemmeno un problema di serialità vs. romanzo, ma di tematiche e scrittura. Banalmente (oggi solo pensieri banali), questo ci indica che il seriale occidentale non offre granché di interessante per le lettrici. Parentesi per complicare le cose: ho chiari ricordi dalla seconda metà degli anni 1980 di molte ragazze che leggevano «Dylan Dog». Da qui, tornando alle parole e ai loro significati, nasce un ulteriore rischio semantico: che “fumetto” finisca per significare “seriale occidentale”. Almeno per le ragazze, che sono coloro che ci stanno a cuore.
Va bene, tempo di chiudere.
Con un’ultima notazione.

Sempre con l’eccezione del campo dei manga, la penuria di lettrici si riflette in una diffusa penuria di firme femminili sui siti che trattano di fumetto (e anche di graphic novel). Propongo due possibili spiegazioni.
- La prima: l’ambiente della divulgazione e della critica della nona arte è percepito come “maschile”, con tutti i difetti e le barriere di entrata del caso, compresi i problemi di comunicazione ed empatia (“Poche ragazze da quelle parti“).
- La seconda: le ragazze scrivono (quasi) tutte su Lo Spazio Bianco.
Se ti interessa l’argomento, leggi anche (attenzione, sono pezzi più impegnativi!):
- Ettore Gabrielli: Chiamalo come vuoi, ma resta un fumetto!
- Marco d’Angelo: Tu chiamali, se vuoi, graphic novel
