Su questo blog dove mi occupo del rapporto tra letteratura e fumetto scrivo spesso del ciclo di adattamenti fumettistici di Don Camillo ad opera di ReNoir, con una ampia squadra di autori coordinata dallo sceneggiatore Davide Barzi. Si tratta infatti con ogni probabilità del più vasto ciclo di adattamenti letterari italiani, che dimostra della perdurante vitalità di uno scrittore come Giovannino Guareschi. Si tratta inoltre di una operazione particolarmente curata sotto il profilo filologico, con una collaborazione proficua con gli eredi Guareschi e la comunità di cultori dell’autore.
Di estate, ormai da sei anni, si è sviluppata una collaborazione tra questa produzione ReNoir Comics da un lato, CartoonClub e RiminiComix dall’altro: se la serie regolare si occupa di adattamenti di Don Camillo in modo cronologico, per RiminiComix si riprendono, in modo non lineare, le più significative storie a tema giallistico, a partire dall’incontro di Don Camillo con “Diabolik” e proseguendo con altre storie a tema giallo, presentate nel classico formato pocket diaboliko. Abbiamo così un brossurato pocket di 100 pagine, sceneggiato da Davide Barzi e disegnato da Alessandro Gazzaneo, con la partecipazione di Luca Salvagno nella sua veste di erede e custode della tradizione Jacovittiana, come diremo, e copertina di Luca Giorgi.
Si tratta di un filone solo apparentemente minore, in quanto numerose avventure di Don Camillo, senza arrivare magari al vero e proprio giallo come in questo tipo, hanno spesso un elemento di investigazione. E, per quanto non sia il focus principale – che si concentra sullo scavo psicologico e umoristico dei personaggi, e sulla satira di un certo mondo della Bassa tormentato dalle sanguigne lotte politiche del tempo – Guareschi dimostra sempre una padronanza dell’elemento della detective story, magari semplice e non inutilmente arzigogolata, ma efficace nel suo contesto.
Qui la citazione del giallo è evidente fin dal titolo, “Giallissimo”, un po’ ironico ma poi non troppo. La bella immagine di frontespizio ne è un perfetto correlativo oggettivo: fa ovviamente ridere l’immagine dei quattro personaggi principali attorno alla Stufa della Discordia al centro della storia, così come in un giallo classico troveremmo una vittima del delitto o qualche oggetto di valore più chic (al limite una cassaforte, di cui la stufa è di fatto, qui, il sostituto “agreste”). Però poi la storia è condotta con serietà, a dimensione di “Mondo Piccolo” ma con una suspense adeguata.
Il montaggio di tavola è, inevitabilmente, il modulo su due strip tipico di Diabolik, e anche il tipo di inquadrature molto cinematografiche, efficaci, precise, richiamano quello stilema di successo. Funziona bene sia perché è coerente col linguaggio fumettistico adottato, su un montaggio diverso, nella serie da Barzi (che, per paradosso, non segue giustamente i film, poco filologici e poco amati da Guareschi, ma ricostruisce un linguaggio fumettistico che ha però un suo personale taglio molto cinemico, seguendo una efficacia visiva già presente in Guareschi).
Funziona anche perché si crea un interessante contrasto: Diabolik rimanda a un ineffabile contesto glamour, di altissimi ricchi del mondo immaginario ma sempre chic di Clerville; Guareschi ci tuffa nel mondo terragno, concretissimo della Bassa, mosso da slanci generosi in alcuni personaggi, ma da una avidità gretta in altri, come nel caso del possidente di questa storia, che non sfigura sulla scia di figure come il Mazzarò della “Roba” o gli avidi e astuti possidenti della “Malora” di Fenoglio.
La storia procede con una ottima padronanza della suspense del racconto giallistico, da parte di Guareschi di partenza, come è ovvio, ma ben adattata dai due autori. Particolarmente accurato mi è parso lo studio di espressione del disegnatore Gazzaneo, che rende bene la tensione che si sviluppa dopo la sparizione misteriosa della grossa somma.
Non entro più nel merito dei fatti della vicenda perché, parlando di un giallo, l’effetto sorpresa è tutto.
Il rilievo della vicenda è confermato dal fatto di vedere un Don Camillo per una volta intimidito dalle forze dell’ordine. Sa che la sua onestà è un patrimonio spirituale che non può essere intaccato per nulla, e pur innocente si sente molto a disagio sotto accuse che, se non cancellate del tutto, mettono a rischio il suo ruolo di guida spirituale. E’ uno dei casi, a mio avviso, in cui Don Camillo è messo più sotto stress, proprio per tale ragione.
Una cosa che si conferma in un altro aspetto eccezionale: Peppone dimostra, in questa occasione, una statura morale maggiore dell’amico-rivale, perché non dubita per un secondo di Don Camillo, mentre lui è roso dal tarlo del dubbio e se ne pente (forse spinto dalla tensione per le accuse ricevute). Anche questo showdown tra i due è reso molto bene, anche nell’accurato studio di espressione, nei volti ma anche nel silenzioso “duello” dei due armati di fucile (ripreso anche dalla efficace cover, che riprende questo momento estremamente drammatico della storia).
La tensione che si crea in paese, invece, è resa con un espediente particolarmente brillante: una grande tavola jacovittiana di Luca Salvagno che mostra con il sanguigno umorismo di Lisca di Pesce la tensione che si è sviluppato nel paesello. Qui sopra vediamo invece la quarta di copertina, sempre a sua firma.
Quella inserita nella storia è una immagine a tutta pagina di bravura magistrale, in cui lo stile del Jac anni ’40 / ’50 è ripreso perfettamente, in quelle espressioni torve, caricaturali eppure espressive di un clima esattamente come le pagine del Mondo Piccolo lo ricostruiscono in letteratura. Una tensione chiesa/comunisti che si sovrappone agli inevitabili odi di paese, che un evento scatenante può portare sul massimo punto di tensione.
Si nota anche uno di quei classici elementi più anacronistici di Guareschi, ovvero la presenza di un clima di violenza domestica esasperato, con la moglie del derubato messa sotto accusa dallo stesso e portata addirittura al trauma cranico. In Guareschi il fatto non implica (almeno a narrativo) alcuna specifica condanna del personaggio, che oggi riterremmo giustamente condannabile per un crimine ben più grave del furto che subisce, e che nella storia non viene punito in alcun modo per tale fatto. Certamente la sua brutalità contribuisce alla caratterizzazione di personaggio estremamente negativo (forse è uno dei casi di violenza domestica più forte presentato nella serie).
Barzi, come al solito, mantiene la fedeltà filologica che si è proposto, trattando con laconismo, come già in altre occasioni, questa violenza eccessiva che, del resto, rispecchia un certo tipo di società agraria ancora arcaica e radicalmente violenta sotto l’apparente avvio di modernizzazione.
Alla conclusione dell’albo, come di consueto, ricchi contenuti speciali legati all’albo, in questo caso di Luca Salvagno, Maurizio Carnago, Ivan Pellizzari, Silvia Riccò e di Carlo Lucarelli: interviste agli autori, un esclusivo approfondimento su “Uno, nessuno e centomila Don Camillo” di Ivan Pelizzari e un lungo articolo-dossier di Silvia Riccò (con la partecipazione straordinaria di un giallista Carlo Lucarelli) sulle “Storie di ordinaria foschia” con appunti inediti sul Giallo padano.




