Chi è Lo Spazio Bianco: Sara Dallavalle

Chi è Lo Spazio Bianco: Sara Dallavalle

Per l’appuntamento alla scoperta di chi sono i collaboratori de Lo Spazio Bianco, intervistiamo Sara Dallavalle, che da poco più di un anno fa parte della nostra redazione.

sara dallavalle_LSBCiao Sara, tocca a te: presentati ai lettori!
Ciao fumettofili e associati! Mi chiamo Sara, ma negli ultimi tre anni mi sento sempre chiamare Sèrrra, perché vivo per la maggior parte del tempo a Bloomington, Indiana (USA), dove mi sto addottorando in letteratura italiana… Come dico sempre anche agli agenti di dogana in aeroporto: no, studiare italiano all’estero non è una scelta così strampalata, specialmente quando hai ottimi professori!.
Da un paio di anni ho iniziato a occuparmi seriamente di fumetto, e diciamo che sto pian piano cercando di recuperare quello che mi sono persa negli altri [tot] anni di vita. Per esempio, in questo periodo sto leggendo gli splendidi numeri di Orient Express, con storie di Magnus, Giardino e Cavezzali (tra gli altri), che consiglio caldamente.

Come hai conosciuto LSB e di cosa ti occupi all’interno della nostra squadra redazionale?
Allora, ho conosciuto LSB relativamente di recente, nel 2014, quando ho seguito un corso di fumetto alla Indiana University, e il mio professore mi ha consigliato LSB, definendolo un ottimo sito, con recensioni interessanti e, soprattutto, informate. Poi, siccome la passione per il fumetto è cresciuta fino a diventare àmbito di studio, ho pensato che entrare a far parte della squadra mi avrebbe aiutato a espandere le mie ancora acerbe conoscenze. Pur non essendo tra i collaboratori più attivi, LSB mi fornisce una piattaforma di dialogo veramente insostituibile, nella quale mi inserisco con recensioni (per ora – a causa del lavoro – poche, purtroppo), revisioni e traduzioni.
Sono particolarmente legata al mio ruolo di revisore, perché mi permette di entrare in contatto con gli altri collaboratori, conoscerne le opinioni, imparare dalla loro esperienza, mentre li aiuto a limare la forma. Sembra forse di poco conto, ma sono convinta che avere una squadra di revisori attenti e preparati (come lo sono tutti i miei colleghi) sia un’ulteriore conferma dell’attenzione e della cura di LSB nel pubblicare gli articoli.

In che modo ti sei avvicinata al mondo del fumetto? Ricordi le tue prime letture?
Come ho già accennato, quella dei fumetti è una passione che si è rinverdita (e solidificata) negli ultimi due o tre anni. Da piccola, tuttavia, ero una grande appassionata di fumetti Disney, ma nella sfida Paperi vs Topi ho sempre parteggiato per i primi. Alle elementari ero abbonata a Paperino, un mensile che aspettavo sempre con ansia e di cui mi divertivo a riprodurre le copertine. Poi, in estate, compravo qualsiasi giornaletto trovassi; ricordo, ad esempio, uno dei miei classici preferiti, I promessi paperi. E confesso che molte delle parole che conosco le ho apprese leggendo i fumetti Disney (su tutte, il “tapino” di Zio Paperone). Un altro fumetto che mi piaceva moltissimo era W.I.T.C.H.: quando i miei genitori decisero di interrompere l’abbonamento fu uno shock! Da allora in poi le mie letture sono state molto più legate a romanzi in prosa, e devo ammettere che provo una certa invidia per i miei colleghi cresciuti a pane e fumetti.
Ora come ora, sono aperta a diverse tipologie di fumetti, ma propendo verso le graphic novel soprattutto per motivi logistici: recuperare 300 e passa numeri di Dylan Dog, per dire, è decisamente meno fattibile rispetto a leggere romanzi autoconclusivi!

Dal 2013 vivi e lavori negli USA. Noti differenze tra il mercato fumettistico statunitense e quello italiano? La tipologia di appassionato di fumetti cambia in qualche modo al di là dell’oceano?
Devo ammettere che amici americani appassionati di fumetti non ne ho, e mi risulta dunque difficile fare un paragone. Però posso parlarti della mia esperienza di lettrice all’estero.
Io vivo in una cittadina universitaria, che in quanto tale è piuttosto aperta alle influenze esterne. Se voglio leggere/comprare fumetti, ho tre opzioni: una fumetteria, del tutto simile a quelle italiane, con le nuove proposte in bella vista sullo scaffale centrale, e due stanzoni pieni di graphic novel e albi mensili; la sezione fumetti di una libreria no-profit, che ha prodotti nuovi e usati, nella quale ho scovato Niger di Leila Marzocchi, 5 is the perfect number di Igort e, se non ricordo male, Grenuord di Francesca Ghermandi; infine, la biblioteca della Indiana University, forse non molto aggiornata, ma ben fornita sia di fumetti sia di studi sul medium. Insomma, le possibilità non mi mancano.
Quello che manca oltreoceano sono invece le edicole, e l’appuntamento settimanale con gli albi preferiti. Ma tempo fa il ragazzo della mia coinquilina mi ha regalato un PK… chissà dove l’avrà recuperato, ancora me lo chiedo!

Un fumetto italiano e uno americano (magari non ancora tradotto) che porteresti sempre con te in valigia, tra un viaggio e l’altro?
Domanda difficile, non sono mai stata brava a scegliere un solo titolo. Diciamo che tra i fumetti italiani che rileggerei in continuazione ci sono il n. 66 di Dylan Dog, Partita con la morte, Sharaz-De di Sergio Toppi e l’Orlando Furioso di Pino Zac (che non posso mettere in valigia perché ne occuperebbe metà!). Per quanto riguarda gli americani, posso dirti il mio preferito di sempre (che americano non è), Watchmen, e l’ultimo che ho letto e trovato davvero intelligente, Sam Zabel and the Magic Pen di Dylan Horrocks.
Una chicca: se andate sulla pagina Facebook di Horrocks, vedrete che la sua cover picture è la foto di una lavagna fitta di appunti. Ecco, io ero lì mentre il mio professore di comics, Andrei Molotiu, li scriveva!

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