Un canone per il fumetto / alcune conclusioni.

Un canone per il fumetto / alcune conclusioni.

Un mio precedente articolo poneva, in forma dubitativa, la questione del canone fumettistico – italiano in particolare – e, nel caso, di come costruirlo. Una riflessione che nasceva dalla constatazione – sotto gli occhi di tutti – di una sempre maggiore rilevanza attribuita ai fumetti negli ultimi anni, che in altri ambiti, come quello americano (ne parlo più avanti) ha visto sorgere la questione.

Il pezzo ha avuto un buon riscontro a livello di condivisioni e interventi, maggiore di quello che mi sarei aspettato (tra questi, il più sistemico è questo pezzo di Simone Rastelli, che ho ospitato sul blog). La cosa mi ha però confermato che, in linea di massima, nell’ambito del fumetto italiano non vi sia almeno per ora il tentativo di una riflessione di un canone: la maggioranza degli interventi hanno infatti manifestato, in vario grado, una certa insofferenza verso l’idea di un canone, ritenuto inadatto in generale, e nello specifico inadatto al fumetto, in particolare italiano (oltre alla discussione sulla definizione del concetto di canone stesso).

Chi ne ammetteva la possibilità, sottolineava la necessità di un ampliamento dei nomi da inserire nel canone, oppure la necessità di frammentarlo in differenti “scuole”: la scuola bonelliana, la scuola Disney, e così via, in cui sarebbe già più possibile elaborare un canone. Naturalmente, è legittimo pensare a un canone variabile per dimensioni, e non escludo affatto l’utilità dei canoni ristretti, che ho anzi utilizzato in ambito bonelliano, di cui mi occupo spesso online (vedi questa serie di articoli sul “Canone bonelliano”). Proprio questi sotto-canoni potrebbero di fatto essere la base per un canone più generale (la mia proposta aveva, è ovvio, il senso dichiarato di un gioco letterario e giornalistico, che evidenziasse però la necessità di una qualche sintesi). Altra frequente obiezione – che rientra nelle casistiche possibili delle scelte del canone – è quella di chi esclude gli autori viventi, o degli ultimi venti/trent’anni dal canone, aspettandone la sedimentazione: e questa scelta ovviamente da un lato facilita la costruzione del canone, dall’altro ha il rischio di renderlo ingessato.

Non è comunque mancato (e l’ho condiviso nell’articolo originario, linkato all’inizio del post) chi ha accettato di partecipare al gioco letterario di ipotizzare una lista di venti nomi, con contributi di semplici lettori e di operatori, in vario grado, del settore fumettistico. Ma, globalmente, non credo si avrà probabilmente la costruzione di un canone nei prossimi anni.

 

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La questione del canone in letteratura: un accenno

Comunque,inserisco qua qualche ulteriore riferimento: ad esempio, sulla definizione di canone, su cui alcuni hanno dibattuto, interessante mi pare possa essere la sintesi operata dall’articolo sulla Treccani sul Canone letterario europeo.

L’articolo, che inizia in forma dubitativa (“Esiste un canone europeo?”) sottolinea come il dibattito più recente nasce dal mondo anglosassone – specie USA – tra anni ’80 e ’90, in contemporanea con la diffusione del postmoderno e con la messa in discussione del canone tradizionale con l’inserimento di esponenti delle minoranze in precedenza esclusi dal canone dei “dead white men” (termine più colloquiale che qui non è usato, ma è diffuso nel dibattito).

Si sottolinea una natura non solo estetica del canone (la definizione di “cosa è il bello”), ma anche della sua valenza “etica” e di percorso di formazione (naturalmente, dimensioni che possono essere rifiutate da chi difende la “pura estetica”: ma che sono state avanzate). Un elemento interessante è come tale dibattito prenda piede in un periodo in cui, col postmoderno, si sviluppa una maggiore legittimazione del fumetto, a partire dalla fortuna del termine “graphic novel” con Will Eisner, in “A contract with God” (1978), e poi con “Maus” di Spiegelman: anche se, forse, queste due tendenze non si sono poi intrecciate.

Trovo interessante come l’articolo ricostruisca una tendenza in corso – dal secondo dopoguerra ad oggi – a superare i singoli canoni nazionali, in favore di un possibile “canone europeo”, che intersechi le principali tradizioni letterarie. Anche l’articolo mostra il rischio sotteso, quello dell’affollamento di un canone dove innumerevoli appaiono i nomi “irrinunciabili”.

Al contempo, l’articolo evidenzia come in ambito letterario questo “assalto al canone occidentale” codificato non abbia prodotto una sostanziale revisione del canone, ma piuttosto il fiorire di “altri canoni”.

né i canoni nazionali europei né il canone europeo, dopo la tempesta da cui sono stati investiti negli anni Ottanta e Novanta, sembrano averne subito gravi conseguenze, se non qualche nuovo inserimento, qualche scomparsa. Il fatto è che, accanto agli studi letterari tradizionali, sono sorti altri terreni di indagine, studi culturali nei quali non tanto l’idea di canone viene distrutta, ma piuttosto moltiplicata, con la creazione di canoni femminili, canoni postcoloniali, canoni etnici, di studi della letteratura del Commonwealth, francofonia, anglofonia, che non sostituiscono, ma si aggiungono piuttosto agli studi d’area e alla comparatistica più tradizionale.

Pur mettendolo in discussione critica (e teorizzandone la difficoltà, se non impossibilità, attuale, per via delle forze centripete che agiscono su di esso), l’articolo della Treccani ribadisce la centralità del canone.

Il canone letterario, la lista dei grandi autori, è la chiave d’accesso all’immaginario collettivo

Anche il canone di Bloom, di cui abbiamo parlato già nel pezzo precedente, viene messo in crisi, ponendo sotto accusa anche la sua pretesa universalità, che del resto viene introdotta, nel 1994, anche come parziale reazione alla disgregazione del canone.

Il canone occidentale di Bloom è contemplato da un punto di vista angloamericano. Ciò non può stupire: se il libro fosse stato scritto in Italia da un italiano sarebbero state diverse la prospettiva e la scelta degli Auctores caratterizzanti; diversa sarebbe stata la prospettiva anche in Francia o in Germania o in Russia o in Spagna: il canone occidentale non è un’entità oggettiva, e varia a seconda del luogo, dell’ethnos e dunque anche dell’ethos.

Tuttavia, benché sottoposto a spinte centripete, in concetto di canone è ribadito nella sua importanza.

di contro, tuttavia, abbiamo l’impressione che il canone letterario occidentale in America, tanto più in Europa, sia tutt’altro che finito.

In pratica, l’importanza del canone si evidenzia proprio ora che viene seriamente messo in discussione, dopo la sua costruzione ottocentesca che riorganizza un percorso letterario europeo che si avvia dal ‘300 in poi. Sarà interessante vedere in che modo tale processo di messa in discussione potrebbe operare sul fumetto, dove tuttavia tale canone esiste più in forma implicita, meno strutturata.

La questione del canone nel fumetto.

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Sul canone del fumetto italiano, sia pure nella forma prudenziale e ipotetica degli “Appunti”, e però come introduzione a un canone generale tout court, esiste un saggio di Paolo Interdonato del 2007, recensito anche da Lo Spazio Bianco, qui. Opera che magari prima o poi cercherò di approfondire, ma che – al di là dell’indubbio rilievo del nome dell’autore nell’ultimo decennio della critica del fumetto, perlomeno – non ha avuto forse un particolare impatto nel dibattito globale.

 

2010

Se la questione del canone è quindi marginale sulla scena italiana anche passando alla saggistica, almeno a una prima ricognizione (invito i lettori, eventualmente, a segnalarmi altri spunti al proposito), è interessante notare come il dibattito sia presente in ambito anglosassone: dove, non a caso, è nata accesa la discussione sul canone letterario di cui si era detto sopra. Del resto, “A Canon of Comics” suona bene nella sua allitterazione.

Un canone è quello proposto dal The Comic Journal (operante dal 1976) nel 1999, ormai una ventina di anni fa: “The Comic Journal’s Top 100 Comics of the 20th Century” consistente di 100 nomi per i 100 anni del secolo allora concluso (oggi, ma non allora, darebbe ragione a chi vuole una certa distanza critica temporale). Ovviamente orientato al canone anglosassone.

Dal 2006, una mostra come “Masters of American Comics” propugna musealmente una selezione di tale canone (vedi qui).  Anche su Newsweek si affronta il tema, nello stesso anno, sostenendo che il canone dei comics “It’s no joke”, non è una cosa da ridere, e riportando la nascita del Museum of Cartoon Art di Mort Walker (1923-2018), l’autore di Beetle Bailey, nel 1974 come un punto di partenza, che ha ricevuto un boost nel 1986 dopo la pubblicazione di Maus di Art Spiegelman. Joshua Glenn sul Boston nel 2008 rilancia l’idea che sia il momento di creare un canone del fumetto, parlando del fermento in corso.

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Mort Walker, Beetle Bailey
(“Guarda! C’è una L di troppo in Canone!”)

“Comics as a Nexus of Cultures” (2010), saggio di Jochen Ecke e Gideon Haberkorn (vedi la copertina sopra), evidenzia il valore di intersezione del fumetto rispetto a media artistici e letterari, sottolinea come, dopo la legittimazione del fumetto, “The development and refinement of a canon of comics is the essential next step”.

“The graphic canon” (2012, in corso) di Russ Kick è invece un’opera a fumetti che presenta invece un concetto diverso, per certi versi molto vicino alla prospettiva studiata da questo blog: l’adattamento a fumetti di una ampia antologia di testi letterari a fumetto. A suo modo, una riflessione anch’essa sul concetto di canone nel fumetto, ma totalmente in un’altra prospettiva.

B.H. Sheperd, invece, interviene sul tema in modo sintetico in “A Question of Canon” (2012) proponendo cinque testi su cui puntare per l’aggiornamento del canone.

“Graphic Novels and Comics in the Classroom: Essays on the Educational Power” (2013) a cura di Carrye Kay Syma, Robert G. Weiner  ragiona su un’altra prospettiva ancora: se inserire il canone del fumetto all’interno del canone della storia dell’arte insegnata nelle scuole superiori. Il timore è quello di un eccessivo affollamento del canone artistico, che ridurrebbe il fumetto a una nota a margine.

Nel 2016 il canone ormai consolidatosi è dato come superato sul sito di questo centro studi letterario londinese; similmente un saggio come Comic Art in Museums (2020) di  Kim A. Munson evidenzia come il canone che emerge dalle mostre d’arte (soprattutto museali) legate al fumetto sia slegato spesso dal “canone condiviso” anche in modo implicito, e rifletta decisamente il gusto del curatore, mescolando l’idea di “memoria come radici” (il percorso che ha portato un dato autore / corrente fino a quel punto) con quella di “memoria come forza” (la volontà di imporre nel discorso condiviso una propria prospettiva). Più che “un canone”, quindi, anche qui si sottolinea (e si critica, in parte) l’idea di canone personale.

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Una rapida carrellata, dunque, ma che dimostra una certa vitalità della questione (almeno sulla scena anglosassone), possibile spunto di approfondimento per chi fosse interessato a questo tema.

Forse, a ben rifletterci, il motivo che porta a una diversa strutturazione del canone è un altro: l’idea di un canone limitato si presta in modo ottimale a due situazioni di didattica di un argomento: in un corso, un numero limitato di lezioni; in un testo, lo spazio fisico limitato. Se ritengo essenziali mille autori (non è un’iperbole, come visto) non posso però parlarne in un corso in dieci lezioni: dovrò elaborare un’ulteriore sintesi. E un saggio, per quanto più ampio, ha comunque un limite dato dal rapporto vastità temi coperti / approfondimento dei suddetti. Online, invece, dove (da vent’anni almeno) si concentra buona parte della riflessione sul fumetto, non c’è una limitazione di spazio, e quindi si tende a riflettere su canoni “larghi” o a non porsi limiti di sorta.

In ambito anglosassone, un sito che mira a definire un “canone dei comics”, ma inteso in senso molto lato, con centinaia di post, è Comicscanon. In questo senso, i nostri 300 Essential Comics de Lo Spazio Bianco appare avere una valenza maggiormente “canonica” nelle intenzionalità, sia pure nell’interessante ossimoro tra “trecento” ed “essenziali”, che mostra il suddetto problema della difficoltà di circoscrizione. Siamo dalle parti di simili “canoni estesi”, come questo che lavora su 500 opere (parlando di nuovo apertamente di “Canon of comics”). Quando entrano in gioco critici con un ruolo accademico da difendere, come Paul Gravett e il nostro Matteo Stefanelli, anche in ambito saggistico arriviamo a “1001 fumetti da leggere prima di morire“, dove di nuovo c’è questo rivelatore contrasto tra l’essenzialità estrema (questione di vita o di morte, si lascia trasparire) e l’elefantiasi del numero. Siamo lontani dalla sintesi di nomi di un De Sanctis, ormai. Sempre su Lo Spazio Bianco, una miriade di sotto-canoni sono quelli degli Essential 11: sarebbe interessante, probabilmente, una loro catalogazione gerarchica, che restituirebbe un “multi-canone” amplissimo ma utilmente stratificato.

Ecco: forse, più che un canone ristretto, si potrebbe ragionare di una sorta di ramificata “mappa concettuale” del fumetto italiano (e non): non selezione, dunque, che non è gradita per ragioni psicologiche e per la sua inutilità organizzativa, ma organizzazione (e magari alcuni snodi si riveleranno più rilevanti di altri).