
Le cose non stanno esattamente così. Se infatti è vero che il fumetto seriale da edicola mostra un progressivo e continuo logoramento delle vendite – almeno a giudicare dai dati che informalmente si riescono a reperire da autori ed editors – altri fenomeni quali gli allegati da edicola allargano apparentemente il bacino di lettori. Apparentemente, perché le dinamiche degli allegati sono particolari e, per molti versi, inesplorate nei comportamenti. L’acquisto abituale di un qualsiasi allegato, infatti, non offre alcun tipo di garanzia che esso venga effettivamente letto. Un potenziale incerto, quindi, che soprattutto appare parallelo e non sinergico al mercato del fumetto tradizionale.
La crisi permanente, d’altra parte, non sembra impedire a molti editori più o meno grandi, più o meno organizzati, di pubblicare un numero molto ampio e variegato di proposte. Attualmente, sono reperibili in fumetteria, librerie di varia e, in alcuni casi, edicole prodotti impensabili fino a uno o due decenni fa.
Nel suo blog, Tito Faraci invoca un best-seller, come fenomeno che possa rimettere in moto il mercato fumetto. E forse dimentica che, se non secondo i canoni dei romanzi, i libri di Gipi (Gianni Pacinotti) hanno raggiunto vendite insperate anche per l’editore più ottimista. La Mia Vita Disegnata Male non è stato un best-seller se lo si riproporziona secondo le logiche del più ristretto mercato dei fumetti?
Ma la crisi c’è. Aleggia e pesa sulle spalle di molti: autori che non si pagano da vivere, letteristi e traduttori che sono costretti al gioco al ribasso, negozianti che chiudono, editori che a malapena pareggiano le spese di produzione, e così via.
Soprattutto, l’immaginario della crisi permanente appare come eternamente soverchiante, immobilizzante. Ci sono migliaia di potenziali lettori che snobbano il fumetto, non si avvicinano, non lo comprendono, non ne sospettano l’esistenza o se ne allontanano. Un’invisibilità che la nona arte sembra faticare a superare, non riuscendo a penetrare nelle abitudini quotidiane di moltissime persone.
Forse, queste difficoltà, che senza dubbio si accompagnano a una crisi culturale generalizzata del nostro paese, sono soprattutto segno di mancanza di idee. Di immaginazione e di impresa.

Per avviare questo discorso, abbiamo scelto di approfondire il tema del fumetto come performance dal vivo, cogliendo l’occasione una esibizione di Gianluca Costantini tenutasi a Firenze il 12 luglio, un avvenimento atipico che utilizza il fumetto come atto creativo di denuncia attraverso l’improvvisazione artistica. Domani saranno quindi online un’intervista all’autore, una breve cronaca dell’avvenimento e un articolo di approfondimento, oltre a documenti dell’evento, quali filmati, foto e tutte le tavole realizzate.

Attenzione a non equivocare: Faraci parlava di bestseller veri e propri, non di “libri che vendono poco ma, per un fumetto, sono comunque un successo”.
E Gipi non è mai stato un bestseller, quindi.
La parte della questione che condivido con Tito non è la generica speranza in un “libro-salvezza”, ma l’analisi strategica del contesto attuale: un bestseller potrebbe essere la scintilla che manca, oggi, per infiammare un mercato che pare sempre più pronto (vedi l’attenzione mediatica sul graphic novel, ormai a livelli di effettivo mainstream) ma a cui manca il “caso” per fare esplodere le dinamiche e ripartire i numeri. Un po’ come accadde a Blankets in USA o a Persepolis in Francia.
Grazie, Matteo. Del resto, a chiunque voglia prendersi la briga di leggere il mio post sarà chiaro come qui non sono stato capito. Mi spiace, perché da Guglielmo, persona che stimo.
Gipi è un autore importante, per la qualità straordinaria della sua opera e anche per i risultati che ha ottenuto. Ma questo esula dal mio discorso. Purtroppo. In un mondo migliore, più giusto, i libri di Gipi venderebbero (in Italia) centinaia di migliaia di copie.
Chiarito questo, condivido la mal sopportazione per il vittimismo. (Se mi consentite una autocitazione: http://titofaraci.nova100.ilsole24ore.com/2010/06/carta-e-moneta.html )
Con stima
Tito Faraci
Ciao Matteo, ciao Tito.
Capisco la vostra precisazione. Capisco che vi sia una maturazione di alcuni processi che possano suggerire una preparazione. Ma sono concreto e realistico. Un fumetto best-seller, se mai ci sarà, potrà arrivare solo nel meccanismo del “fenomeno di costume”. Non vi è ad oggi a mio avviso una permeabilità nel pubblico che favorisca questo sviluppo. Non la vedo. Mentre vedo come già significativa l’attenzione e i numeri di un autore come Gipi. Insomma, vedo più possibile un allargamento di attenzione e di vendite ad autori tipo Gipi, piuttosto che il best-seller di massa. Inseguirlo (in quale modo?) rischia di essere un errore, a mio avviso.
Guglielmo
Ho miracolosamente il tempo per una risposta più articolata e provo a spiegare meglio il mio punto di vista.
Facciamo un esempio: il fumetto di Vasco Rossi vende un centinaio di migliaia di copia. Fenomeno di costume. Traino di marketing ecc. ecc. Ebbene, siamo sicuri che questo avrebbe ripercussioni concrete e durature sul mercato del fumetto? Quanti di quelle migliaia di lettori cercherebbero altri fumetti (invece di cercare il successivo prodotto di Vasco)?
Altro esempio, il libro dei Carofiglio. In molti lo comprano. Diciamo più di 50 000 persone (non so quanto abbia effettivamente venduto). La povertà dell’opera non può che confermare un pregiudizio: il fumetto è roba da poco.
Pensare a un best-seller, come nomi che fanno vendite in altri media, devono essere pensati bene, meglio, direi, per poter essere significativi e smuovere davvero il mercato.
Ultimo esempio: sette dedica un intero numero a proposte a fumetti della Rizzoli. Inserto culturale o marchetta? Sta di fatto che una rivista a larga diffusione propone delle graphic novel che potrebbero ambire, nella migliore delle ipotesi, ai risultati di Gipi. Non certo ai best-seller. Ecco, essendo quelle opere propriamente fumettistiche e per lo più solide, potrebbero generare reale interesse nei lettori nel cercare nuovi prodotti simili. Un circolo virtuoso, parzialemente già in atto, ma che si scontra con l’ottusità culturale del nostro paese, dove il fumetto rimane decisamente marginale. Spero sia più chiaro.
Guglielmo
Ciao. Sono d’accordo con Guglielmo. Come ho già scritto sul mio blog, al contrario di Usa e Francia in Italia non abbiamo un bacino di lettori tale da pensare ad un bestseller fumettistico simile ad uno di narrativa. Per adesso.
E’ davvero inverosimile pensare che in una scuola “abbastanza” disastrata come quella italiana si possa “parlare di”/”leggere” fumetti?
Ovvero, rispetto ad un best seller non potrebbe essere più utile un qualcosa di strutturale?
Infatti mi chiedevo… questo “best seller” in quale mercato trasversale andrebbe a pescare/scovare i lettori assopiti o nascosti?
Ovvero… l’idea del “best seller” è intrigante… Ma quanti e chi permetterebbe di andare a pescare?
A questo punto, a parte il “best seller”, c’è qualche altro modo per andarli a pescare, questi “distratti”?…
Magari se troviamo il bersaglio possiamo anche provare altre armi
🙂
Guglielmo, capisco ma il problema non lo si affronta se si imposta il discorso sui “valori assoluti”. Il discorso sul bestseller – che mi sento di ribadire come un discorso strategico importante – non si affronta chiudendo il dibattito con discorsi sull'”ottusità culturale degli italiani”.
Hai ragione al 100% quando parli del caso Vasco Rossi. Ma il punto resta un altro: investire sul “bestseller di qualità” (in grado cioè di generare effetti sinergici, e non un mordi-e-fuggi) significa pensare a prodotti diversi sia da un Carofiglio sia da un Gipi. Che questo sia facile, no. Ma qui non vorrei che si scambiasse il problema con il vecchio modello del “dobbiamo far capire ai non-lettori che certi autori possono vendere di più”. Questo sarebbe solo ragionare sulle politiche culturali, ma non sul bestseller, che è un oggetto che richiede un’analisi (relativamente) autonoma. E purtroppo vedo mancare una seria riflessione e progettazione da parte degli editori (cui l’operazione “Sette” ricade in pieno).
Ma forse è un dibattito ben più complesso (cos’è un bestseller? a cosa serve? come lo si crea?) che non può stare in questi commenti… 😉
l’operazione Sette, nel suo piccolo, è stata furba perché ha sfruttato una parte della filiera rizzoli. potrebbe anche essere efficace, se non fosse che non tutti i titoli mi sembravano convincenti…
e qui concordo con i discorsi sulle strategie che faceva matteo. oggi forse non sono i lettori ad essere impreparati, o chiusi. temo che lo siano le persone che lavorano nell’editoria e che faticano a trovare un sistema per proporre anche i fumetti. fumetti che si leggano, perché come diceva giustamente guglielmo, la maggior parte degli allegati probabilmente non viene letta, perché sana un esigenza di ritorno all’infanzia o all’adolescenza. magari potranno invece influire sul lungo periodo e sui bambini che se li troveranno in casa. ho riscontri personali di bambini e ragazzi che si sono messi a curiosare nei tex a colori di repubblica, acquistati da papà, zii e nonni…
ma non è certo questo il punto.