
In questo pezzo voglio però concentrarmi sull’aspetto del film dedicato ai cinecomics, in particolare ai film che da circa quindici anni popolano le sale cinematografiche con supereroi come protagonisti. L’argomento non è il principale tra quelli messi sul tavolo dal film di Alejandro González Iñárritu: il regista infatti costruisce una trama che si preoccupa di mostrare la disperata ricerca di sé stessi e del proprio posto del mondo, e lo fa attraverso un attore ansioso di dimostrare il suo valore oltre a quello di ex-celebrità, la cui fama deriva dall’aver interpretato un supereroe vent’anni prima.

A qualcuno può sembrare una furbata ruffiana, quella di criticare la più grande macchina da soldi del sistema cinematografico contemporaneo, appellandosi ad argomentazioni banali e utilizzandole per ingraziarsi i critici e il pubblico pseudo-intellettuale: probabilmente una parte del progetto cavalca effettivamente questi intenti, ma nel complesso io non vedo Birdman in questa maniera. Trovo invece che il regista utilizzi uno stilema narrativo popolare in modo da poter arrivare più facilmente a tutti con il suo affresco, e che lo faccia flirtando appositamente con il genere stesso che addita, per costruire una pellicola molto più intimista e complessa.
Quello che il film suggerisce, attraverso i pensieri e le frustrazioni del protagonista, è una condanna a quella che inizialmente poteva sembrare un’interessante novità, ma che col passare del tempo sta diventando un abuso che rischia di portare ad un appiattimento qualitativo dell’offerta in generale.
Il fittizio Birdman si pone qui come caposaldo della cannibalizzazione di un’idea, di un personaggio, di un genere. Riggan Thompson, il protagonista interpretato da Michael Keaton, è l’attore che vuole smarcarsi da quel sistema, che lo rigetta, ma che paradossalmente continua ad essere etichettato da tutti solo e soltanto come il simbolo di quello che ormai odia. Tanto che la critica del New York Times parte prevenuta nei confronti dello spettacolo che sta allestendo a Broadway proprio perché lo vede macchiato dal sistema hollywoodiano che fa della banalità, dell’inconsistenza e degli effetti speciali il proprio stendardo.
D’altro canto, come sentenzia voce nella testa di Riggan, “People, they love blood. They love action. Not this talky, depressing, philosophical bullshit.”
Un’altra faccia del problema è quella degli attori. Per rimpiazzare un interprete del suo spettacolo Riggan suggerisce al suo agente una serie di nomi, che risultano però tutti impegnati in diversi film di supereroi. Il protagonista sbotta alla fine con la frase “F – k, they put him in a cape too?”.
È naturale: con il crescente numero di cinecomics prodotti, sempre più attori vengono arruolati per portarli sul grande schermo: attualmente si può notare che interpretare un supereroe al cinema porti una grande popolarità e fortuna all’attore prescelto, ma Birdman suggerisce sibillino che in futuro questa situazione potrebbe capovolgersi e trasformarsi in un boomerang. Nel presente, intanto, interpreti dotati prestano le loro capacità per film “di cassetta” rinviando magari progetti più ambiziosi.

Ma certamente quando si punta il dito contro la deriva che negli ultimi anni sta prendendo piede, tra sequel, prequel e creazione di franchise infiniti, mi sento di appoggiare le critiche presenti in Birdman. Se cinque anni fa sembrava una novità eccitante, quella dei film con diversi supereroi protagonisti, ma collegati tra di loro, fino a giungere alla pellicola-crossover, oggi questo disegno inizia a mostrare la corda.
Questo modo di concepire i film tratti dai fumetti è sorto nel momento storico più adatto, potendo contare su un’ampia schiera di quarantenni/cinquantenni che venti/trent’anni fa vivevano la loro adolescenza sognando di eroi onnipotenti sulle pagine dei comic books. E che ora, cresciuti, si godono l’upgrade su grande schermo, ben felici di pagare il biglietto che consente loro di vedere prendere vita quel mondo fantastico e colorato.

Inoltre è bene ricordare che anche Emma Stone e Edward Norton, che interpretano rispettivamente la figlia di Riggan e il suo collega nello spettacolo di Broadway, hanno nella loro carriera dei cinecomics, lei nei due The amazing Spider-Man e lui in L’incredibile Hulk del 2008.
Il “giochetto”, troppo perfetto per essere casuale, dà un valore aggiunto al progetto e rende ancora più incisiva l’ottima interpretazione di Keaton.
